transizione 4.0 e oltre

Innovazione, Pmi confuse dai decreti: ecco cosa serve

Bene il Transizione 4.0, ma sono ancora sconosciuti in termini applicativi i due nuovi crediti d’imposta e già si parla di una nuova legge in arrivo. Gli imprenditori hanno bisogno di più chiarezza e in generale di un primo vero piano industriale per l’innovazione italiana

29 Lug 2020
Paolo Galassi

presidente A.P.I.


Innovazione e digitale saranno il motore del rilancio delle PMI post Covid-19. Ecco perché le PMI nostre associate, oltre ai fondi e ai provvedimenti per tamponare l’emergenza, stanno attendendo un auspicato piano industriale e progetti concreti che possano dare modo all’industria di essere sempre più innovativa e competitiva.

Il Transizione 4.0, luci e ombre

I 7 miliardi di risorse destinati dal Piano “Transizione 4.0”  alle imprese che maggiormente punteranno sugli investimenti green, in ricerca e sviluppo, in attività di design e innovazione estetica, sulla formazione 4.0 sono una prima risposta, ma non basta.

Con il decreto attuativo di maggio, rivedendo alcune caratteristiche proprie e meccanismi applicativi degli incentivi 4.0, il Governo ha voluto ampliare la platea dei potenziali beneficiari – in gran parte le piccole imprese – perché negli anni passati la maggior parte degli incentivi erano andati a realtà medio grandi.

Nel Piano “Transizione 4.0”, i due nuovi crediti d’imposta saranno utili per stimolare la spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica che si affiancano al vecchio credito d’imposta in Ricerca e Sviluppo, il quale viene notevolmente ridotto (dal 25-50% del 2019 al 12% del 2020).

Inoltre, il credito d’imposta formazione 4.0 è poco rivolto alle piccole aziende perché agevola solamente il costo (orario) del personale occupato in formazione 4.0 e, inoltre, è necessaria la certificazione del revisore, quindi lo strumento è destinato a realtà più strutturate e con un maggior numero di dipendenti. Ancor meno positiva per le associate, la trasformazione del super e iper ammortamento in credito d’imposta per beni strumentali, tanto che lo stesso Piano “Colao”, ha chiesto di incentivare l’innovazione tecnologica delle imprese con il ripristino e potenziamento delle misure previste da Industria 4.0, in particolare il ritorno all’iper ammortamento con suo ulteriore potenziamento.

Il fatto che vengano chiesti, nel Piano, anche la possibilità di decidere autonomamente il periodo di iper o super ammortamento, di fissare a 4/5 anni la durata del periodo di validità degli incentivi, per consentire una migliore programmazione degli investimenti, l’incremento di aliquote e massimale per il credito Ricerca e Sviluppo, ci fa trovare di fronte a un paradosso tutto italiano che di certo aumenta la confusione degli imprenditori e non agevola la ripresa. È come se il Piano “Colao”, infatti, chiedesse la cancellazione del Piano “Transizione 4.0” – con decreto attuativo appena firmato – e il ripristino della vecchia normativa di Industria 4.0.

Anzi, durante gli Stati generali, si è anche parlato del nuovo Piano “Progettiamo il Rilancio, che sarebbe in grado di spingere la ripresa del Paese, grazie anche al potenziamento del piano Transizione 4.0, con un rafforzamento dei sistemi di incentivi agli investimenti. Inoltre, si sta pensando anche a un Piano Impresa 4.0 Plus per i grandi progetti di automazione, intelligenza artificiale, blockchain e per la transizione green dei sistemi produttivi.

La necessità di chiarezza

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L’impressione degli imprenditori è, quindi, quella che tutto possa ancora cambiare con la prossima legge. Questo, senza dubbio, crea una difficoltà nel programmare gli investimenti, dovendo inseguire l’ultima proroga, invece di avere tempi più lunghi e certi in cui fruire degli incentivi. Per scardinare i problemi che frenano la crescita sono importanti, sia le infrastrutture digitali, ma anche la certezza degli strumenti e delle azioni a livello pluriennale che permetterebbero alle imprese di ragionare in un’ottica di sviluppo di medio periodo. Inoltre, gli interventi devono essere chiari e disponibili a breve. Inserire in un decreto uno strumento che poi deve essere reso attuativo da un altro decreto mina la fiducia degli imprenditori e non permette una corretta programmazione.

Una recente ricerca ha evidenziato che di tutti gli oltre 100 provvedimenti previsti dai decreti degli ultimi mesi solo il 17% sono stati varati. E alcuni sono anche in attesa da ben prima dell’emergenza Covid-19; il credito d’imposta per la partecipazione alle manifestazioni fieristiche, per esempio, è stato disciplinato nel 2019 ma, a oggi, non è ancora operativo. Serve, quindi, un cambio di passo ma questo non lo possono fare solo ed esclusivamente le imprese, soprattutto in questo momento alle prese con enormi problemi di liquidità. Lo Stato deve fare la sua parte.

Infine, sono stati approvati dal Consiglio Europeo i fondi destinati agli Stati, l’Italia avrà a disposizione i suoi. Ora più che mai c’è necessità che si decida velocemente l’uso e soprattutto che siano destinati allo sviluppo imprenditoriale del Paese.

In un recente sondaggio elaborato dall’Ufficio Studi dell’Associazione alla domanda “Come descriverebbe la situazione della sua azienda pre Covid-19?” oltre il 74% degli imprenditori ha risposto positivamente, post emergenza la situazione si è quasi ribaltata: per quasi il 65% delle imprese viene ritenuta negativa. Oltre il 39% delle aziende registra problemi di liquidità a causa degli insoluti, il 31,7% per la necessità di pagare i dipendenti, il 24,4% per i pagamenti dei fornitori.

Conclusione

Sappiamo che l’emergenza ha imposto a tutti un cambio di paradigma, e da questo rinnovamento non possono esimersi le aziende. Molte piccole imprese, in poco tempo, hanno, infatti, adottato misure e modelli organizzativi non ancora sperimentati o entrati a pieno regime, come per esempio lo smart working e la metodologia agile e, contemporaneamente, hanno dovuto riorganizzare i momenti di formazione in calendario o i progetti di innovazione preventivati.

Ora, che la produzione è ripartita, gli imprenditori, ancora più di ieri, sono consapevoli che, per uscire dal tunnel, c’è bisogno di una svolta. E per le imprese non può che essere rappresentata da nuove idee, da nuovi prodotti, nuovi processi, dall’adattare i sistemi produttivi alle nuove esigenze post Covid-19 per essere al pari dei concorrenti stranieri rispetto ai quali già soffriamo di un notevole gap innovativo.

Un’azienda, che fa innovazione vera, crea occupazione; obiettivo prioritario in questo momento in cui la cassa integrazione la fa da padrone e lo spettro di un autunno caldo incombe sull’economia italiana.

La tempestività è la parola d’ordine e un’emergenza va gestita con misure straordinarie e con facilità di accesso agli strumenti. Altrimenti il gap digitale, e non solo, che soffriamo nei confronti degli altri Paesi sarà destinato ad aumentare andando a depauperare il tessuto imprenditoriale italiano fatto da PMI e aziende che hanno fatto grande il made in Italy nel mondo.

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