Dematerializzazione delle opere, come gli NFT cambiano i paradigmi dell'arte - Agenda Digitale

L'analisi

Dematerializzazione delle opere, come gli NFT cambiano i paradigmi dell’arte

Gli NFT – Non fungible token stanno rivoluzionando il mondo del mercato dell’arte, portando alla dematerializzazione e alla trasformazione dell’arte stessa: approfondiamo perché le persone sono attratte da questi nuovi modelli e quali sono opportunità e sfide che presentano

16 Lug 2021
Fabio De Felice

Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale

Antonella Petrillo

Università degli Studi di Napoli “Parthenope”

Negli ultimi anni diverse case d’asta, e Christie’s in particolare, hanno portato l’arte digitale all’attenzione del grande pubblico, spingendo molti artisti verso la creazione di opere generate da GAN (Generative Adversarial Networks). Oggi le persone spendono milioni per un NFT (Non-fungible token). Un file, che dunque non si può vedere, ammirare come in un museo o in una galleria d’arte. Esiste un problema di dematerializzazione dell’arte ed un problema di trasformazione dell’arte. Interessante approfondire cosa spinga le persone verso questi nuovi modelli e quali siano le sfide e le opportunità che si presentano.

La dematerializzazione dell’opera d’arte: tra salto tecnologico e mimesi

Tutti pazzi per i NFT, i “non-fungible tokens” venduti a peso d’oro. Ultima moda che arriva dal mondo dei dispositivi che rappresentano la proprietà di un bene, oggetto del mondo digitale o reale, grazie ad una informazione registrata su blockchain che segnala la proprietà di un oggetto, in particolare un’opera d’arte. Abbiamo tutti assistito increduli il 12 marzo del 2021 all’asta della casa d’arte Christie’s che ha venduto per 69 milioni di dollari l’NFT di “Everydays: the first 5000 days” firmata da Beeple, al secolo Michael Joseph Winkelmann. Siamo all’alba di un nuovo salto tecnologico, destinato ad influire in maniera singolare sulla vita degli uomini, incidendo anche sui loro gusti e preferenze estetiche? Di certo gli NTF stanno impattando il mercato artistico non diversamente da come le cripto-valute sui circuiti della finanza (settore a sua volta spinto da un inarrestabile trend di crescita, nonostante le turbolenze dovute alla pandemia).

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NFT, verso il collezionismo 4.0: il caso della prima asta “digital” di Christie’s

C’è di nuovo che la fruizione dell’opera d’arte passa stavolta del tutto attraverso la realtà della digitalizzazione, in maniera tanto più incalzante e pervasiva, con una sorta di frenesia che si associa di solito alla scoperta di un “nuovo mondo”: una nuova dimensione che porta a sostituire l’oggetto artistico che per secoli ha consistito, in ogni campo delle arti figurative, in una tangibile, corporea fisicità. Pochi mesi dopo (il 12 maggio del 2021) a New York, Sotheby’s, batteva il dipinto “Le Bassin aux Nymphéas” di Claude Monet allo stesso valore dell’ NFT di cui prima abbiamo parlato. Se riavvolgiamo la macchina del tempo, e la riportiamo agli inizi del 900 quando il movimento trasformazionale delle Avanguardie si avviava verso l’Impressionismo – innovativa corrente artistica, di cui Monet viene a giusta ragione considerato il padre – ci sembra di assistere ad un nuovo passaggio epocale.

Secondo i classici corsi e ricorsi di vichiana memoria stiamo forse assistendo ad un nuovo passaggio che segnerà la fruizione dell’arte nei prossimi anni? Di sicuro la tecnologia non risparmia e non sta risparmiando l’arte in tutte le sue forme. Ma questa volta la trasformazione va ad agire su aspetti sensoriali che mai avremmo immaginato. L’arte di Michelangelo, magistralmente vocata all’imitazione della natura per arrivare alla bellezza (anzitutto interiore e spirituale), di sicuro si discosta molto dall’arte contemporanea, segnata dalle tendenze artistiche che si sono sviluppate nel secolo scorso attraverso molteplici forme di espressione, tutte con un tratto distintivo più o meno marcato: la volontà di svincolarsi dalla realtà tangibile. Una estraniazione che appare evidente oggi, ma che è stata una faticosa (e a volte dolorosa) conquista nel tentativo di acquisire nuovi spazi all’inventiva e all’espressione artistica: medesima sollecitazione che spinge gli artisti di oggi ad utilizzare le possibilità offerte dalla rivoluzione elettronica e digitale nell’intento di promuovere e di essere protagonisti di nuovi linguaggi.

