Il PNRR è fatto, ora bisogna fare impresa: confronto e condivisione le chiavi per vincere - Agenda Digitale

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Il PNRR è fatto, ora bisogna fare impresa: confronto e condivisione le chiavi per vincere

L’Italia deve uscire dalle secche di una politica sterile e incapace di sintesi. L’imprenditoria, dal canto suo, deve riprendere il coraggio che le compete, mettersi in rete per sfidare i grandi gruppi e osare in terreni nuovi ad alto potenziale, e quindi ad alto rischio. Un progetto in cui anche i cittadini hanno una parte

11 Ott 2021
Nicola Intini

membro della Task Force Federmeccanica “Liberare l’Ingegno”

Corrado La Forgia

Vice Presidente Federmeccanica con delega alla Transizione Tecnologica ed Ecologica e membro della Task Force Federmeccanica “Liberare l’Ingegno”

Nel 1861 Massimo d’Azeglio disse la famosa frase “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli Italiani” prendendo atto di una grande eterogeneità che tuttora, soprattutto in ambito economico, rimane attuale. Parafrasando d’Azeglio noi diciamo “Il PNRR è fatto, ora bisogna fare l’impresa”.

Il recente passato ci ha visti spesso poco capaci di utilizzare efficacemente fondi[1] e occasioni, per mancanza di qualche ingrediente che, evidentemente, non è solo economico ma anche politico, di mentalità, di mercato dei capitali, di organizzazione della macchina burocratica. Del resto, nel nostro paese ed in particolare nel sud, il risparmio privato ha rappresentato quasi una virtù ma che spesso non ha trovato canali efficaci per confluire negli investimenti.

Il PNRR è certamente un’occasione da utilizzare al meglio ma le risorse di risparmi e depositi in generale (di circa 10 volte superiori) sono sempre presenti e potrebbero essere una leva ben più potente.

Italia 4.0, un bisogno estremo di competenze: a privati e PA serve colmare lo skill gap

Temi enormi ma che vanno affrontati per sottotemi.

Non ci occuperemo della macchina burocratica né di altri temi di competenza delle istituzioni pubbliche, ma cercheremo di guardare al nostro mondo, all’impresa, ed in particolare alle imprese-tipo della nostra economia.

Fonte: lab.repubblica[2]

Le sfide

Tutto l’impianto del Next Generation EU si fonda su una riconversione in chiave ecologica delle filiere industriali, in questo senso sono stati annunciati nuovi provvedimenti finalizzati all’eliminazione dei combustibili fossili da diversi settori, primo fra tutti quello della autotrazione.

INFOGRAFICA
Orientati tra le opportunità del Piano Nazionale Transizione 4.0
Big Data
IoT

La sfida è di amplissima portata e probabilmente non è rimandabile visti i disastrosi impatti sul clima. Le tecnologie non ci sono ancora o per lo meno non sono del tutto sufficienti almeno sul fronte delle risorse energetiche primarie. Se da una parte si fa riferimento alle fonti rinnovabili quali solare ed eolico, dall’altra bisogna fare i conti con le reali possibilità che queste fonti offrono. Abbiamo calcolato, infatti, che per soddisfare l’attuale esigenza energetica italiana servirebbe ricoprire ogni centimetro quadrato di una area grande quanto l’Umbria di pannelli solari. Se tutta l’autotrazione diventasse elettrica tale superficie dovrebbe significativamente crescere.

Ma solare ed eolico, oltre a non essere la risposta sufficiente al problema delle fonti primarie, ci pongono il problema dell’immagazzinamento della energia, per il quale non esiste ad oggi una soluzione davvero ottimale e al quale va aggiunto quello dell’impatto ambientale e sociale, tutt’altro che trascurabile, delle celle e delle batterie, elementi essenziali di tali tecnologie.

Serve quindi qualcosa di nuovo: una nuova fonte primaria ed un vettore energetico efficiente.

Siamo insomma alle soglie di una rivoluzione tecnologica che spazzerà via vecchi paradigmi per imporne di nuovi. Chi saprà mettere insieme i pezzi per comporre un nuovo puzzle avrà un grande vantaggio.

