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Intesa ID, i vantaggi dello scoring di affidabilità per l’onboarding digitale



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Verificare un’identità oggi significa valutare anche il contesto che la accompagna. Il caso del Qualified Trust Service Provider del Gruppo Havant evidenzia come l’utilizzo di segnali provenienti da e-mail, telefono, IP e dispositivi possa supportare decisioni più efficaci e proporzionate al livello di rischio

Pubblicato il 30 lug 2026



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Il digital onboarding deve risolvere un equilibrio sempre più difficile. Aziende e utenti chiedono procedure brevi, accessibili da smartphone e prive di interruzioni. La crescita delle frodi d’identità e l’evoluzione normativa impongono però controlli più rigorosi, documentabili e proporzionati al rischio della singola operazione.

La pressione riguarda l’intero ecosistema digitale europeo. L’Enisa Threat Landscape 2025 ha analizzato 4.875 incidenti di cybersecurity avvenuti tra il primo luglio 2024 e il 30 giugno 2025. Sul fronte dell’identificazione a distanza, il report Remote ID Proofing – Good Practices richiama tra le minacce emergenti deepfake e attacchi di injection, favoriti dalla crescente disponibilità di strumenti di intelligenza artificiale. L’Enisa, Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza, raccomanda quindi controlli multilivello, capaci di combinare prevenzione e rilevazione.

Dai controlli sull’identità alla valutazione del rischio

In questo scenario, i truffatori riescono sempre più spesso a combinare informazioni autentiche e dati manipolati. Un documento formalmente valido o una credenziale digitale corretta possono quindi non bastare per valutare l’affidabilità complessiva di una richiesta. Occorre considerare anche i segnali che accompagnano l’identità, come la storia di un numero telefonico, l’anzianità di un indirizzo e-mail, la reputazione di un IP e il dispositivo utilizzato.

Lo scoring di affidabilità porta questi elementi nel processo decisionale. A ogni richiesta viene attribuito un livello di rischio in tempo reale, senza applicare gli stessi controlli a tutti gli utenti. I profili coerenti possono proseguire rapidamente. Quelli dubbi vengono sottoposti a verifiche ulteriori, mentre le richieste ad alto rischio possono essere bloccate o indirizzate a una revisione manuale.

La necessità di un approccio graduato emerge, fra l’altro, anche dagli orientamenti della European Banking Authority sul remote customer onboarding. L’Eba chiede agli enti finanziari procedure commisurate al rischio, una valutazione preventiva delle tecnologie e fonti informative affidabili e indipendenti. I controlli devono inoltre mitigare i rischi di impersonificazione e consentire la ricostruzione delle verifiche svolte.

Il modello seguito da Intesa (Gruppo Havant) integra nella piattaforma Intesa ID un livello di analisi OSINT, tra cui quello sviluppato con Trustfull, società specializzata nella valutazione del rischio digitale e nella prevenzione delle frodi basata sull’analisi della digital footprint. La verifica avviene nel backend e utilizza dati di contatto e segnali della digital footprint per corroborare l’identità presentata dall’utente. Il caso mostra, in sintesi, come una piattaforma di identificazione possa collegare identity proofing, prevenzione delle frodi, compliance ed esperienza utente in un unico flusso.

Digital onboarding, perché l’identità dichiarata non è più sufficiente

I processi di identificazione a distanza si sono diffusi nei servizi bancari, assicurativi, finanziari e nelle telecomunicazioni. Aprire un conto, sottoscrivere una polizza, ottenere credito o attivare un servizio può ormai avvenire senza recarsi in filiale o in un punto vendita. Questa semplicità amplia però la superficie esposta alle frodi. Tra i rischi figurano il furto d’identità, l’account takeover, il Sim swap e le cosiddette identità sintetiche. Queste ultime vengono costruite combinando informazioni appartenenti a persone reali con dati inventati o acquisiti illegalmente.

Una verifica basata soltanto sul documento o sulla corrispondenza tra volto e fotografia può intercettare molte anomalie, ma non ricostruisce necessariamente la coerenza digitale del richiedente. Anche l’accesso tramite SPID o CieID conferma l’identità associata alla credenziale, ma non descrive da solo ciò che sta accadendo intorno alla singola operazione. Un numero di telefono può essere stato trasferito da poco a un’altra Sim. Un indirizzo e-mail potrebbe essere stato creato poche ore prima. E l’utente potrebbe collegarsi attraverso reti anonimizzanti, proxy o dispositivi con caratteristiche incoerenti rispetto alla richiesta.

Lo scoring affianca quindi alla verifica dell’identità una valutazione contestuale del rischio. Il suo valore dipende dalla qualità delle fonti, dalla spiegabilità delle regole applicate e dalla capacità di inserire il risultato in un processo governato, anziché usarlo come verdetto automatico e isolato.

