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WEF, vincono solo le big tech: così si alimenta la guerra perpetua

Le big tech hanno quasi raddoppiato gli utili tra il 2019-2021; la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021. Per i super ricchi, la pandemia è stata uno “dei periodi migliori della storia”, il tutto mentre la guerra tecno-capitalista è diventata globale e normale. Un po’ di dati di contesto al WEF di Davos

27 Mag 2022
Lelio Demichelis

Docente di Sociologia economica Dipartimento di Economia- Università degli Studi dell’Insubria

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Al World economic forum (Wef) di Davos – uno dei maggiori luoghi di culto di quella che abbiamo chiamato religione tecno-capitalista – grande è stata ovviamente la preoccupazione per gli effetti della guerra in Ucraina. Il Chief Economist Outlook del Wef pubblicato lo scorso 23 maggio attende per il 2022 una minore attività economica, un’inflazione più elevata, salari reali più bassi e una maggiore insicurezza alimentare (leggasi, rischio di carestia globale).

Davos World Economic Forum 2022: Global summit to discuss economy, climate change | English News

“Siamo al culmine di un circolo vizioso che potrebbe avere un impatto sulle società per anni. La pandemia e la guerra in Ucraina hanno frammentato l’economia globale e creato conseguenze di vasta portata che rischiano di spazzare via i guadagni degli ultimi trent’anni” – secondo Saadia Zahidi dello stesso Wef. “I leader devono affrontare scelte difficili e compromessi a livello nazionale quando si tratta di debito, inflazione e investimenti. Tuttavia, i leader aziendali e governativi devono anche riconoscere l’assoluta necessità della cooperazione globale per prevenire la miseria economica e la fame di milioni di persone in tutto il mondo”.

I guadagni degli ultimi trent’anni?

Chissà a cosa si riferiva Saadia Zahidi quando parlava dei guadagni degli ultimi trent’anni… Che sono stati anni in realtà di costruzione dell’egemonia della disuguagliante ideologia neoliberale (le disuguaglianze sono infatti cresciute e sono state una deliberata scelta politica, appunto neoliberale, come sosteneva il Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz); di nuove tecnologie che avrebbero dovuto essere liberanti dalla fatica e dalla miseria donandoci più tempo libero e una vita migliore, in realtà sono sempre più totalizzanti (tutti connessi, tutti integrati nella rete gestita massimamente da imprese private) e anch’esse disuguaglianti – oltre che a crescente sfruttamento del lavoro e di crescente estrazione di plusvalore dalla vita intera dell’uomo, dall’Industria 4.0/taylorismo digitale al caporalato digitale delle piattaforme al capitalismo della sorveglianza secondo Shoshana Zuboff; anni, ancora e soprattutto, di una crisi climatica e ambientale che sta provocando disastri non solo ambientali ma anche sociali e che è effetto diretto e conseguente della rivoluzione industriale capitalistica.

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In realtà era del tutto prevedibile – conseguenziale – che quelle politiche neoliberali e quelle nuove tecnologie avrebbero prodotto il caos sistemico e la disruption compulsiva di oggi. In cui e grazie al quale tuttavia il tecno-capitalismo si muove felicemente (avendolo appunto prodotto), con la correità degli Stati, e insieme ad essi costituendo il complesso statale-industriale-finanziario che governa il mondo.

E infatti non è vero che la globalizzazione è morta o che la guerra ha frammentato l’economia mondiale, perché essa rinasce – è nella sua essenza accrescersi incessantemente nella ricerca spasmodica e compulsiva di sempre nuovi profitti privati – e si trasforma sulla base del rafforzamento di vecchi e nuovi imperialismi, orientali e occidentali, in una pericolosissima voglia di guerra che si diffonde tra le cosiddette grandi potenze.

Le disuguaglianze secondo Oxfam

A ricordarci per fortuna cosa è accaduto realmente negli ultimi tre decenni – e a chi sono andati i guadagni – ci ha pensato come sempre Oxfam. Secondo l’ultimo Rapporto, le ricchezze dei miliardari del mondo – gli oligarchi del tecno-capitalismo, come dovremmo definirli, perché questo sono – sono cresciute più in due anni di Covid-19 che nei 23 anni precedenti. Con una immagine ad effetto, Oxfam ricorda che, di fatto, negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano le grandi imprese nei settori tecnologico, alimentare e energetico hanno visto aumentare le proprie fortune al ritmo di 1 miliardo ogni 2 giorni, mentre 1 milione di persone ogni 33 ore rischia di sprofondare in povertà estrema nel 2022. Di più: nel 2000 i miliardari possedevano/controllavano il 4,4% del Pil globale, ora il loro possesso/controllo è salito al 13,9%. Ma controllare/possedere tali quote del Pil mondiale significa in realtà controllare/possedere la vita delle persone.

