I numeri

Manifatturiero, così traina il rilancio dell’Italia: i perché del successo e come migliorare

Il settore manifatturiero in Italia ha recuperato i livelli pre pandemia già l’anno scorso: un gruppo di imprese eccellenti hanno scelto di rimanere sul territorio nazionale e si impone come guida dell’industria italiana, ma è prioritaria un’azione governativa per agevolare un ecosistema produttivo basato sull’innovazione

15 Mar 2022
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

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Lo scenario di fondo dell’industria italiana resta roseo. La manifattura è uno dei pochi settori dell’economia nazionale ad aver recuperato i livelli pre-pandemia già nel 2021. Anche se molte imprese italiane preferiscano quotarsi all’estero e, se rimangono, si trovino spiazzate da una costosa transizione energetica o disorientate dall’incombere di una nuova tassonomia delle attività sociali, c’è un nutrito gruppo che non scappa dal territorio nazionale e che si è messa alla guida dell’industria italiana, riuscendo a mettere a frutto gli investimenti e i progressi degli anni precedenti.

Adesso però occorrono investimenti più cospicui. Nel momento nel quale è indispensabile attirare capitali privati per assecondare un cambio di paradigma economico e sociale, diventa quanto mai urgente un cambio di passo dell’azione governativa per agevolare un ecosistema innovativo in cui far crescere la nostra economia.

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Manifatturiero italiano, i numeri del rapporto Controvento

Il sistema manifatturiero in questi anni è andato a due velocità con un gruppo di imprese che, pur rappresentando una minoranza, traina l’economia italiana, riuscendo ad ottenere performance straordinarie in un contesto di mercato particolarmente sfidante. I nomi di queste 4.889 imprese più all’avanguardia li rileva la nuova edizione della ricerca “Controvento”, realizzata da Nomisma in collaborazione con CRIF e CRIBIS, che permette anche di guardare alle prospettive future dell’economia. Attraverso un’analisi aggregata sui bilanci di un campione di 75.000 società di capitali manifatturiere, lo studio evidenzia come il 6,5% del totale sia riuscita a garantire elevati parametri di competitività per quanto riguarda crescita dei ricavi, marginalità industriale, creazione di valore aggiunto anche in un anno come il 2020, pesantemente condizionato dalla diffusione della pandemia e dai conseguenti impatti sull’economia reale. Le aziende “Controvento”, selezionate da Nomisma, generano il 10% dei ricavi, il 28% dell’Ebitda e il 16% del valore aggiunto complessivo della manifattura italiana.

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Dopo la crisi sanitaria, a far paura ora è il rincaro della materie prima ma, dalla ricerca emerge anche che dietro le imprese che hanno staccato le concorrenti, ci sarebbe una nutrita coorte di imprese emergenti – altrettanto numerosa – in grado di raggiungere posizioni brillanti e agganciare le migliori aziende. Se nel giro di pochi mesi la situazione internazionale dei prezzi dovesse stabilizzarsi, non c’è dubbio che molte aziende compiranno un salto positivo e si apriranno prospettive incoraggianti per l’Azienda Italia.

Distretti e digitalizzazione, perché fanno la differenza

Lo scopo dell’Osservatorio non è quello di elaborare una classifica, ma di monitorare e interpretare i cambiamenti che intercorrono all’interno del sistema manifatturiero italiano, definendo quanto e in che modo alcuni fattori strutturali, quali la localizzazione geografica, la dimensione d’impresa, l’appartenenza a determinati settori e la configurazione strutturale all’interno dei settori stessi, garantiscano alle imprese una maggiore capacità competitiva.

Quello che colpisce è la stretta correlazione tra investimenti e performance. Le migliori imprese manifatturiere sono quelle che investono il 4% del fatturato, più del doppio della media della manifattura. I motori dell’investimento sono quelli della conoscenza e delle scienze, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica. Il ben noto acronimo STEM nato nel campo dell’educazione, ossia l’insieme delle discipline scientifico-tecnologiche e i relativi campi di studio, sta diventando la chiave che apre la creazione di grandi impianti produttivi, dei loro fornitori e delle loro diramazioni.