I precedenti

Il fil rouge che lega ieri e oggi, al di là delle idee che cambiano e della differenza di soluzioni, vede sempre l’uomo alla ricerca di una forma di poiein, un interrogarsi continuo sull’arte come eredità che riemerge, e si presenta oggi come pensiero astratto capace di suscitare un’onda emozionale.

Nelle correnti d’avanguardia del secolo scorso scorgiamo la nascita di un piacere percettivo che acquisisce altre dimensioni – e una più vasta intensità – che non hanno nulla a che fare con la tattilità visiva dell’oggetto bi o tridimensionale. Assistiamo alle tracimazioni e alle fughe dal tattile negli elementi primitivi del cubismo o simbolici del simbolismo o la ricerca della supremazia del colore e della luce con l’impressionismo; fino alle più recenti ricerche visuali-cinetiche della Pop-art americana. Riprendendo, ad esempio, il Manifesto del Futurismo, notiamo che esso tende a scardinare le convenzioni e a stupire con affermazioni quali “noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie…”. Tuttavia una costante di tutta questa evoluzione è sempre stata quella di attivare sempre la stessa parte della nostra esperienza sensoriale. Ovvero la vista. Stiamo assistendo a nuove forme d’arte pervase dal digitale come quelle prodotte da Anna Zhilyaeva, magistralmente immersa nella realtà virtuale, tanto da entrare nelle sue stesse opere.

Ma anche in questa nuova forma artistica, i sensi attivati sono sempre legati alla fruizione attraverso uno dei nostri recettori fondamentali. Ed è proprio qui che ci viene da chiederci come sia possibile riuscire a preservare la “bellezza” dell’arte in un file non fruibile nel senso classico. Non ammirabile in un museo o nel proprio salotto. Allora a cosa si riduce tutto questo? A nuove forme di investimento ad un nuovo modo di poter sfruttare la tecnologia per cambiare anche questo pezzo del nostro mondo? Molte città d’arte, conservano tesori del passato e spesso ci rechiamo in queste città proprio per poter ammirare quello che abbiamo visto nei nostri libri in fotografia o tramite internet, nella consapevolezza che stiamo “respirando” storia e cultura nell’istante della visualizzazione dell’opera. Tutto ciò non potrà essere riprodotto da un file memorizzato in blockchain.

Forse siamo all’alba di un nuovo modo di intendere musei gallerie e pinacoteche. Ci saranno ambienti nei quali i mecenati fortunati aggiudicatari di queste opere dematerializzate, metteranno a disposizione i loro NFT per farli fruire nel modo tradizionale, ovvero attivando la vista che poi riverbera sugli altri nostri sensi? Sappiamo che all’asta con il sistema NTF non si vendono solo le opere d’arte ma anche (per milioni di dollari) performance di un famoso cestista statunitense o i momenti più importanti delle partite a Pokémon di un celebre youtuber (Logan Paul). Il volume di vendite di NFT è passato da 1,5 milioni di dollari del novembre 2020 ad oltre i 10 milioni a gennaio 2021 arrivando a 120 milioni di dollari a marzo dello stesso anno. Il fenomeno sembra inarrestabile.

La questione della creatività e dell’autenticità

Siamo al cospetto di una tipica isteria da bolla speculativa pronta a scoppiare con le più nefaste conseguenze proprio come accade in contesto finanziario? La riposta (forse) non c’è, sicuramente non c’è ancora. Tuttavia intendiamo attivare una riflessione sul salto fenomenologico dovuto a questo attualissimo indirizzo, che porta a compimento la de-oggettualizzazione dell’opera che è stata uno degli obiettivi, forse il più ambizioso, degli artisti che hanno concettualizzato e poi realizzato l’arte contemporanea. L’assunto fondamentale è sempre il medesimo: liberare il modo di vedere dai condizionamenti della consuetudine “ereditata”, basati sull’idea di perfezione dell’arte come equilibrata ed armonica imitazione della realtà.