È utile cercare delle similitudini rispetto a quanto successe negli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso. In quegli anni la guerra e la successiva guerra fredda avevano fatto emergere esigenze di calcolo veloce ed efficiente. Pochi anni prima la scienza aveva fatto intravedere nuovi orizzonti grazie alla scoperta della meccanica quantistica. Chi riuscì a mettere insieme questi pezzi apparentemente slegati, generò un nuovo settore industriale, quello dell’elettronica e dell’informatica, che ha assicurato prosperità e sviluppo per decenni.

Oggi sappiamo che ci sono idee per la risoluzione dei problemi energetici ma, come allora, ancora nessuna soluzione. Abbiamo anche una fortissima spinta a cercare le soluzioni per il cambiamento climatico sempre più evidente e dalle conseguenze sempre più catastrofiche.

Come mettere insieme le cose per fare il nuovo salto? Come fare in modo di essere tra i protagonisti?

Proviamo qui a dare una proposta.

Un modello possibile

Nel nostro intervento sul Position Paper di Federmeccanica[3] proponiamo un modello che tiene conto delle caratteristiche del nostro tessuto sociale ed imprenditoriale.

L’Italia non ha giganti industriali se si fa eccezione per pochissimi casi, non ha un mercato dei capitali pronto ad investire su idee e business plan promettenti ma incerti, non ha un sistema burocratico capace di supportare imprese nascenti; piuttosto l’Italia è caratterizzata da un arcipelago di piccole e medie imprese, alcune brillanti ed organizzate, altre dinamiche sebbene sottocapitalizzate ma non collegate tra di loro se non attraverso le molteplici catene di fornitura. Su questo occorre lavorare per rendere questo arcipelago forte e competitivo come già successo in passato.

Gli ingredienti che abbiamo a disposizione

Dobbiamo insomma fare la minestra con gli ingredienti che abbiamo cioè la PMI[4], l’inventiva e il risparmio. Ma mettere insieme gli ingredienti richiede una base, un elemento legante che negli ultimi decenni sembra essere mancato, ad eccezione di alcuni distretti di grande successo.

Noi proponiamo che il cemento sia, così come accaduto in altri ambiti e paesi, la capacità di condividere esperienze, conoscenze e visioni.

Le aziende devono essere disponibili a mettere in rete le proprie conoscenze (non core business) per poter rapidamente colmare i gap, in una sorta di ciclo virtuoso dove vincono tutti (modelli win win): “Ti dico quello che so, mi aiuti a conoscere quello che non so ancora, ma entrambi difendiamo le nostre core competencies”, innescando una emulazione virtuosa che, per le aziende più scaltre, può sfociare in una spontanea (e gratuita) advocacy.

Un limite alla innovazione e quindi sviluppo è rappresentato dalle competenze reperibili nel territorio. La nostra nazione soffre, in particolare, di un ritardo ormai pluridecennale nella formazione scolastica per quel che riguarda le materie STEM[5], ancor più accentuate se si pensi al divario di genere. Questo ritardo ha radici storiche e culturali, ma va colmato al più presto perché la lingua del lavoro di domani, ma già quella di oggi, è la lingua STEM.

Il nostro tessuto di aziende deve trovare il modo di mettere in rete la capacità di colmare questo gap organizzando cicli di formazione in particolare informatica e digitale, ricorrendo, tra l’altro, alle notevoli risorse disponibili allo scopo. Delegare questo ai soli enti formativi può tradursi in un ulteriore, fatale ritardo.

Anche il mondo del piccolo risparmio deve fare il salto di qualità mettendosi in rete e unendo gli sforzi a supporto dello sviluppo delle PMI, traendone la giusta remunerazione del capitale. E anche in questo caso ci sono esempi molto significativi.

Superare gli attuali modelli di diffusione delle nuove tecnologie

I modelli di diffusione delle nuove tecnologie (consapevolezza e conoscenza) usati finora adottano una sorta di vetrina / negozio basati su modello HUB ossia centralizzato. Tipico esempio: una fiera dedicata dove in un luogo si concentrano le dimostrazioni delle recenti tecnologie.

