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Cerved

Pmi e startup, l’innovazione sommersa che cerca di uscire dalla crisi

di Guido Romano, responsabile Ufficio Studi di Cerved

25 Nov 2016

25 novembre 2016

Siamo in una nuova fase nel processo di uscita dalla crisi, rivela il rapporto Cerved. Le nuove misure del Governo sono utili, ma serve un passo in più. Fondamentale per esempio un maggiore sviluppo degli operatori finanziari specializzati, anche attraendo in Italia gli investitori con un’esperienza internazionale riconosciuta

I dati più recenti elaborati nel Rapporto Cerved PMI 2016 indicano che il nostro sistema di piccole e medie imprese è in una nuova fase nel processo di uscita dalla crisi. Nonostante la ripresa in corso, molto del terreno perso negli ultimi 9 anni deve ancora essere recuperato: le nostre pmi soffrono di una perdita di produttività, che molti osservatori attribuiscono alla scarsa capacità di innovare del nostro sistema, tema sul quale gli ultimi Governi hanno posto una crescente attenzione.

A partire dal 2012, sono infatti state ideate una serie di norme per favorire la nascita e lo sviluppo di startup innovative, che riconoscono una serie di benefici amministrativi e fiscali alle nuove aziende che soddisfano alcuni requisiti (investimenti in R&S, presenza di dottorandi, brevetti, ecc) e possono essere ammesse a una sezione speciale del Registro delle Imprese; queste norme sono poi state estese nel 2015 anche alle PMI; più recentemente è stato lanciato il piano Industria 4.0 con l’obiettivo di favorire il salto tecnologico e la produttività delle imprese.

Ma l’universo italiano delle imprese innovative è molto più ampio e variegato di quanto si pensi. Oltre alle piccole e medie imprese e startup ufficialmente innovative, iscritte alla sezione speciale (poco meno di 7 mila), esiste infatti un ricco ecosistema di aziende che, pur producendo prodotti e servizi improntati all’innovazione, sfugge i registri ufficiali.  Perché succede? In alcuni casi i criteri necessari per essere ammessi alla sezione speciale non sono soddisfatti. In altri, i benefici delle norme non sono conosciuti o i vantaggi non si adattano allo specifico caso aziendale.

Per capire come sostenere meglio la crescita delle nostre imprese e ampliare sempre più la base di quelle che producono innovazione è essenziale poter scattare una fotografia accurata della realtà. 

Per “scovare” le imprese innovative non iscritte abbiamo seguito due approcci. In primo luogo, abbiamo individuato le imprese in cui hanno investito incubatori e altri investitori specializzati in innovazione: sono circa 300 società per età anagrafica comparabili alle startup e circa 100 alle PMI.  Abbiamo definito queste imprese ‘crisalidi’, perché già evolute rispetto alla fase iniziale di sviluppo e con potenziale di trasformarsi in ‘farfalle’ riconosciuto dagli investitori specializzati.

In secondo luogo – grazie a tecniche di big data e di semantic web analysis sviluppate da SpazioDati, una startup innovativa in cui Cerved ha investito – abbiamo analizzato centinaia di migliaia di siti di imprese italiane per individuare quelle che descrivono se stesse in modo molto simile alle startup innovative iscritte (i dettagli sono disponibili qui). Abbiamo così trovato altre 6 mila startup e altre 4 mila PMI con un potenziale di innovazione che abbiamo chiamato ‘marmotte’ perché hanno un potenziale innovativo ma sono restie ad uscire dalla tana, rispetto a quelle che hanno dichiarato esplicitamente il proprio potenziale innovativo iscrivendosi alla sezione speciale del Registro delle Imprese.

La ricerca semantica, ci ha inoltre permesso di suddividere tutte le startup e le PMI innovative in otto cluster definiti in base a come le imprese descrivono se stesse. Questo ci ha permesso di capire che le imprese innovative sono specializzate in primo luogo nel cluster mobile&smartphone (circa 4 mila startup e PMI innovative), poi in quello dell’ecosostenibilità (2.500), nelle biotecnologie (circa 2 mila), nel software e internet delle cose (1.700), nella modellazione 3D (mille), nel cluster big data e internet app (poco meno di mille), in R&S (415) e nel cluster ingegneria (289).

