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Direttore responsabile Alessandro Longo

La riflessione

Perché l’utopia di internet non è morta (nonostante tutto)

di Norberto Patrignani, docente di Computer Ethics, Politecnico di Torino

04 Lug 2017

4 luglio 2017

Fin da quando abbiamo avuto l’accesso alla rete, il dibattito sul sogno, sulla visione libertaria (e liberatoria) della rete è stato sempre acceso. Forse eravamo stati troppo ottimisti nel pensare che la tecnologia di per sé avrebbe portato verso una società utopica? Magari ora servirebbe una riflessione etica

L’utopia di internet oggi è morta” titola l’Espresso del 28 Giugno, ma dire che l’utopia della rete (come tutte le utopie) è morta è come dire che non vale più la pena di vivere. Il cammino dell’utopia è senza fine. Infatti come dice Galeano… Lei è all’orizzonte. […] Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare“. (Edoardo Galeano, Finestra sull’utopia).

Fin da quando abbiamo avuto l’accesso alla rete questo dibattito sul sogno, sulla visione libertaria (e liberatoria) della rete è stato sempre acceso. Eppure, come dice la filosofa della scienza Deborah Johnson, non esistono tecnologie neutre, i sistemi sono “socio-tecnical systems” e la relazione tra tecnologie e società è quella di “co-shaping”, si plasmano a vicenda. Quando i sistemi vengono progettati incorporano i valori (dei progettisti, del contesto storico, etc.) nella tecnologia; d’altra parte quando la tecnologia comincia ad essere usata plasma a sua volta la società … (Deborah Johnson, “Computer Ethics”, Pearson Publishing, 1985).

Certamente, quando è nata la rete tutti abbiamo salutato l’arrivo di una tecnologia P2P per comunicare. La sua struttura senza un “single-point-of-failure & single-point-of-control” incorporava proprio i valori e i desideri dei progettisti e della società del tempo, dei giovani ricercatori che scrivevano le prime RFC (Request-For-Comment, gli standard della rete) di Internet! Ricordiamo che i primi quattro nodi di Arpanet (poi evoluta in Internet) sono stati collegati nel 1969! Forse bisogna ricordare cosa pensavano i giovani del tempo. Per non parlare della “liberazione” introdotta dal Personal Computing (il primo personal computer della storia è l’Olivetti Programma 101 del 1965!). Certamente poi il Web, in particolare il Web “facilmente scrivibile” come il Web 2.0 ha aperto alla società intera i diari della rete (Web-log) i blog, i wiki, i social network, …

Nel frattempo negli ultimi trenta anni abbiamo assistito ad una crescita esponenziale delle disuguaglianze, che nemmeno nel medioevo erano così drammatiche: oggi 50 persone fisiche controllano il 50% delle risorse disponibili sul pianeta (Credit Suisse, 2016), i miliardi di utenti della rete sono diventati praterie sterminate per i “big-five” (Microsoft, Apple, Google, Amazon, Facebook). Tra le prime dieci imprese del pianeta, cinque sono proprio loro. I dati, l’informazione (e la conoscenza) sono diventati “il petrolio del XXI secolo”, il Cloud Computing ha sottratto agli utenti la libertà dell’era del Personal Computing, ora gli utenti hanno in mano solo un touch-screen, mentre memoria e elaborazione non sono più nelle loro mani ma “dall’altra parte delle rete”, nei giganteschi datacenter dei big-five. Sarebbe interessante approfondire il tema della società attuale che “plasma” tecnologie centralizzate come il cloud.

Forse eravamo stati troppo ottimisti nel pensare che la tecnologia di per sé avrebbe portato verso una società utopica? In ogni caso, ci sono ancora molte cose da fare, molti progetti da realizzare. Magari introducendo anche una riflessione sugli aspetti etici delle tecnologie dell’informazione. Da “post-pessimisti“, senza ingenuità, ma continuando il cammino dell’utopia, dobbiamo continuare a ricercare ed approfondire il legame tecnologia-società, a progettare per una società più giusta: anche nell’infosfera esiste il “diritto-di-avere-diritti” (Rodotà, Laterza, 2012).

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