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Direttore responsabile Alessandro Longo

il quadro

Cambiare la PA, tutti gli inciampi di un sogno possibile

05 Ago 2016

5 agosto 2016

Il nuovo Codice dell’amministrazione digitale, nei pareri espressi dal parlamento, ben rappresenta la dicotomia italiana tra corsa in avanti e freni irriducibili. Ma la trasformazione è possibile, se riusciamo a coinvolgere anche gli attori finora trascurati. Come le aziende e le piccole amministrazioni

Si può essere ottimisti sulle prospettive del digitale in Italia? La prima risposta è che “si deve” (lo scetticismo è il primo ostacolo per qualsiasi innovazione), la seconda è che a fronte di segnali senz’altro positivi ce ne sono altri che fanno riflettere e che sono da analizzare con cura, perché possono minare in profondità il cambiamento.

Piuttosto che, però, andare a fare delle valutazioni su aree specifiche dell’evoluzione digitale, credo possa essere utile evidenziare gli spunti esemplari su alcuni temi, che credo rappresentino bene questo carattere contraddittorio ed estremamente fragile della trasformazione digitale italiana. Un aspetto che, leggendo i pareri espressi sul Cad, probabilmente ci ritroveremo nel nuovo testo di riferimento della PA Digitale.

La norma e l’attuazione

L’impressione è che continui a predominare in modo consistente l’idea per cui il cambiamento possa avvenire a livello normativo. Nel senso che, fatta la norma, è compito poi dei soggetti specifici attuarla, e non sia da preparare un programma di attuazione. Un esempio è la prossima scadenza del 12 agosto  relativa all’obbligo per le Pubbliche Amministrazioni di “gestire nativamente ed esclusivamente in digitale i propri documenti (e conseguentemente le procedure) a partire dal 12 agosto”. Molte pubbliche amministrazioni sono impreparate e molto poche hanno provveduto a definire un piano di revisione dei processi, necessario per evitare l’errore tragico della digitalizzazione dei processi esistenti, rischiando di aumentare (e non ridurre) la complessità. C’è, forse, da pensare, anche in vista del prossimo Piano Triennale per l’ICT delle PA, ad un sistemico approccio di accompagnamento al cambiamento delle Pubbliche Amministrazioni.

La cultura dell’inadempienza e dell’eccezionalità, il monitoraggio e il controllo

Il nuovo CAD, stante ai pareri espressi dal Parlamento, rischia di includere due logiche contrapposte:

  • da un lato l’ennesima sospensione di attuazione di una norma (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 13 novembre 2014) con la scadenza già fissata e prossima (appunto, il 12 agosto), e con uno spostamento senza limitazioni, o l’istituzione di un commissario straordinario all’attuazione dell’agenda digitale, ritorno non credo auspicato all’eccezionalità dell’uomo solo capace di risolvere tutte le eventuali inerzie delle migliaia di amministrazioni pubbliche;
  • dall’altro, l’introduzione dell’innovazione della “realizzazione di una Banca dati degli obiettivi e degli indicatori delle performance”, significativamente rilevante e potenzialmente capace di spingere ad una profonda trasformazione culturale ed organizzativa del settore pubblico, responsabilizzando i manager pubblici sugli obiettivi misurabili dell’organizzazione.

Contrapposizione che rischia di mettere a rischio il cambiamento che il provvedimento sulla performance vuole produrre.

Il coinvolgimento di imprese e privati

Il ritardo nella predisposizione e messa in opera della strategia “Industria 4.0”, che ormai si prolunga da troppi mesi, rischia di aggravare la situazione di disagio delle imprese. In mancanza di una politica industriale sul digitale, con un basso livello di competenze digitali soprattutto nelle piccole e medie imprese, e uno sviluppo di gran lunga insufficiente sull’e-commerce, la ripresa economica e la riduzione dell’occupazione possono essere obiettivi molto difficili da raggiungere.

Il coinvolgimento delle imprese sta poi mancando in alcune aree critiche, come ad esempio, gli Open Data, abilitatori di grande potenzialità per lo sviluppo di servizi, dove la possibilità di sviluppare le pratiche di riuso dipendono in grande parte dalla capacità di collaborazione e partecipazione dei privati nella definizione del piano dei rilasci di dati aperti (l’agenda nazionale per la valorizzazione del patrimonio informativo). E così anche per Spid, il cui beneficio dipende dal suo utilizzo per la fruizione di servizi (fruizione che nella nostra esperienza quotidiana è più basata su servizi privati che pubblici): uno dei temi cruciali per la diffusione di Spid è senz’altro legato al basso coinvolgimento dei privati.

Le competenze tecniche e le scelte di governance

Così come si sopravvaluta la norma rispetto ai processi di attuazione, allo stesso modo si sottovaluta l’importanza della governance. Molti dei ritardi di sviluppo nei programmi principali di crescita digitale non sono legati ad aspetti tecnici, quanto alla governance e alle scelte che sono state operate a livello politico. Nel caso emblematico di Spid, la diffusione certamente non ancora all’altezza delle aspettative non è tanto legata ad aspetti tecnici (anche se la considerazione degli attributi di profilo poteva essere anticipata rispetto ai tempi previsti oggi) quanto ad alcune scelte di governo, come quella di avviare la diffusione senza un mirato e preliminare programma di recupero delle identità pregresse, tale da includere subito buona parte dei milioni di utenti Inps, Agenzia Entrate, e così via, già in possesso di pin per l’utilizzo dei servizi.  Il cambiamento è ancora possibile, ma necessita di uno sforzo rilevante per comporre un governo di progetto fortemente basato sui ruoli degli intermediari territoriali (come le regioni, le città metropolitane) coordinando e rendendo convergenti gli approcci alla diffusione, con una condivisione sistematica delle buone pratiche.

La partecipazione

Come auspicato, il CAD (seguendo le condizioni del parere della Camera) dovrebbe includere anche l’istituzione di una Consulta permanente per l’Innovazione. Passando, così, dalla partecipazione episodica ad una “messa a sistema” della partecipazione. Un’innovazione che si affianca all’istituzione dell’Open Government Forum (definito anche all’interno di una delle azioni del terzo Piano nazionale Open Government attualmente in consultazione). E certamente spinto anche da iniziative importanti come l’esperienza della consultazione pubblica aperta dal deputato relatore del parere sul CAD alla Camera Paolo Coppola.

Un insieme di elementi positivi, corroborati anche da tante iniziative lanciate a livello territoriale, che lascia ben sperare. Ma il passo fondamentale (ancora da riscontrare in modo sistematico) è la confidenza nell’efficacia delle pratiche di partecipazione sulle decisioni istituzionali.

Così, una situazione positivamente in movimento, ma con vizi culturali e di governance ancora presenti, e una necessità forte: di utilizzare lo strumento della partecipazione multistakeholder per monitorare ed eventualmente correggere alcune traiettorie programmatiche.

Un passaggio che dopo settembre sarà senz’altro opportuno.

 

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