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investimenti venture

Startup, la grettezza dei grandi imprenditori italiani (con una eccezione)

Le grandi famiglie del capitale italiano si sono arroccate sulle loro fortune ignorando il principio del give back e preferendo investire, al più, nel mattone invece che scendere nell’arena del venture business. E, mentre i guru del VC consigliano di scappare negli Usa, ecco stagliarsi l’esempio positivo di Luigi Berlusconi

20 Giu 2018

Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur, open innovation consultant, startup and policy advisor


Sono almeno due anni che alcuni rappresentanti dell’ecosistema insistono a lanciare appelli verso le grandi famiglie del capitale nostrano perché diano l’esempio, scendendo nell’arena del venture business e investendo una parte dei loro ingentissimi patrimoni in progetti di neoimprenditori italiani.

Gli imprenditori e il principio (disatteso) del give back

Perché è evidente a tutti quanto l’Italia sia un paese di stampo conservativo, in cui il patrimonio soprattutto se ingente prende la strada di Svizzera, Lichtestein, Lussemburgo, Principato di Monaco et similia, o al limite finisce in cari vecchi mattoni in zone di pregio dello stivale, ma giammai in economia reale. Figurarsi poi se qualcuno dei “prenditori” nostrani possa sentirsi in obbligo di rispettare quel principio del “give back” ai propri luoghi natii a cui si dovrebbe gratitudine, ed a cui restituire una piccola parte della propria fortuna semplicemente dando nuove opportunità a chi ci prova dopo di loro. Ma come si fa a far adottare un principio simile a pseudo capitani d’industria che vengono fin da piccoli educati a considerarsi unti dal signore solo per portare un cognome, che rilasciano interviste sulla meritocrazia ai direttori dei propri giornali stando sdraiati sullo yacht mentre mandano in cassa integrazione operai, che scalano aziende a debito per poi spolparle degli asset e rivenderne il cadavere?

Le grandi famiglie del capitale italiano e il VC

Il livello delle nostre famiglie imprenditoriali è terrificante, è inutile negarselo ed è inutile aspettarsi pulsioni di responsabilità verso il paese da alcuno di loro. Coerentemente con ciò, andando a guardare cosa fanno osserviamo che i Ferrero investono in innovazione negli USA, i Barilla idem, i Moratti hanno sì annunciato un fondo di VC per investire in Italia ma puntano a raccogliere soldi di terzi, i Boroli-Drago fanno solo Private Equity, e i solo temporalmente ultimi arrivati, gli Agnelli con il fondo Exor Seed annunciato in pompa magna la scorsa settimana, si sono semplicemente fatti belli con un’attività preesistente e che comunque, osservandola nel dettaglio, non ha nemmeno di striscio la mission di investire in Italia. Dedicare anche solo un 5 per cento della dotazione a startup early stage italiane sarebbe stato un segnale importantissimo, da parte di una famiglia che ha ricevuto per mezzo secolo consistenti aiuti dallo Stato e che all’Italia deve la propria fortuna, e che invece di “restituire” qualcosa ha trasferito la società all’estero come un Cavalier Brambilla qualsiasi.

L’esempio positivo di Luigi Berlusconi

Sembra assurdo come l’esempio più brillante ed ammirevole nel paese provenga invece da un figlio dell’imprenditore che più è stato trattato da parvenu da queste dinastie che si danno un tono monarchico: Luigi Berlusconi, il minore dei figli del Cavaliere, già da molti anni e (purtroppo) tenendo un basso profilo ha dato il là a diverse operazioni che operano nel settore del venture business, ed ha messo a segno degli ottimi affari sia attraverso la Holding di investimenti B5 che alimentando U-Start, società di advisory che ha costruito un importante network internazionale di investitori di startup attraverso i club deal. Tanto di cappello a questo giovane finanziere che sa correre dei rischi e che ha valorizzato diversi imprenditori di talento.

L’evento a porte chiuse di John Elkann

Ma l’assurdo del contesto suona ancora più tale se pensiamo che, nonostante nel paese ci sia da quasi un decennio un network di operatori (acceleratori, associazioni, advisors…) che diffonde cultura d’impresa di stampo anglosassone, motivi i giovani insegnando metodologie, investa serialmente in micro-seed cercando di aumentare la massa critica di chi ci prova, il buon John Elkann si costruisca un evento che per i profili degli speaker avrebbe avuto un grandissimo impatto se fosse stato aperto alla stampa generalista, alla politica, ai gestori delle casse previdenziali, del risparmio bancario ed assicurativo, nonché a ricercatori e giovani talenti. Un evento siffatto, in Italia, con ospiti mai visti prima come Peter Thiel avrebbe lanciato un messaggio di ottimismo e fiducia che avrebbe facilmente smosso le cose. Invece se lo è fatto a porte chiuse, anzi chiusissime, con cento ospiti selezionati da tutta Europa, e da quel pulpito si è messo a dare lezioni sul fatto che l’Europa debba puntare maggiormente sui propri imprenditori, che bisogna investire su di loro facendoli sbagliare, perché solo dopo aver fallito alcune volte si riesce ad avere successo. Bello, bellissimo, esattamente quello che altri tentano di dire da anni scontrandosi con il muro di gomma del conservatorismo. Ma arrivati al 2018, in Italia, da John Elkann più dell’evento privatissimo dal sapore lobbistico ci si aspettavano fatti, azioni, assunzione di rischio, role modeling, se non un atto di amore per il proprio paese, per dare una spinta verso uno stadio evolutivo successivo rispetto a quello – drammatico – in cui ci si trova.

Il rischio di mettere il futuro nelle mani di incompetenti

La scorsa settimana, durante una chat con Jason Mendelson – autore di “Venture Deals” (il teso di riferimento globale per il venture capital) -con dei colleghi imprenditori abbiamo domandato come regolarci a fronte dello scenario attuale. Lui stesso ci ha risposto con un diretto e spassionato “scappate, venite negli USA”, aggiungendo come spiegazione “i Venture Capitalist europei sembrano al punto in cui erano quelli della East Coast fino a qualche tempo fa, cioè almeno dieci anni arretrati rispetto a quelli californiani. Adesso quelli della East Coast sono finalmente ok, hanno capito come si lavora, ma in Europa la situazione è terribile, non mettete le vostre vite ed il vostro futuro imprenditoriale nelle mani di questi incompetenti”. Si stava parlando dell’Europa, che a noi italiani sembra una Bengodi.

La lista delle startup italiane espatriate

Una vulgata ricorrente tra gli investitori del paese vorrebbe i nuovi imprenditori italiani non all’altezza, impreparati, poco ambiziosi. A questi signori che tentano di celare la propria incompetenza spostando l’attenzione sui founder, andrebbe attaccata al muro la lista delle startup italiane espatriate per impossibilità di raccogliere in Italia. Ma ancora più che queste, va fatto loro notare un dato pubblicato anch’esso la scorsa settimana, quasi a sconfessare in tempo reale la prudenza di Exor rispetto all’Italia: è stato reso noto che il numero di progetti di imprenditori italiani che hanno richiesto fondi Horizon2020 è cresciuto enormemente nel tempo, fino a raggiungere il terzo posto dietro a Regno Unito e Germania.

A John Elkann, in conclusione, suggerisco di ritentare, con più apertura nel mischiarsi con l’ecosistema degli innovatori e con maggiore attitudine al rischio, magari facendo due chiacchiere prima con Luigi Berlusconi.

La replica

Startup, Riva (Sei): “Nostro Forum dimostra interesse di grandi imprenditori italiani”

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