pandemia e burocrazia

Semplificare è possibile, col digitale: non sprechiamo la “lezione” del Covid-19

Nel 2020, in piena pandemia, non è pensabile che i rapporti tra Pa, i cittadini e aziende siano ancora gestiti attraverso domande e autocertificazioni: una perdita di tempo, energie ed efficienza. Le tecnologie ci sono e il male non è solo la burocrazia in sé, il problema sono i processi e il modello di PA che vogliamo

Pubblicato il 13 Mag 2020

Paolino Madotto

CEO Intelligentiae s.r.l., manager esperto di innovazione, autore

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Semplificare è possibile, col digitale: non sprechiamo la “lezione” del Covid-19
Foto di Mariann Szőke da Pixabay

Come spesso accade quando si tratta di erogare benefici, sussidi e contributi, ecco che spunta la burocrazia che tutto ferma e tutto “impantana”, costringendo cittadini e imprese a vessazioni inutili. Lo stiamo vedendo in queste settimane di emergenza Covid-19.

Di contro nelle ultime settimane una serie di casi di cronaca relativi ad alcune gare Consip hanno riportato l’attenzione su come, attraverso il meccanismo delle autocertificazioni – strumento nato nel lontano ’68 esteso con la legge Bassanini e normato nel 445/2000 – alcune aziende siano risultate vincitrici di appalti senza avere i requisiti (non entro nel merito delle questioni che esulano da questo articolo e sono oggetto di approfondimento di CONSIP). Ricordo che il tema dell’autocertificazione venne fuori come soluzione temporanea contro la burocrazia, le amministrazioni non avrebbero potuto più chiedere informazioni che già la PA possiede ma avrebbero dovuto scambiarsele attraverso le “porte di dominio” e altre “diavolerie” che i più ingrigiti operatori del campo dell’innovazione ricordano ormai vagamente.

Eppure, siamo nel 2020 andiamo in giro con auto elettriche autoguidate ma abbiamo bisogno dell’autocertificazione e della domanda come atto di richiesta di diritti che spettano a tutti i possessori di alcuni requisiti e le cui informazioni sono presenti negli archivi della PA. Qualcosa evidentemente ci sta sfuggendo.

La semplificazione possibile

Ad un extraterrestre verrebbe in mente che per le gare pubbliche si possa costituire un albo presso una qualche autorità che abbia competenze in materia, affinché le aziende possano iscriversi a un registro, una applicazione periodicamente possa accedere a tutte le banche dati presenti al MEF o ad altri enti e amministrazioni e verificare le caratteristiche dell’azienda così che sia possibile classificarla ai fini di farla accedere a tutte le gare pubbliche alle quali possano partecipare aziende sulla base delle sue caratteristiche.

Le amministrazioni potrebbero, sempre nella testa di questo ipotetico extraterrestre, andare a verificare l’azienda nella banca dati di questa immaginaria autorità e togliersi molto lavoro di dosso evitando i rischi di dichiarazioni false che diventa oneroso valutare.

L’aggiornamento delle informazioni nel registro potrebbe avvenire in tempo reale al verificarsi di un cambiamento o settimanale: molta documentazione in meno da valutare per la PA e da predisporre da parte delle aziende private.

Lo stesso sarebbe possibile in molte situazioni nelle quali anche il privato cittadino utilizza l’autocertificazione, per esempio utilizzando le banche dati che già stanno operando prima fra tutte l’ANPR (il cui primo affidamento credo sia stato fatto in sesterzi ad un ex centurione datosi all’informatica).

L’altro pilastro della burocrazia è rappresentato dall’iter della domanda. Abbiamo visto proprio in queste settimane la CIG o i sussidi al reddito come abbiano creato diversi problemi di gestione alle Regioni e all’INPS.

Anche qui, sempre il nostro extraterrestre, avrebbe potuto immaginare che definiti in fase di provvedimento i parametri sulla base dei quali andava erogato il sussidio, gli enti preposti avrebbero scaricato le informazioni eventualmente mancanti nei loro archivi da altri enti (ad esempio l’IBAN da quello della dichiarazione dei redditi dell’anno precedente ed eventualmente aggiornato automaticamente chiedendo conferma al sistema informativo delle banche) e proceduto di ufficio ad erogare quanto stabilito, al limite con la condizione che in caso un cittadino riceva una somma a cui ritiene di non aver diritto e se la tiene senza informare immediatamente l’ente erogatore per la restituzione tramite bonifico rischia una pena sostanziosa, i controlli potrebbero essere approfonditi in un secondo momento.

Una burocrazia scollata dai bisogni dei cittadini

Al di là di tutto, ciò che emerge molto chiaramente da queste ultime settimane è quanto lavoro c’è da fare e anche quanta è la distanza tra ciò che sono state le priorità dei piani governativi degli ultimi anni e i bisogni di una società che ormai è abituata ad acquistare un bene dopo cena e vederselo portare l’indomani all’ora di pranzo. Che ha sempre meno tempo per fare una fila, riempire un certificato e che è fatta anche di molti criminali pronti a sfruttare le falle del sistema per trarne vantaggio indebito.

Certo non manca nella PA la tecnologia o la capacità di acquisirla sul mercato, ciò che un po’ manca è forse la capacità di organizzare al meglio le cose utilizzando meglio tutto ciò che la tecnologia mette a disposizione. Manca quella conoscenza trasversale che mette insieme ciò che è “ingegneria tecnologica” e ciò che è organizzazione sociale, comprensione dei bisogni dei cittadini e loro soddisfazione. Come in edilizia, una delle più antiche tecnologie al mondo, ci affidiamo all’urbanista/architetto (che conosce le tecnologie ma non solo quelle) per immaginare il luogo o l’edificio da costruire e il suo uso sociale molto prima di affidarci all’ingegnere per la sua realizzazione anche nel digitale sarebbe bene ragionare in questi termini e non lasciare che le tecnologie siano applicate ai vecchi modi di operare della PA.

La PA che vogliamo

Il problema non è la burocrazia di per sé, il problema sono i processi e il modello di Pubblica Amministrazione che vogliamo. Nelle ultime settimane negli USA si sono aperte le richieste di programmatori COBOL perché molte delle amministrazioni sono ancora con sistemi vecchi concepiti più di cinquanta anni fa. È chiaro che con quei sistemi non si possono affrontare in modo adeguato le sfide della modernità e i bisogni della società ma è ancora più chiaro che in quel software e in quelle macchine è ancora codificata l’idea di società di cinquant’anni fa.

È un problema di approccio, investimenti, pianificazione, processi e organizzazione. L’idea che per qualsiasi problema esista una soluzione tecnologica è effimera, i fatti dimostrano quanto il “soluzionismo” sia fallace.

Dovremmo fare un grande lavoro per aumentare la capacità di organizzare e di digitalizzare nella PA (ma non solo in quella), perché da solo il digitale non fa nulla e pensare di continuare a chiedere “domande” e fidarsi di “autocertificazioni” ci fa perdere tanto tempo ed energia che potremmo spendere meglio a creare una società più sostenibile e vivibile utilizzando ciò che meglio ci mette a disposizione la tecnologia.

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