Da una parte il decreto Bollette che, in nome dell’interesse nazionale, autorizza la costruzione di data center senza necessità di modifiche ai PGT locali, dunque di fatto bypassando le istituzioni regionali.
Dall’altro, alcune Regioni che cercano di frenare l’espansione con norme locali e canoni elevati a costruire, in nome della tutela ambientale e dell’impatto sul territorio e sulle persone che lo vivono.
La protesta contro i datacenter dagli Usa ora sbarca in Italia, dove però questo mercato è molto più immaturo. I comitati ambientalisti e cittadini usano gli stessi argomenti d’oltreoceano per opporsi e trovano sponda in alcune amministrazioni.
Un’evoluzione dell’antico conflitto insito nel rapporto tra ambiente, umano e innovazione nella sua rappresentazione più concreta, fatta di cemento e cavi. Ma non solo.
Il data center è sì un’infrastruttura, ma anche un simbolo. Rappresenta il luogo dove “si fa l’AI”, quella stessa intelligenza artificiale che è certamente entrata nella quotidianità e nelle case di tutti, ma il cui potenziale e valore è percepito in modo parziale, con sfumature di resistenza che vanno dal luddismo al timore di essere sostituibili e sostituiti.
Non a caso, i sondaggi americani notano che a opporsi sono anche i cittadini di aree lontane dai data center. Non è solo nimby: ci sono anche paure economiche ed esistenziali, insomma.
Indice degli argomenti
Proteste data center in Italia, il divario tra norme regionali e nazionale
In Italia l’impostazione statale data dalla nuova norma inserita nel decreto Bollette tende a favorire gli investimenti e a semplificare i percorsi autorizzativi, riconoscendo ai data center un ruolo centrale nella trasformazione digitale del Paese. Le Regioni, però, rivendicano competenze decisive su urbanistica, consumo di suolo, energia, ambiente e pianificazione locale.
Lombardia
In Lombardia, il Consiglio mira ad aumentare i canoni di costruzione del 200% rimandando poi ai Comuni la decisione su eventuali modifiche urbanistiche. Un disincentivo, di fatto: i nuovi paletti regionali puntano a impedire che la corsa agli impianti digitali si traduca in ulteriore occupazione di aree agricole o libere, privilegiando invece siti industriali, dismessi o già urbanizzati. Il nodo nasce proprio qui: mentre la cornice nazionale guarda ai data center come infrastrutture strategiche da attrarre e accelerare, le regole regionali introducono criteri più selettivi per valutarne l’impatto territoriale ed energetico.
Tuttavia, la norma nazionale inserita nel decreto Bollette ha già aperto la strada a tre richieste autorizzative per nuovi data center in Lombardia. I progetti riguardano:
- Magenta, con un campus da circa 240 MW nell’area ex Novaceta;
- Peschiera Borromeo, dove Microsoft punta sull’ex Postalmarket escludendo l’uso della falda potabile per il raffreddamento;
- Bollate, dove l’iter è stato sbloccato dopo il ritiro del ricorso al Tar di Legambiente, grazie a misure compensative come un corridoio ecologico e l’ampliamento del Parco delle Groane.
Il Piemonte
Allo stesso modo, il Piemonte si prepara a introdurre una legge regionale per regolare la crescita dei data center, dopo l’aumento delle richieste legate soprattutto allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La Regione vuole evitare che l’arrivo di grandi impianti digitali produca un impatto eccessivo sui consumi energetici, sul territorio e sulle reti infrastrutturali. La Regione punta a selezionare i progetti, fermando quelli più energivori o meno compatibili con la sostenibilità del sistema regionale.
Perché un’opposizione territoriale ai data center
L’opposizione locale non nasce da mero egoismo territoriale, ma dalla percezione di uno squilibrio tra costi visibili e benefici astratti: energia, acqua, suolo, rumore e impatto paesaggistico restano nei luoghi, mentre i vantaggi economici e tecnologici sembrano spesso concentrarsi altrove.
Sul consumo di acqua le paure sono infondate – gli attuali datacenter consumano quanto un’industria e circa quanto due campi da golf.
Sull’aumento dei costi energetici i timori hanno più motivo, ma non ci sono al momento evidenze in merito. Negli Usa, per altro, le big tech stanno concorrendo alla produzione di energia e ai costi di potenziamento della rete per ospitare i datacenter.