La ricchezza di Elon Musk

E ancora: dal 2019 la ricchezza di Elon Musk – quello che per alcuni (neoliberali) è un imprenditorie visionario, un paladino della libertà di espressione (volendo comprare Twitter, ma forse ci sta ripensando) e un libertario (e poco importa che dichiari di voler votare per i repubblicani integralisti e antiabortisti) è cresciuta del 699%. Di più, secondo Oxfam – confermando la tesi di Stiglitz richiamata sopra – nel Club dei miliardari del mondo sono contemplati quasi 2.700 soci (ma le stime non sono univoche e i dati potrebbero essere sbagliati per difetto), aumentati del 27,3% (in cifra: + 573) dall’arrivo della pandemia. Sempre nei due anni di Covid-19, la crescita dei prezzi di energia e beni di prima necessità, ha invece fatto aumentare i poveri di oltre 260 milioni di individui.

La pandemia miglior periodo di sempre per le big tech

Questo mentre il settore delle nuove tecnologie – Apple, Microsoft, Tesla, Amazon e Alphabet – ha quasi raddoppiato gli utili tra il 2019 e il 2021, per un totale di 271 miliardi di dollari. Amazon li ha addirittura triplicati. Ovvero, per i super ricchi, la pandemia è stata uno “dei periodi migliori della storia”, come sintetizza il Rapporto dell’Oxfam.

Più che di guadagni secondo il Wef, si tratta dunque in realtà di una perdita secca e drammatica per tutto il sistema sociale globale. Ma nessuno grida allo scandalo, tanto siamo integrati nel sistema che produce queste disuguaglianze e la crisi climatica; tanto siamo stati tutti convinti (dall’ideologia neoliberale e da quella delle nuove tecnologie), che non ci sono alternative e che nostro compito/dovere di bravi sudditi (come produttori e consumatori e come generatori di dati) è solo e unicamente quello di adattarci alle esigenze della rivoluzione industriale e del capitale, come sintetizzava già nel 1938 uno degli ideologi del neoliberalismo oggi appunto diventato egemone, cioè l’americano Walter Lippmann.

E questo sono stati appunto gli ultimi trent’anni di neoliberalismo: la costruzione paziente ma progressiva del nostro adattamento (senza più avanzare pretese di cambiamento, senza più conflitti sociali, dimenticando concetti come equità e giustizia sociale – e oggi anche ambientale – e quello di Progresso) alle esigenze della rivoluzione industriale (della quarta, ma che in realtà è uguale alla prima, a parte il digitale che sembra innovativo, ma non ne cambia l’essenza). Un adattamento dell’uomo e della società alle esigenze delle imprese generato (anche o soprattutto con la complicità delle socialdemocrazie, totalmente cieche davanti al capitalismo e alla tecnica come razionalità strumentale/calcolante-industriale) attraverso l’imposizione dei processi di flessibilizzazione e precarizzazione dei mercati del lavoro e di liberalizzazione dei movimenti di capitale, della libertà di delocalizzazione delle imprese arrivando alle piattaforme digitali (la nuova forma della fabbrica) e alla perdita della privacy (necessaria alla costruzione del Big Data) arrivando al green-washing e all’illusorio resettaggio del capitalismo (promosso sempre dal Wef). Il tecno-capitalismo è così diventato – molto più del vecchio capitalismo – una forma di vita totalmente omologata e – come direbbe Herbert Marcuse – ancor più unidimensionale, nei modi di vivere e di pensare e non solo di lavorare e consumare. Realizzandosi la piena colonizzazione antropologica dell’uomo (concetto che riprendiamo da filosofi e sociologi come Habermas, Gorz e Bodei) da parte del capitale e della tecnica.

Il complesso militare-industriale

Non solo. Mentre viene di fatto combattuta da anni – come ha scritto Papa Bergoglio – una terza guerra mondiale a pezzi, con crimini, massacri e distruzioni per lo più invisibili, la spesa militare mondiale è raddoppiata dal 2000 al 2021 arrivando a 2.113 miliardi di dollari secondo il Sipri, poi cresciuta ancora dopo la crisi ucraina.