Come cambia l’identity proofing con eIDAS 2.0

Il Regolamento europeo 2024/1183, noto come eIDAS 2.0, ha aggiornato il quadro comunitario dell’identità elettronica e dei servizi fiduciari. Il provvedimento modifica il Regolamento 910/2014 e introduce, tra gli altri elementi, il portafoglio europeo di identità digitale. Gli Stati membri dovranno mettere a disposizione almeno un EUDI Wallet costruito secondo specifiche comuni.

Per i prestatori qualificati di servizi fiduciari, l’articolo 24 disciplina la verifica dell’identità delle persone alle quali vengono rilasciati certificati qualificati o attestazioni elettroniche qualificate di attributi. Il testo ammette diversi metodi di identificazione, purché offrano un livello di sicurezza elevato e rispettino le condizioni previste dalla normativa.

Un riferimento tecnico rilevante è il nuovo standard ETSI pubblicato nel febbraio 2025. Lo standard definisce requisiti di policy e sicurezza per i componenti che svolgono attività di identity proofing per conto dei Trust Service Provider. Lo standard descrive l’identity proofing come il processo che verifica, con il grado di affidabilità richiesto, che l’identità dichiarata da un richiedente sia corretta.

Anche gli orientamenti della European Banking Authority sul remote customer onboarding chiedono agli intermediari di adottare procedure proporzionate al rischio, verificare l’affidabilità e l’indipendenza delle fonti utilizzate e conservare evidenze adeguate sul funzionamento delle soluzioni. Le linee guida mantengono un’impostazione tecnologicamente neutrale, proprio per evitare che la disciplina diventi rapidamente obsoleta.

Il nodo operativo per il mercato italiano riguarda il modo in cui tradurre questi requisiti all’interno di una procedura di identificazione con le identità digitali SPID e CIE di livello 2, ovvero quelle più utilizzate dalla maggior parte dei cittadini e il cui Level of Assurance è considerato non sufficiente dal nuovo standard. La risposta più immediata consiste nell’aggiungere una prova di validità come una videochiamata con un operatore, aumentando i passaggi richiesti e interrompendo un’esperienza progettata per essere completata in pochi minuti.

Come funziona lo scoring di affidabilità nel digital onboarding

Le verifiche di Open Source Intelligence di Intesa intervengono dopo l’autenticazione dell’utente e operano come un livello aggiuntivo di corroborazione. La logica è adattiva: raccogliere segnali, calcolare un indice di rischio e decidere quali richieste possono proseguire senza ulteriori verifiche. Più in particolare, Trustfull elabora in tempo reale informazioni relative a numero telefonico, e-mail, indirizzo IP, browser e dispositivo. Il sistema effettua attività di data enrichment basate su fonti open source e interroga oltre 500 banche dati. A ogni richiesta vengono analizzati circa 300 segnali, dai quali deriva un punteggio di rischio su una scala fino a 1.000.

Per l’indirizzo e-mail possono essere considerate la tipologia del dominio, la deliverability, la presenza di profili social collegati e altri indicatori di reputazione. Sul numero di telefono l’analisi può riguardare la portabilità, le applicazioni di messaggistica associate o eventuali variazioni recenti. L’indirizzo IP offre dati sulla geolocalizzazione e sull’impiego di Vpn, reti Tor o residential proxy. Il dispositivo e il browser aggiungono altri elementi contestuali.

Nessuno di questi dati, preso singolarmente, dimostra la presenza di una frode. La valutazione deriva dalla combinazione e dalla coerenza dei segnali. Un’e-mail appena creata potrebbe essere del tutto legittima. La stessa informazione, associata a un numero telefonico sospetto, a un dispositivo anomalo e a un IP già segnalato, cambia però il profilo della richiesta. Il cambiamento principale consiste nel passaggio da una logica binaria – identità verificata o non verificata – a una valutazione del rischio basata su più livelli.

Il caso Intesa: verifiche silenti dopo l’accesso con SPID o CIE

Nel flusso illustrato da Intesa, l’utente accede tramite SPID di livello 2 o CIE di livello 2. La piattaforma acquisisce gli attributi identificativi e i recapiti dichiarati, quindi Intesa ID richiama le API di Trustfull per avviare l’analisi nel backend. Il sistema restituisce un punteggio di rischio, la classificazione del profilo e i reason code associati ai segnali rilevati. Intesa ID confronta questi elementi con soglie predefinite e stabilisce come proseguire.