L’analisi dei dati ci ha permesso di tracciare 5 interessanti riflessioni:

 

1.       Il numero di crisalidi, imprese innovative nel portafoglio di investitori specializzati, è molto più basso di quello di marmotte: questo è un riflesso dello scarso sviluppo degli operatori finanziari specializzati in innovazione.

2.       L’analisi condotta sui siti internet ha individuato, partendo da circa 70 mila profili web di newco e altrettanti siti internet di PMI, un numero di marmotte molto maggiore per le startup (6 mila) rispetto alle PMI (3.600). Il maggiore potenziale innovativo delle startup rispetto alle imprese più mature è confermato anche dai numeri relative alle imprese iscritte alle sezioni speciali e alle crisalidi, coerentemente con l’approccio iniziale delle norme. Ciò indica che gli sforzi e le attenzioni dedicate a questa categoria di imprese va nella giusta direzione per accrescere il potenziale innovativo del nostro sistema economico.

3.       I dati di bilancio mostrano che sia le startup che le imprese innovative presentano caratteristiche molto diverse dalle non innovative, con tassi di innovazione maggiori, specialmente in intangibles. Tra i vari gruppi di imprese innovative, le iscritte presentano indici ancora migliori, a conferma del successo degli incentivi. È quindi importante capire perché alcune imprese innovative decidono di non iscriversi ed eventualmente rendere i criteri meno stringenti, allo scopo di allargare ulteriormente i benefici delle norme.

4.       La geografia del sistema innovativo indica che la produzione di beni e servizi innovativi segue dei chiari pattern territoriali: sono specializzate in innovazione le province del Nord-Est e della dorsale adriatica, con una distribuzione che segue quella tradizionale dei distretti industriali, piuttosto che quella del triangolo industriale e con il tipico ritardo del Mezzogiorno. L’innovazione in Italia sembra quindi ricalcare i percorsi dei “vecchi” distretti industriali. Il modello distrettuale è andato in crisi in seguito alla globalizzazione ma l’evidenza indica che il capitale imprenditoriale è ancora presente e cerca nuove forme per esprimersi, seguendo in particolare quella dell’innovazione.

5.       Non emergono territori fortemente specializzati in un tipo di attività innovativa; piuttosto sono evidenti delle aree in cui i fattori di contesto favoriscono la nascita e lo sviluppo di imprese innovative in generale. Eloquente il caso di Trento e di Trieste, province in cui la presenza di startup e PMI innovative è molto superiore alla media in ognuno degli otto cluster individuati. Questa evidenza ha importanti ricadute sul dibattito sulla politica industriale in Italia. Fra politiche verticali o di settore, in cui l’operatore pubblico sceglie le aree da sviluppare, e politiche orizzontali o di contesto, in cui l’operatore pubblico opera per assicurare le migliori condizioni per l’espletarsi dell’attività innovativa, lasciando al mercato – agli imprenditori – la scelta di come sfruttarle, i dati supportano chiaramente le seconde. Lavorare sul contesto può essere più difficile ed avere ritorni più differiti rispetto a distribuire fondi a imprese impegnate in un certo tipo di progetto, ma appare come l’unica strada in grado di ridurre il gap innovativo dell’Italia rispetto ai paesi avanzati.

Il sistema imprenditoriale italiano ha quindi risposto con entusiasmo agli incentivi introdotti per favorire la nascita di startup innovative. Per generare effetti economici apprezzabili in termini di crescita e occupazione, è però necessario che un certo numero delle nostre migliori startup passino alla fase di ‘scaleup’ e poi ad ‘unicorni’. Fondamentale in questo senso è favorire un maggiore sviluppo degli operatori finanziari specializzati, anche attraendo in Italia gli investitori con un’esperienza internazionale riconosciuta. 

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