Il report “Energy and AI” 2025 dell’International Energy Agency stima che il consumo elettrico globale dei data center possa passare da circa 415 TWh nel 2024 a circa 945 TWh nel 2030, poco meno del 3% della domanda elettrica mondiale. La stessa IEA segnala che Stati Uniti e Cina peseranno per quasi l’80% della crescita globale dei consumi elettrici dei data center entro il 2030.
Le proteste negli USA contro i datacenter
Negli Stati Uniti 833 gruppi di cittadini organizzati, distribuiti su 49 stati, stanno riscrivendo la mappa dell’espansione infrastrutturale dell’intelligenza artificiale. Non con algoritmi, ma con assemblee comunali, petizioni e ricorsi. I dati pubblicati a giugno 2026 da Data Center Watch, il progetto di monitoraggio della società di intelligence 10a Labs, registrano un punto di svolta strutturale. Nei soli primi tre mesi dell’anno, almeno 75 progetti di data center per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari sono stati bloccati o ritardati dall’opposizione locale, un volume equivalente all’intero volume del 2025. Negli ultimi tre anni almeno 85 miliardi di dollari in progetti sono stati cancellati a causa di azioni di opposizione locale. I gruppi di resistenza attivi sono più che raddoppiati rispetto alla fine dell’anno precedente, passando da 396 a 833 in un trimestre.
Un sondaggio Gallup di maggio 2026 registra che il 71% degli americani si oppone alla costruzione di data center nella propria area, quasi la metà con forte contrarietà. Si tratta di una percentuale superiore a quella storica dell’opposizione alle centrali nucleari, che nello stesso sondaggio si ferma al 53%. Il Pew Research Center ha documentato come la percezione negativa non sia limitata a chi vive nelle vicinanze: gli americani che hanno anche solo sentito parlare dei data center esprimono livelli di contrarietà comparabili a quelli di chi ci abita a fianco. Solo l’8% degli oppositori risiede effettivamente vicino a una di queste strutture.
La geografia della resistenza americana
Il punto essenziale è che il fenomeno ha superato la soglia del NIMBYism (Not in my backyard – ism) localizzato per diventare una questione politica nazionale, bipartisan, con implicazioni dirette sulla capacità dell’industria dell’IA di costruire la propria base infrastrutturale.
Come ha ricostruito l’Economist, i prossimi data center di frontiera, quelli capaci di addestrare i modelli del 2030, che secondo Anthropic richiederanno fino a 5 GW ciascuno e secondo Epoch AI fino a 16 GW, non sorgeranno nei cluster urbani della Virginia o della California, ma nella Silicon Heartland di Michigan, Wisconsin e Ohio, o negli stati del Sud come Louisiana, Mississippi e Texas. Sono le aree rurali e semi-rurali dove il terreno costa poco, dove le reti elettriche hanno margini di espansione e dove la resistenza politica era, fino a ieri, minima.
Moratorie e vincoli locali contro i data center
Quel vantaggio competitivo si sta erodendo rapidamente. La contea di Loudoun, in Virginia, storicamente nota come il corridoio dei data center americano, ha eliminato nel marzo 2025 le norme che ne facilitavano lo sviluppo, introducendo un requisito di Eccezione Speciale con udienze pubbliche. San Marcos, in Texas, ha approvato una moratoria. Almeno 69 amministrazioni locali negli Stati Uniti hanno varato divieti o pause normative a maggio 2026. Seattle, sede di Microsoft e Amazon, ha imposto una pausa di un anno. Lo stato di New York ha approvato una moratoria legislativa sui permessi per grandi data center. Il Maine ha sfiorato un divieto su scala statale, bloccato solo dal veto del governatore.
In Ohio, dove il data center Prometheus di Meta punta a consumare un intero gigawatt, la produzione di un grande reattore nucleare, per operazioni di AI, la commissione delle utility statali ha introdotto nel luglio 2025 un obbligo vincolante: gli operatori al di sopra di una certa dimensione devono pagare mensilmente almeno l’85% della capacità energetica prenotata, anche se non la utilizzano. Una clausola più stringente dell’impegno volontario firmato dalle big tech nello Studio Ovale nel marzo 2026, proprio perché vincolante. Ma nemmeno questa misura è bastata a placare l’opposizione. Tre quarti dei Democratici e due terzi dei Repubblicani dell’Ohio restano contrari allo sviluppo locale dei data center. Vivek Ramaswamy, candidato governatore repubblicano e dichiarato entusiasta dell’AI, è testa a testa nei sondaggi con il rivale democratico, nonostante Donald Trump abbia vinto lo stato con 11 punti di scarto nel 2024.
