edilizia innovativa

Building Information Modeling, i problemi dell’Italia e come risolvere

Il settore dell’edilizia deve recuperare forti ritardi in termini di innovazione. Il Building Information Modeling è uno strumento importante, ma in Italia è stato calato dall’alto ed è ostacolato dall’inefficienza del mercato e da una PA poco incline al cambiamento. Ecco come rimediare per coglierne i vantaggi

09 Apr 2018
Tommaso Dal Bosco

Investimenti Urbani – IFEL Fondazione Anci

Gian Carlo Magnoli Bocchi

AD Magnoli & Partners srl (Società di Edison)

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Il 27 gennaio scorso, a 15 giorni dalla pubblicazione del decreto che il Ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio aveva firmato il 1 dicembre 2017, l’introduzione dell’obbligo della adozione dei sistemi di modellazione digitale per la progettazione ma, non dimentichiamolo, anche per la gestione dell’intero ciclo di vita delle opere pubbliche è definitivamente programmata.

In un articolo precedente sul BIM Barbara Weisz ci ha spiegato come funziona il nuovo obbligo di progettazione digitale con quali modalità e con che scansione temporale.

Qui vorremmo analizzare quali saranno o potrebbero essere gli impatti e valutare l’adeguatezza del sistema di incentivazione di questo fenomeno – in realtà molto atteso – sulle amministrazioni, sui professionisti e sulle imprese del nostro Paese.

Building Information Modeling, impatti e adeguatezza del sistema di incentivazione

La rivoluzione tecnologica digitale che ha investito tutta la società contemporanea ma, in particolare, l’industria manifatturiera, sembrava aver dimenticato il sistema delle costruzioni che, nel mondo, di tutti i comparti industriali è l’unico che nei 50 anni che vanno dal 1964 al 2014 ha diminuito in termini assoluti la propria produttività (Valore Aggiunto per ora lavorata). Nello stesso periodo la manifattura è cresciuta quasi tre volte tanto.

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Prendendo in considerazione l’Europa soltanto, nella graduatoria della produttività in edilizia, secondo l’OCSE l’Italia è ultima. E ancora in leggera flessione.

BIM, quant’è importante il supporto all’innovazione nell’edilizia

È per questo e, ovviamente, anche per l’importanza e il valore anticiclico che viene riconosciuto all’industria delle costruzioni, che molti Paesi si sono impegnati nell’adozione di misure di supporto all’innovazione di questo importante comparto e, la questione, ha importanti, molteplici riflessi su:

  • recupero di produttività e industrializzazione dei processi produttivi
  • miglioramento della qualità del costruito
  • livello di trasparenza nella gestione degli investimenti

Il Building Information Modeling che giustamente viene considerato un po’ il cardine delle prospettive di innovazione del sistema, è entrato nel dibattito tecnico istituzionale di molti paesi con approcci differenziati.

Da questo punto di vista Chiara Rizzarda, già due anni fa ci ha consegnato un interessante rapporto ancora oggi leggibile sul suo profilo Linkedin, da cui però emerge chiaramente che, pur tra le differenze che è lecito aspettarsi tra diversi Paesi, una costante si può rilevare: quasi mai il punto di partenza è una norma.

Se vogliamo guardare alle economie più avanzate del continente, Germania, Inghilterra e Francia che, per valore di investimenti in costruzioni, stanno davanti all’Italia, sono arrivate alla norma solo a valle di un percorso che ha coinvolto università, centri di ricerca, task force nazionali capaci di dialogare con il sistema delle imprese e delle professioni, la realizzazione di progetti pilota attuati con la committenza pubblica, come realizzato attraverso gli interventi nell’edilizia scolastica in Inghilterra o in quella popolare in Olanda: un sistema osmotico che permette di riportare nella norma ma, prima ancora, in linee guida standard l’esperienza delle buone pratiche sul campo.