Inoltre, questo approccio, tipicamente, opera in logica push: ti mostro quello che c’è a disposizione nel mercato, tu decidi se ti va bene o no.

Oggi, grazie ai mezzi di comunicazione diffusi e multimediali, è possibile ed auspicabile andare verso un modello distribuito, da pari a pari, peer to peer, appunto, dove le esperienze sono facilmente cumulabili indipendentemente dalla collocazione geografica o dall’ambito di business.

La storia degli ultimi 20 anni della tecnologia ha visto grandi successi basati su modello di rete peer to peer completamente decentralizzato e collaborativo.

Tale modello esprime una logica “pull”, secondo la quale l’imprenditore esprime, come abbiamo visto sopra, ciò di cui ha bisogno e il peer supporta.

L’open source è tra i principi ispiratori

Il modello che ha tracciato la strada è quello Open Source che richiede grande cambiamento culturale dell’imprenditore e del manager. Si pensi, ad esempio, a quanta resistenza ha suscitato lo sviluppo di Linux e di tutti i software con licenza GNU GPL (e derivati) prima che aziende del calibro di IBM o di Google o Apple ne adottassero il modello e ne creassero intorno il loro business model ed il loro successo. Inoltre questo modello integra rapporti di forza (la grande azienda, la piccola e addirittura i singoli individui) con rapporti di conoscenza (uso le risorse dove sono disponibili) offrendo ad entrambe chances di emergere anche in contesti con rapporti di forza sbilanciati.

Il successo del modello Open Source è basato su pochi, semplici principi che noi abbiamo traslato in ambito più tipicamente industriale:

  • Anche le grandi aziende sono partite da una piccola idea;
  • I bravi manager inventano, gli ottimi manager copiano e migliorano;
  • Impara a convivere con gli insuccessi: prima o poi, innovando, si presentano e saranno una occasione per imparare da essi;
  • Utilizza i tuoi utenti come co-sviluppatori delle tue soluzioni;
  • Release early- release often (ossia “rilascia presto, rilascia spesso, oggi si chiama anche design thinking): parti con un approccio rapido e migliora via via;
  • Con la quantità giusta di dati e di persone che vi accedono e li interpretano, qualsiasi inefficienza diventa trasparente.

Ovviamente il confronto e la condivisione richiedono la messa in discussione di atteggiamenti conservativi da parte dell’imprenditore o del manager e ne parliamo in dettaglio nel citato Position Paper di Federmeccanica.

Gli approcci che hanno funzionato

L’attuale fase di digitalizzazione e di transizione verso la sostenibilità ambientale, appesantita dalla profonda crisi causata dal COVID, richiede un impegno molto simile a quello che è stato necessario nell’ultimo dopoguerra.

Val la pena di ricordare che nel cosiddetto boom economico post bellico, l’Italia dimostrò un dinamismo mai visto prima, trasformando fondamentalmente e rapidamente una povera economia agricola in una avanzata economia industriale, basandosi a nostro avviso su tre elementi fondamentali:

  • la fame e la tensione morale verso il riscatto;
  • la spinta alla scolarizzazione e la disponibilità di fondi anche grazie al piano Marshall;
  • il coraggio di alcuni imprenditori come Mattei, Olivetti[6] e tanti altri;
  • un buon e proficuo coordinamento tra impresa, politica e società civile[7];

Un esempio più recente di grande sviluppo fu quello della microelettronica iniziato negli anni 70 soprattutto negli Stati Uniti. Anche lì alcuni fattori sono stati a nostro avviso i catalizzatori di tale sviluppo

  • la voglia di osare, il senso di libertà, la messa in discussione dello status quo;
  • Il coraggio di imprenditori compreso il rischio del fallimento;
  • la disponibilità di capitali di rischio privati e pubblici;
  • la capacità di condividere conoscenza, la mobilità delle idee e delle persone;

Probabilmente la migliore sintesi di questo spirito dinamico e vincente è codificato negli 11 “principi del garage” che la “Hewlett Packard”, capostipite della Silicon Valley, ha elencato nel 1999[8]

Altri esempi potrebbero essere aggiunti, quali il patto per il lavoro della Emilia Romagna[9] e la interessante storia dell’area del Baden Wuerttemberg nella zona di Costanza[10], ed altri ancora potrebbero essere citati.