I profili considerati affidabili possono arrivare al rilascio del certificato senza ulteriori passaggi visibili. I casi intermedi vengono indirizzati verso una revisione o un controllo aggiuntivo, mentre le richieste con più indicatori critici possono essere respinte. Il check con operatore resta disponibile quando necessario, ma viene riservato alle situazioni che richiedono un approfondimento.

Sul piano della conformità, a maggio 2026 Intesa ha comunicato di aver ricevuto un Conformity Assessment Report da un organismo accreditato per il processo di identity proofing. La valutazione riguarda l’allineamento al Regolamento eIDAS aggiornato e allo standard ETSI di febbraio 2025.

Perché la spiegabilità conta quanto il punteggio

Un sistema di scoring utile al risk management deve rendere comprensibile il percorso che conduce al risultato. Un punteggio privo di motivazioni può velocizzare una scelta, ma rende più difficile verificarla, contestarla o correggerla. Intesa ID affronta questo aspetto associando allo score una serie di reason code, che indicano le regole e i segnali alla base della classificazione. Il responsabile può così distinguere una richiesta penalizzata da un singolo elemento debole da un profilo nel quale convergono più anomalie.

La spiegabilità è particolarmente utile nella gestione della fascia intermedia. Nei casi classificati come “Moderate”, conoscere le ragioni del punteggio aiuta a decidere se chiedere un documento aggiuntivo, avviare una verifica con operatore o consentire la prosecuzione del flusso. I log delle chiamate e delle valutazioni permettono inoltre di ricostruire ex post il processo, un elemento rilevante negli audit, nelle contestazioni e nel monitoraggio dei modelli.

La tracciabilità aiuta anche a individuare configurazioni troppo restrittive. Se molti utenti legittimi vengono classificati come rischiosi per la stessa regola, l’organizzazione può intervenire sulle soglie. Governare lo scoring significa quindi controllare nel tempo la qualità dei dati, l’incidenza di falsi positivi e falsi negativi e l’impatto sui diversi gruppi di utenti.

Ridurre l’attrito senza indebolire i controlli

Ogni azione aggiunta a un percorso digitale aumenta la probabilità che l’utente interrompa la procedura. Un nuovo upload, il passaggio a un’applicazione diversa o l’attesa di un operatore possono diventare punti di abbandono, soprattutto nei servizi a basso margine e ad alto volume. I controlli passivi cercano di limitare questo effetto. Dal punto di vista dell’utente, il percorso rimane simile a un normale accesso con identità digitale. La complessità si sposta nel backend, dove vengono raccolti e correlati i segnali.

Intesa dichiara che le verifiche introdotte dalla piattaforma sono silenti e non generano drop-off direttamente attribuibili a interazioni aggiuntive, riportando un true positive rate elevato.

Il beneficio economico potenziale riguarda diversi fattori. Una procedura più breve può sostenere il completamento dell’onboarding, mentre l’automazione riduce il numero di pratiche da inviare agli operatori. Una migliore selezione dei casi sospetti, al contempo, contiene i costi delle frodi e delle verifiche manuali.

L’effetto reale varia però in base al contesto. Un istituto di credito, una compagnia assicurativa e un operatore telefonico affrontano rischi diversi. Anche le conseguenze di un falso positivo cambiano: possono tradursi nella perdita di un cliente, nel ritardo di una pratica o nell’impossibilità di accedere a un servizio essenziale.

Privacy e minimizzazione nello scoring della digital footprint

L’analisi della digital footprint apre questioni che superano la sola sicurezza tecnica. Occorre chiarire quali dati vengano utilizzati, da quali fonti provengano, per quanto tempo siano conservati e su quale base giuridica avvenga il trattamento. Intesa spiega che i dati sono gestiti secondo criteri di minimizzazione e pseudonimizzazione, ove applicabili, e che i servizi risiedono su infrastrutture europee.

Per le aziende che adottano la piattaforma, queste garanzie tecniche sono solo una parte del lavoro. Il titolare del trattamento deve definire finalità, pertinenza dei dati, tempi di conservazione e responsabilità dei soggetti coinvolti. Va inoltre valutato se il processo possa generare decisioni automatizzate con effetti significativi sull’interessato.

Particolare attenzione richiede l’uso di fonti aperte. OSINT non significa che un dato pubblicamente accessibile possa essere riutilizzato senza limiti. Restano validi i principi di liceità, correttezza, trasparenza e minimizzazione previsti dal GDPR.

La qualità di una piattaforma di identificazione dipende quindi anche dalla capacità di documentare fonti, reason code e logiche decisionali. In uno scenario in cui frodi digitali, requisiti normativi ed esperienza utente devono convivere, la capacità di combinare identificazione, valutazione del rischio e trasparenza dei processi diventa uno degli elementi chiave per rendere sostenibile il digital onboarding su larga scala.

Articolo realizzato in partnership con Intesa

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