BIM in Italia, una normativa senza strategia condivisa

In fondo, se guardiamo agli strumenti normativi, il nostro Paese non sembra in ritardo. La sensazione è però che l’impianto normativo non sia il frutto di una precisa strategia condivisa e deliberata ma della semplice necessità, sostenuta da varie pressioni lobbistiche, di allinearsi a quanto avviene nei paesi più evoluti ai fini di un generico (ancorché sacrosanto) bisogno di recuperare competitività.

E il processo, naturalmente, ne risente perché l’innovazione viene introdotta per obbligo normativo e la graduazione della sua applicazione risponde alla necessità di dare tempo agli attori del sistema di adeguarsi sotto il profilo delle dotazioni tecnologiche e della formazione ma (almeno per ora) senza un framework nazionale di indirizzo e coordinamento e, men che meno, una piattaforma condivisa.

Così l’imposizione sembra più una tassa da pagare che un passo verso l’innovazione competitiva e si cerca di perseguirla con il minor sforzo possibile.

La Francia, per dire, ha investito 20 milioni di euro per determinare la sua strategia, l’Olanda 40 per il suo Energiesprong (di cui il BIM è pilastro portante).

Sappiamo che in Italia, un elevatissimo numero di edifici pubblici manca completamente di informazioni essenziali sia per la sua sicurezza, perché è stato costruito prima delle norme antisismiche, sia per una efficiente gestione ma anche, non è un paradosso, per la sua stessa negoziabilità sul mercato.

Infatti, tra le varie cifre spesso snocciolate riguardo il patrimonio immobiliare italiano (sia pubblico che privato), oltre agli inquietanti dati strutturali, una fa impressione: il 70% delle negoziazioni non può concludersi a causa di mancanza di conformità edilizie o catastali. Ciò allunga i tempi e rende incerte le trattative oltre a generare costi inattesi e spesso non banali influenzando in modo negativo il già sofferente mercato.

Il fascicolo del fabbricato è normalmente lo strumento che si indica per ovviare a questo limite e per avviare un processo di regolarizzazione tecnica e amministrativa del patrimonio immobiliare italiano. Il dibattito si è polarizzato tra chi (i professionisti) lo sostiene come assolutamente necessario e chi (i proprietari) lo ritiene un inutile aggravio economico e burocratico. È evidente che, da questo punto di vista, pesa la concezione “statica” che si ha di uno strumento come il fascicolo del fabbricato. Tutto il contrario del BIM la cui concezione è invece estremamente dinamica e finalizzata a “vegliare” sull’edificio per tutto il suo ciclo di vita contribuendo così a ridurre i costi e a razionalizzare la manutenzione, a garantire la sicurezza e il confort configurandosi così come uno strumento per la gestione e non un semplice “passaporto” connesso ad un adempimento burocratico.

Ecco perché probabilmente sarebbe stato più opportuno incentivarne l’uso, anche sul mercato privato, attraverso forme di premialità in cambio di informazioni strutturali sul patrimonio (oggi praticamente inesistenti e, in realtà, così importanti) piuttosto che limitarsi a obbligarne l’impiego nelle opere pubbliche di grandi dimensioni.

BIM e big data, i vantaggi per mobilità, sanità e welfare

Il BIM, infatti, non è solo un innovativo sistema di controllo della progettazione e del cantiere. È anche, e soprattutto, l’interfaccia immobiliare con i Big Data. Si immagini ad esempio la possibilità di correlare dati relativi alle prestazioni energetiche, all’impatto ambientale e all’utilizzo di scuole, ospedali e uffici pubblici, quali informazioni può dare al decisore pubblico per determinare le policy su mobilità, sanità e welfare.

Purtroppo invece, accanto all’obbligo, non è ancora previsto un sistema incentivante e quindi, se da un lato si comprende la lenta gradualità (solo nel 2025 vigerà per tutti gli appalti) con cui il decreto impone l’adozione (perché il sistema è impreparato e bisogna favorire la transizione), dall’altro, con tutti i problemi di aggiornamento tecnologico e formativo, è anche difficile che una progressione così lenta possa fungere da volano per l’innovazione nel sistema. Inoltre, il fatto che l’obbligo inizi dalle grandi opere, finisce anche per penalizzare i piccoli o piccolissimi che hanno studiato, investito e si sono attrezzati ma non possono partecipare ai grandi appalti pubblici e che quindi, di fatto, rimangono in posizione subalterna rispetto alle grandi imprese che, alla fine del ciclo (si spera) si saranno organizzate.