È evidente, a nostro avviso, che i fattori comuni sono nel fatto di aver trovato il modo di creare una rete efficiente tra i vari soggetti economici e sociali che ha saputo focalizzare i target, diffondere entusiasmo e coraggio utilizzando al meglio le risorse: una sorta di peer to peer su vasta scala.

Una rotta per le aziende

Abbiamo bisogno di una rotta verso cui indirizzare le aziende ma scontiamo il fatto di non avere soggetti che possono, in maniera forte, indirizzare sviluppi di mercati e tecnologie. Senza voler fare sempre riferimento alla Germania, dobbiamo però riconoscere che nel loro caso basta mettere al tavolo le istituzioni e i CEO delle loro maggiori aziende per elaborare una roadmap di sviluppo; fatto peraltro accaduto nel 2013 con la definizione della loro strategia di sviluppo Industrie 4.0[11].

Nel nostro caso, invece, la situazione è molto più disomogenea e polverizzata il che tende a far propendere verso interventi di sostegno generico senza orientamento collettivo, secondo una logica di progetti spesso non legati tra di loro da una visione complessiva.

Ci piacerebbe poter dire “l’Italia va in questa direzione strategica, siamo i migliori al Mondo nel progettare e costruire…”, ma per farlo abbiamo bisogno di una straordinaria capacità di sintesi che, quasi certamente, deve mettere in discussione posizioni di comfort e privilegio dei diversi attori quali politici, imprenditori, sindacati, Università,..

L’approccio genuinamente Peer to Peer aiuterebbe, e tanto.

I nuovi orizzonti possibili per l’Italia

Dato che il nostro sistema produttivo è assimilabile ad un vasto arcipelago di isole, a volte di dimensioni molto piccole, esso non riesce a esprimere una forza collettiva sul mercato, specie nel campo delle commodities. E, si badi bene, tutta la componentistica meccanica, per quanto raffinata e precisa rischia di diventare commodity dove la leva principale di affermazione sul mercato è il prezzo.

Fenomeno ingigantito dal fatto che la meccanica di precisione non ha più confini e i competitors sono in ogni parte del mondo.

E allora, probabilmente, bisogna sforzarsi di spostarsi verso nuovi orizzonti.

Noi proviamo a immaginarne tre possibili:

Complessità

Sforzarsi di fare cose che altri non fanno perché non ne sono capaci o lo ritengono troppo dispendioso;

Questo può significare anche la progettazione, gestione ottimizzata, intelligente e finalizzata agli scopi del mercato di sistemi composti da componenti semplici.

Competenze

Costruire, in modo continuo, un bouquet di competenze che dia la possibilità di affrontare, con successo, le sfide che la trasformazione in atto impone. Di conseguenza non sono più sufficienti aziende meccaniche ma, serve orientarsi alla meccatronica, integrando conoscenze elettronica, di sviluppo software, di progettazione e utilizzo di motori elettrici ecc.

Solo a titolo di esempio vale la pena segnalare il fatto che le auto del futuro (molto prossimo) saranno sempre più computer su quattro ruote con milioni di righe di software: un misto di lavorazioni al micron e bytes dove, però, la parte più profittevole sarà quella legata ai “servizi” offerti sulla base dei dati rilevati ed elaborati.

Flessibilità e orientamento al cliente

Andare a caccia di problemi che i clienti hanno e proporre ad essi soluzioni. Questo funziona, in modo particolare, con clienti non giganti che non hanno il “fattore di scala” da mettere sul tavolo al primo incontro: per esse il rapporto peer to peer tra PMI è autentico e funziona bene, potenziando o addirittura generando nuove reti.

Come coordinarsi con la politica e le istituzioni

Da qualche tempo e sempre con maggiore insistenza si parla della necessità di un piano industriale per poter orientare lo sviluppo delle imprese e quindi del lavoro.

Ma cosa concretamente è un piano industriale?