Un altro dato interessante è che i limiti delle ridotte dimensioni, che caratterizzano la stragrande maggioranza delle nostre imprese, sono stati compensati dall’organizzazione in distretti produttivi e dalla vocazione a investire in digitalizzazione che è andata sviluppandosi in questi ultimi anni. Gli ecosistemi delle imprese che riescono a cogliere le opportunità derivanti dalla digitalizzazione, riescono a compiere un salto qualitativo ad ampio spettro: nello sviluppo dei prodotti, nei modelli organizzativi, nella relazione con i clienti. Sarebbe questa la ricetta dell’occupazione di qualità che, a cascata, ne genera sempre di nuova attorno a sé.

Verso un modello di industria intelligente

L’industria intelligente rappresenta l’evoluzione dell’industria 4.0, trattandosi di un modello che si concentra nel creare e favorire sinergie tra mondo digitale e mondo ingegneristico e che può avere un enorme impatto sulla capacità competitiva delle aziende. Oggi le tecnologie digitali consentono alle organizzazioni di implementare una varietà di caso d’uso inimmaginabile fino a poco tempo fa, grazie all’utilizzo dei dati. Rendere i prodotti connessi attraverso sensori, per esempio, consente di utilizzare i dati che saranno generati per migliorare tutti i processi che lo riguardano, dalla produzione all’assistenza post-vendita. Grazie ai dati, la fabbrica stessa diventa intelligente, permettendo processi come l’automazione, o la manutenzione predittiva. Per questo, parlare di Intelligent Industry significa parlare di flessibilità, efficienza e qualità dell’assistenza per i clienti. In altre parole, significa parlare di competitività del futuro.

Per essere attrattivi occorre investire in R&S

Il tema vero è che per aiutare questi ecosistemi di imprese bisogna costruirci intorno un ambiente favorevole e servono fondi. Non può essere un caso se i Paesi destinatari di investimenti diretti sono gli stessi che coltivano di più la conoscenza, perché investono di più in ricerca e sviluppo. Gli Stati Uniti hanno un budget di 612 miliardi di dollari in R&S e guidano la classifica degli investimenti diretti dall’estero in aree STEM con 533 progetti (secondo lo Fdi Intelligence Report del Financial Times). La Cina ha un budget di oltre 500 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo e nel 2020 ha attratto da sola il 38% di tutti i volumi finanziari dall’estero. In Europa, la Germania e la Gran Bretagna sono due vere superpotenze in questa classifica. ‹‹L’Italia invece viaggia molto più lenta di quanto giustificherebbe la cilindrata del suo motore››, ha evidenziato Federico Fubini.

La ricerca come volano di sviluppo

Come è noto, investiamo in ricerca e sviluppo meno di economie più piccole della nostra, come Taiwan, Corea del Sud o Brasile. Non ci resta che uno spicchio piccolo, insufficiente, di nuovi posti di lavoro di qualità creati ogni attorno alla farmaceutica, alle biotecnologie, ai semiconduttori o allo sviluppo dei nuovi materiali e prodotti della transizione energetica. Poiché non puntiamo abbastanza sulla conoscenza e sulla ricerca, non riusciamo ad attrarre i capitali e le competenze estere che ci servirebbero. Ma un’opportunità di invertire la tendenza c’è. Ci sono 1.400 miliardi di euro, quasi quanto l’intero nostro Pil, pronti per essere investiti in ricerca nel mondo da qui al 2026. Quanta parte riusciremo ad attrarre? E chi si deve muovere per far sì che ciò avvenga?

Nella Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia 2021 condotta dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, sono indicate diverse soluzioni, tra cui quelle legate al ruolo giocato dalla R&S all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dove il ruolo della pubblica amministrazione può tornare a essere quello del facilitatore, più che dell’attore in prima persona. La domanda di fondo è se il PNRR sarà in grado di far compiere all’Italia un salto quantico verso un modello economico sostenibile trainato dalla ricerca e dall’innovazione.

Il ruolo del PNRR

Secondo i curatori dello studio, molto del successo dipenderà dall’effettiva implementazione delle azioni programmate dal PNRR all’interno delle quali il compito assegnato alla ricerca pubblica è cruciale. Il PNRR, infatti, colloca la politica della ricerca all’interno di una più vasta trasformazione del sistema economico italiano, laddove prevede di integrare la spesa per ricerca pubblica in un più ampio contesto che include anche lo sviluppo sperimentale, il trasferimento tecnologico, la spesa privata in ricerca, innovazione e formazione. “In questa logica – si legge nel rapporto – la ricerca pubblica intende ricoprire il ruolo di moltiplicatore in grado di attivare investimenti in ricerca privata e innovazione finalizzati alla creazione di ecosistemi dove le idee si possano trasformare in nuovi prodotti, processi e servizi, al fine di creare posti di lavoro ad elevato valore aggiunto agganciando i settori produttivi più dinamici nei mercati internazionali”.