Per comprendere meglio questo fenomeno potremmo associarlo alla carica innovativa che produsse l’avvento della fotografia nelle arti figurative. Intorno alla fine del XX secolo assistiamo sempre più ad una sostituzione tra l’immagine fotografica di grandi dimensioni le tradizionali immagini pittoriche sia nelle gallerie che nei musei. Percorso durante il quale vengono ad essere superate le premesse simboliche e mitiche che un tempo ne erano l’essenza, fino a strappare la “pellicola trascendente”, come afferma Zlata Maltaric, che la differenziava da ogni altro prodotto umano. Tuttavia proprio nel momento in cui la tendenza alla dematerializzazione raggiunge l’apice, è la stessa tecnologia a permettere di ricostruire le condizioni di irripetibilità e autenticità dell’arte che la rivoluzione industriale aveva disperso. Si celebra oggi il ritorno dell’autenticità e unicità che era stata sottratta all’opera assoggettata alla replicabilità macchinica del codice industriale.

Come ricorda Dannie Chu, amministratore della piattaforma di compravendita NTF MarketPlace: “Esistono centinaia di migliaia di stampe e riproduzioni della Gioconda, ma dal momento che non sono l’originale creato da Leonardo valgono decisamente molto meno. Lo stesso principio si applica agli NFT: puoi copiare e incollare un’immagine o un video ma l’originale, firmato digitalmente dall’artista, è ciò che ha valore”. Proprio questo principio ha spinto la Injective Protocol a bruciare un’opera di Banksy, acquistata per 95mila dollari. Dopo essere stata convertita in materia digitale l’opera è stata rivenduta (tramite NFT) per 382mila in criptovaluta. L’obiettivo della Injective Protocol è stato quello di dare un “nuovo” valore all’opera d’arte oltre l’oggetto fisico. Forse proprio questa è l’essenza del messaggio che ci porta la tecnologia. Riuscire a ricostruire l’unicità dell’opera, la non replicabilità della stessa.

La proprietà

La capacità di fornire prove di autenticità e proprietà dell’arte digitale – prerogativa che avrebbe dovuto fare i conti con il potenziale della riproduzione di massa, se non anche di distribuzione non autorizzata di arte attraverso Internet – risarcisce il processo di creazione artistica di una caratteristica distintiva che era andata smarrita, ossia la sua appartenenza al codice dell’hic et nunc, e la ricolloca nel solco della singolarità e autenticità della tradizione. Una attività creativa che si annuncia “sine materia”. A ben riflettere, sono in questi assunti e nelle tendenze che da essi si originano tutte le precondizioni agevolanti per l’avvento della fruizione smaterializzata e scarnificata dell’arte digitale (o forse meglio: phigitale) alla quale la tecnologia consente di operare sugli elementi più essenziali delle arti visive, vale a dire i colori, vale a dire la luce. Il colore è un attributo degli oggetti che percepiamo quando c’è luce.

La luce è composta da onde elettromagnetiche che si propagano a circa 300.000 chilometri al secondo. Questo significa che i nostri occhi reagiscono all’impatto dell’energia e non alla materia stessa. Gli oggetti ritornano la luce che non assorbono intorno a loro. Il nostro campo visivo interpreta queste radiazioni elettromagnetiche, che l’ambiente emette o riflette, con la parola colore. A questo punto non ci resta che aspettare per comprendere quali dei nostri sensi, questa nuova forma d’arte, vorrà attivare attraverso la tecnologia.

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Bibliografia

Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva. L’arte moderna 1770-1970-L’arte oltre il Duemila. Ed. Sandoni, 2002.

Alice Barale (a cura di) Arte e intelligenza artificiale. Ed. Jaka Book, 2020.

Domenico Quarata, Surfing con Satoshi. Arte, blockchain e NFT. Postmedia Books, 2021.

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