In passato, come abbiamo accennato, l’Italia ha mostrato la capacità di trasformarsi da paese agricolo a paese fortemente industrializzato.

Più recentemente la politica non è stata capace di esprimere simili visione e concretezza, né l’imprenditoria di esprimere uomini coraggiosi e capaci, fatte salvo notevoli eccezioni.

Un esempio di visione lungimirante, che tuttavia non era supportata da tale “piano industriale”, è stata la visionaria e precoce campagna della Puglia per lo sviluppo delle energie alternative.

Purtroppo, alle leggi che incentivavano l’installazione di impianti fotovoltaici ed eolici non si era accompagnata alcuna azione volta a favorire la creazione di imprese intorno a questo settore, facendo invece ricorso a tecnologie sviluppate altrove. La Puglia ha quindi sì installato molti impianti, ma la filiera connessa ad essi si è limitata quasi esclusivamente all’installazione degli stessi, lasciando ad imprese estere la fornitura delle parti a maggior valore aggiunto e a maggiore tecnologia.

Nonostante ci siano stati interessanti progetti realizzati in centri di ricerca, nel campo dell’elettronica di controllo delle centrali ad energia rinnovabile, essi sono rimasti nel cassetto a causa del mancato coordinamento e della scarsa disponibilità dell’imprenditoria locale ad investire in tecnologie innovative, anche in presenza di finanziamenti pubblici nel settore.

In sintesi, è mancata la capacità di tradurre la visione in un organico piano industriale.

Conclusioni

L’Italia deve riuscire ad uscire dalle “secche” di una contrapposizione politica sterile e incapace di esprimere una sintesi di comune interesse. D’altra parte, l’imprenditoria deve riprendere il coraggio che le compete, mettersi in rete per sfidare i grandi gruppi ed osare in terreni nuovi ad alto potenziale, e quindi ad alto rischio.

I cittadini, terza gamba del sistema, dovrebbero mettere le loro notevoli risorse di risparmio a disposizione dell’economia, mettendosi anche essi in rete, finanziando idee imprenditoriali coraggiose, nella consapevolezza che un certo tasso di fallimento è da mettere in conto. L’abilità consiste nel trovare il giusto bilancio tra rischio e potenziale, tra risorse destinate ad investimenti a minor rischio (e quindi normalmente meno redditizie) e quelle destinate a imprese di maggior rischio e a più alto contenuto tecnologico ed innovativo che però sono, in caso di successo, fortemente profittevoli e generatrici di benessere.

Crediamo sia arrivato il momento di guardare criticamente al modo di fare impresa, riscoprendo un antico principio per il quale la messa in comune delle buone idee arricchisce tutti coloro che ne partecipano, e il risultato finale è molto superiore alla semplice somma algebrica delle parti. Interi territori, filiere o settori industriali ne beneficerebbero così come accaduto in passato in Italia e altrove più recentemente, a patto di essere pronti a sfidanti ma fecondi cambiamenti, anche se questi dovessero intaccare posizioni consolidate di potere.

Note

  1. Morire di aiuti, Accetturo e De Blasio, IBL libri
  2. https://lab.repubblica.it/2021/economia/risparmi-italiani-in-pandemia-abi-bankitalia/
  3. https://www.federmeccanica.it/images/files/position_paper_liberare_ingegno.pdf
  4. La Fabbrica connessa, Beltrametti, Guarnacci, Intini, La Forgia, Edizioni Guerini 4.0
  5. Science, Techlology, Engineering, Mathematics
  6. Il caso Olivetti, Meryle Secrest, RIzzoli Editore
  7. https://www.treccani.it/enciclopedia/il-miracolo-economico-italiano_%28Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica%29/
  8. https://en.wikipedia.org/wiki/Rules_of_the_garage
  9. Coesione e innovazione. Il patto per il lavoro della Emilia Romagna. BIanchi, Butera e al.. Edizioni il Mulino
  10. Zeppelin’s Heirs, V. Gelling, M. Saunter, Verllag Stadler
  11. https://en.acatech.de/publication/recommendations-for-implementing-the-strategic-initiative-industrie-4-0-final-report-of-the-industrie-4-0-working-group/download-pdf/?lang=en

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