La sinergia tra ricerca pubblica e imprese

I luoghi tradizionalmente deputati alla ricerca (Università ed Enti di ricerca) sono pronti a diventare poli di attrazione? Volendo escludere alcune eccezione, la risposta è in larga parte negativa. Se questo è l’effetto, la causa è rintracciabile nei pochi, o inesistenti rapporti, con il “mondo esterno” a questi luoghi, vale a dire cittadini e imprese. Non è un caso che alcuni tra i migliori risultati in termini di ricerca sono stati raggiunti nel campo della salute, un settore in cui l’Italia è il quarto Paese al mondo per pubblicazioni scientifiche sul Covid, il primo in Europa. E non sarà un caso se nel campo farmaceutico la nostra manifattura è leader nella produzione e nella realizzazione di brevetti sempre in Europa. Questo lo si deve alla vicinanza tra la cosiddetta comunità scientifica, la società e le imprese. Una vicinanza che, nel rispetto delle prerogative dei campi, si è dimostrata proficua e generatrice di investimenti.

Se questo è vero, il suggerimento è di mettere a punto un portafoglio nazionale di strumenti di finanziamento competitivo per ricerca e innovazione destinato a creare strade alternative per ricerca libera o per ricerca su temi strategici, in collaborazione con le imprese, che tenga conto anche delle differenze territoriali. Avere un portafoglio di strumenti significa avere interventi di policy combinati e coerenti rispetto al raggiungimento di specifici obiettivi di sviluppo, che consentano la partecipazione di più soggetti pubblici e privati e che siano tagliati per la creazione di ecosistemi di ricerca e innovazione anche in aree più marginali. Si tratta di definire e formalizzare una strategia nazionale di finanziamento della R&I, supportata da un consistente ammontare di risorse, che non riproduca pedissequamente meccanismi di selezione e obiettivi già presenti nei programmi quadro europei.

I test di Moderna e Intel

Di recente Moderna, la multinazionale biotech americana, ha manifestato la disponibilità a costruire una piattaforma biotecnologica in Italia per produrre farmaci di nuova generazione. Per il nostro Paese sarebbe un’opportunità di moltiplicare le conoscenze e una leva per far crescere la già forte filiera della farmaceutica e sviluppare ricerca più avanzata. Moderna chiede all’Italia di impegnarsi ad acquistare i farmaci prodotti nel nostro Paese per alcune centinaia di milioni di euro l’anno. Sarebbe possibile farlo, anche in presenza di un sistema sanitario regionale privo di una governance unitaria in grado di assumere tale impegno con una multinazionale, ma per ora nessuna risposta è stata fornita dal Governo. Anche Intel, il gruppo americano starebbe lavorano a un grande investimento nei semiconduttori da diversi miliardi di euro, con una fonderia in Germania, l’area di ricerca in Francia, mentre all’Italia spetterebbe il “packaging” (post produzione).

Sono due esempi di capitali privati da non farsi sfuggire, che confermano che l’innovazione bisogna sapersela conquistare perché non piove dal cielo. Ma per ora niente è stato deciso, perciò il Governo farebbe bene ad agire con la massima determinazione e speditezza, anche perché il tempo stringe e le offerte di investimenti esteri potrebbero essere dirottate verso altri Paesi europei.

Conclusione

Le diverse transizioni in atto – ecologica, digitale e sociale – non saranno una passeggiata, occorre mettere in campo tutte le strategie per aiutare le aziende ad affrontarle. I costi delle transizioni rischiano di compromettere gli equilibri finanziari di tante società e, in una fase complessa come questa, il processo di selezione è inevitabile. Diventa cruciale l’azione del Governo, chiamato a disegnare piani e attivare strumenti per rendere il sistema economico nazionale più capace di resistere ai futuri cicli negativi.

È ora il momento di dedicare idee e risorse per realizzare una rete che costituisca nel Paese (accanto ai centri di competenza) la dorsale dell’innovazione (tecnologie e competenze) in grado di accompagnare le imprese in questa fase di transizione e accelerazione. È evidente che se l’Italia tornasse a essere attrattiva, i capitali pronti ad affluire nel nostro Paese sarebbero più cospicui.

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