BIM, innovazione strutturale per tutta la filiera

Rimane il fatto che l’introduzione del BIM costituisce comunque una ventata di aria fresca fondamentale in un sistema così stanco e logorato dalla lunga crisi. A patto però che si riconosca la portata dell’innovazione. Non un benefit che si offre a contorno, ma una innovazione strutturale che coinvolge (deve coinvolgere) l’intera filiera dalla progettazione alla gestione e che deve garantire qualità globale.

Purtroppo attualmente sul mercato questo ancora non si vede.

Solo per fare un esempio dei limiti applicativi e cognitivi in un mercato impreparato e privo di infrastrutture condivise di supporto come quello italiano: il BIM prevede la generazione di un unico file, utilizzato dai vari attori che gravitano intorno ad una iniziativa, dalla ideazione alla gestione, in cui si possono associare al modello digitale di una costruzione tutte le informazioni rilevanti allo sviluppo di quanto di competenza di ciascuno degli attori, anche dal lato della committenza, ad esempio per fissare e verificare gli aspetti prestazionali. Purtroppo però oggi la modellazione digitale dell’edificio è quasi sempre realizzata senza la (o in grave carenza della) “I” di BIM, ovvero non è il più delle volte accompagnata da un corredo di informazioni essenziali che ne giustificano l’impiego per svilupparne le potenzialità: un bel modello 3D e qualche bel rendering sono considerati sufficienti a illustrare il progetto, e si trascura più o meno volontariamente l’importante onere di associare informazioni al modello.

Gli ostacoli del BIM sul (vecchio e inefficiente) mercato italiano

Questa distorta e ingannevole applicazione trova ancora accettazione nel nostro mercato (che magari la considera anche innovativa per gli “effetti speciali” con cui è in grado di vendersi) per diversi motivi tutti in realtà inconfessabili perché essenzialmente riconducibili a due grandi categorie: 1) mal comune mezzo gaudio, ovvero sono benvoluti standard bassi per tutti in una malintesa idea di parità di opportunità di accesso. 2) meglio un uovo oggi…. Ovvero continuare a beneficiare dei cascami di un mercato vecchio e inefficiente che lascia ampi margini di manovra alla discrezione (e al contenzioso) piuttosto che strutturare un approccio lineare e sicuro ma rigido che costringe a far evolvere la (investire sulla) propria organizzazione. Un file incompleto non obbliga al rigore e consente di reiterare la prassi di criticare il progetto e proporre (onerose) varianti in cantiere.

Un bel modello 3D e accattivanti rendering sono una falsa rappresentazione del BIM: il “vero” BIM comporta l’applicazione di un processo rigoroso simile a quello della messa in produzione di una linea in manifattura applicato ad un sistema che, invece, è abituato ad essere appeso a mille variabili considerate incontrollabili: ogni aspetto va deciso ex-ante, senza possibilità di realizzare varianti a valle.

Bisogna fare di tutto per evitare che questi antichi vizi non finiscano per ostacolare o rallentare il processo di innovazione. In questo senso su questo punto forse il decreto avrebbe fatto meglio a fare un riferimento alla norma UNI 11337 anche se rimarremmo sempre in un ambito di tipo vincolistico – prescrittivo e non facilitativo.

Diffondere la cultura del BIM nella PA per evitare rischi di rigetto

In questo senso è necessario quindi diffondere, specie nelle amministrazioni pubbliche una cultura del “vero” BIM che passa, non solo ma certamente anche, da una riorganizzazione dei servizi settoriali delle amministrazioni che, oggi, non dispongono di informazioni su cui basare politiche di valorizzazione, riqualificazione o rigenerazione perché distribuite illogicamente tra patrimonio, ragioneria, lavori pubblici, urbanistica e poi scuola, servizi sociali, sport, edilizia. Chi costruisce, chi fa gli appalti, chi paga le bollette, chi usa l’edificio. Insomma, in definitiva, nessuno si può così occupare efficacemente e sistematicamente dell’efficienza della gestione del patrimonio né dare un senso agli investimenti da fare su di esso, al di fuori di un’ottica puramente emergenziale.