È il potere specifico del complesso militare-industriale – e ricordiamo che il termine venne usato per la prima volta dal Presidente americano Eisenhower per allertare il popolo americano sul pericolo implicito negli accordi segreti fra potere politico, industria bellica e militare del paese – cui oggi si è potentemente aggiunto il potere tecnologico e finanziario. E poiché il mercato punta alla massimizzazione del profitto (di potenza degli Stati, ma anche e sempre più delle stesse imprese del complesso militare-industriale e di quello statale-industriale-finanziario), è ovvio che più guerre ci sono – meglio se nascoste o a bassa intensità mediatica (pensiamo a quelle, oggi, per il controllo delle materie prime legate al digitale) ma quando serve anche ad alta intensità mediatica, come per l’Ucraina – maggiore è ovviamente il profitto privato per il capitale e la potenza degli Stati. Perché anche le armi, sempre più spinte dall’evoluzione (sic!) tecnologica, come ogni altra merce vengono prodotte per essere consumate, cioè usate in qualche guerra; e non usarle – e non farne crescere il business – per il sistema e per le imprese belliche è un riprovevole tempo morto che deve essere – secondo la razionalità strumentale/calcolante del sistema – possibilmente ridotto a zero, la pace essendo di fatto un intralcio e una limitazione da rimuovere. E di nuovo, questi vent’anni sono stati per il sistema tecno-capitalista “uno dei periodi migliori della sua storia”.

A questo possiamo aggiungere chi specula – sempre il capitale/capitalismo – anche sulla fame. Anche qui, qualche dato, per aggiungere altre tessere al puzzle. Alla più grande borsa dei cereali in Europa, quella di Parigi, nel 2018 circa un quarto dei contratti alimentari che venivano stipulati erano di natura speculativa, mentre oggi sono i tre quarti. Cioè il capitale gioca sui futures, e a farlo sono soprattutto gli investitori istituzionali come i fondi pensione. Ovvero, come ha sostenuto Olivier De Schutter, relatore speciale dell’Onu sulla povertà estrema e i diritti umani, i fondi “scommettono sulla fame e peggiorano la situazione”. Ci sarebbe da inorridire, se fossimo persone dotate di etica e di senso della giustizia, e invece il sistema prosegue indisturbato a massimizzare i propri profitti e quelli degli investitori.

E infatti quando, come nel 2007 – ricordano Margot Gibbs, Thin Lei Win e Sipho Kings – “si verificò un’altra crisi dei prezzi alimentari, le autorità di controllo in Europa e negli Usa entrarono in azione. Ma il settore rispose con una intensa attività di lobby e azioni legali. Normative che già prima non incidevano molto sono state modificate nel 2020 per essere ancora meno efficaci. Di conseguenza, il cibo costa di più e ci sono pochi modi per impedirlo. Nel frattempo, pochi fanno profitti mentre molte persone soffrono la fame”. Questo mentre oggi le riserve globali di cereali sarebbero superiori di un terzo rispetto a quanto necessario per nutrire tutti.

Conclusioni

Immanuel Kant, molto tempo fa (1795) ci invitava a costruire la pace perpetua. Noi stiamo invece continuando a costruire ogni giorno la guerra perpetua. Guerra militare contro i popoli del mondo (e oggi anche – e di nuovo – tra popoli europei) e guerra tecno-capitalistica – cos’è la concorrenza economica e tecnologica, cos’è la finanza, cosa sono le multinazionali se non una guerra civile individuale e industriale diventata globale e normale? – contro l’uomo e la biosfera.

È tempo forse di riprendere Kant e di provare a immaginare una pace perpetua con noi stessi, con gli altri e soprattutto con la biosfera e le future generazioni.

Bibliografia

Demichelis L. (2015), “La religione tecno-capitalista”, Mimesis, Milano-Udine

Gibbs M. et al., “Chi specula sulla fame”, in Internazionale nr. 1460, del 13 maggio 2022

Marcuse H. (2005), “L’uomo a una dimensione”, Einaudi, Torino

Oxfam (2022) – https://www.oxfamitalia.org/davos-2022-crescono-le-disuguaglianze/

Sadin E. (2019), “Critica della ragione artificiale”, Luiss University Press, Roma

Zuboff S. (2019), “Il capitalismo della sorveglianza”, Luiss University Press, Roma

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