Poco il decreto dice su questo nonostante le raccomandazioni di molti dei soggetti auditi nella sua fase di gestazione. I cambiamenti organizzativi e le conseguenti necessità di adeguamento formativo sono processi non banali e, specie da noi dove vent’anni di blocco del turn over hanno invecchiato il funzionariato e sclerotizzato le competenze interne alle amministrazioni, hanno bisogno di investimenti e accompagnamento. Ovviamente il problema non sarà all’inizio con l’obbligo per le opere di valore superiore a 100 Milioni di Euro (negli ultimi 5 anni in media sono state meno di 40*) ma al 2023 quando sotto la “tagliola” dell’obbligo ricadranno le opere di valore pari o superiore a un milione (la media italiana degli ultimi 5 anni è sotto 1,3 M*) e vi saranno da fronteggiare più o meno 12 mila appalti* (* dati CRESME). Allora la nostra Pubblica Amministrazione dovrà essere pronta e quindi questi anni dovranno essere ben impiegati per la sua strutturazione e per farlo serviranno una strategia, un programma e delle risorse. Il tutto per evitare rischi di “rigetto”.

Da questa necessità e corrispondente responsabilità non sono però esenti nemmeno professionisti e imprese che devono imparare a proporsi in modo serio e qualificato permettendo all’innovazione di dispiegare tutto il suo potenziale.

Un altro aspetto molto importante sarà quello di non farsi abbagliare dalle presunte virtù taumaturgiche della tecnologia e non illudersi che, con la sua acquisizione tutto sarà risolto. Il BIM non è una applicazione informatica. Il BIM è una metodologia che invita alla razionalizzazione e al controllo di processi complessi. Prima vanno ordinati i processi, poi la tecnologia potrà aiutare a gestirli.

L’obbligo introdotto dal decreto ministeriale non deve quindi essere scambiato per un incentivo ai venditori di software o apparecchiature.

BIM, evitare speculazioni e un tavolo permanente

Questa osservazione, al pari di quella sulla formazione, ci dà lo spunto per parlare anche di un altro aspetto un po’ prosaico ma, specie quando si tratta di bilanci comunali, molto importante. In alcuni casi decisivo.

Una licenza BIM sul mercato ha un costo che può oscillare fra i 3 e 4 mila euro e un computer adeguato a far girare la piattaforma può arrivare anche a 10 mila. Si tratta di cifre assolutamente modeste se si pensa all’avvio di una attività professionale. Ma se ad esempio si pensa all’adeguamento dei sistemi informatici di tutte le stazioni appaltanti del Paese, per poter dialogare con strutture che lavorano in BIM allora l’ostacolo con gli attuali vincoli di bilancio può risultare davvero difficile da affrontare. È vero che è prevedibile che con la diffusione i prezzi tendano ad abbassarsi, ma è anche vero che l’obbligo di per sé può rischiare di diventare un’arma di speculazione per i fornitori di apparecchiature specialistiche. Bisognerà pertanto vigilare ed operare per la diffusione di piattaforme e tool open source (v. www.youbim.com ).

Un tavolo permanente tra committenza e imprese, come quello che già opera all’interno di Patrimoni PA net, sarebbe auspicabile per affrontare e sciogliere tutti i nodi rappresentati per innervare – con una strategia meglio definita, più partecipata ed efficace – la crescita e l’innovazione in un settore, quello edilizio, che ha enormi sfide davanti per recuperare i ritardi accumulati e aggravati da 10 anni di crisi. Crisi che non è solo delle imprese ma che si misura anche in mancati investimenti per il miglioramento e la crescita delle nostre città.

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