L’amministrazione federale dispone di strumenti per aggirare questa resistenza. Il progetto da 10 GW a Piketon, in Ohio, finanziato da SoftBank su terreno federale, è stato annunciato dal Dipartimento dell’Energia evitando le ordinarie procedure di permitting locale. Il segretario all’Energia Chris Wright ha dichiarato che garantire la leadership americana nell’AI è l’obiettivo primario del suo mandato. La legittimità democratica di queste scorciatoie è fragile, e il consenso locale resta un vincolo reale sull’esecuzione dei progetti.
Il fronte giudiziario: dal Cile all’Irlanda, i data center in tribunale
All’opposizione civica si sta affiancando un secondo vettore di resistenza, meno visibile ma potenzialmente più duraturo, il contenzioso climatico.
Il Global Trends in Climate Change Litigation: 2026 Snapshot, pubblicato il 25 giugno dal Grantham Research Institute della London School of Economics, identifica i data center come una delle nuove frontiere del contenzioso legato al clima. Analizzando circa 3.600 cause climatiche presentate dal 2015, il rapporto documenta un numero crescente di azioni legali che contestano le fonti energetiche, il consumo idrico e l’inquinamento atmosferico delle infrastrutture digitali.
Il modello irlandese sotto attacco giudiziario
Il caso più istruttivo è quello irlandese, che il rapporto LSE classifica come hotspot del contenzioso. L’Irlanda ha accolto per un decennio i data center delle big tech attratte da fiscalità favorevole e atteggiamento regolatorio permissivo, fino a trovarsi con oltre un quinto del consumo elettrico nazionale assorbito da un pugno di strutture industriali. La risposta regolatoria, il modello BYOP (Bring Your Own Power), introdotto dalla Commission for Regulation of Utilities a dicembre 2025, che impone ai nuovi data center di dotarsi di capacità di generazione propria e di raggiungere l’80% di rinnovabili entro sei anni, è ora sotto attacco giudiziario. Friends of the Irish Environment, Friends of the Earth Ireland e ClientEarth hanno chiesto la revisione giudiziaria della decisione della CRU, contestando la finestra transitoria di sei anni durante la quale i data center potranno continuare a operare con combustibili fossili. L’argomento è che questa concessione consoliderà la dipendenza dal gas fossile per anni.
Gli scontri sui datacenter possono danneggiare l’AI e frenarne i benefici
Il tema è centrale perché proteste contro i data center AI possono diventare uno dei colli di bottiglia più concreti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Il primo effetto delle proteste è il ritardo. Un data center bloccato da moratorie, audizioni, ricorsi o nuove condizioni urbanistiche non aggiunge capacità di calcolo quando il mercato la richiede. Se la domanda di AI cresce più rapidamente dell’offerta di compute, il risultato è una scarsità relativa: prezzi più alti per la capacità cloud, priorità ai clienti più remunerativi, maggiore costo di addestramento dei modelli e possibile rallentamento nell’adozione per imprese più piccole.
Il secondo effetto riguarda il costo del capitale. Più incertezza autorizzativa significa più rischio per chi finanzia i progetti. I developer possono essere costretti a sostenere spese aggiuntive per studi ambientali, mitigazione acustica, sistemi di riciclo dell’acqua, compensazioni locali, infrastrutture dedicate, produzione elettrica on-site o batterie. Alcuni di questi interventi migliorano la sostenibilità dell’impianto; tutti, però, entrano nel costo industriale della capacità AI.
Il terzo effetto passa dalle tariffe elettriche. La questione non è automatica: un grande cliente può contribuire a distribuire i costi fissi della rete su più consumi e, se paga tariffe adeguate, può ridurre la pressione sugli altri utenti. Ma il beneficio dipende dal disegno regolatorio. La letteratura esaminata dal Center on Global Energy Policy della Columbia University nel giugno 2026 sottolinea che servono contratti trasparenti, allocazione corretta dei costi di connessione e regole che impediscano di scaricare sugli utenti residenziali gli investimenti necessari a servire grandi carichi.
Il caso PJM mostra il rischio opposto. Monitoring Analytics, market monitor indipendente del mercato elettrico PJM, nel “2025 State of the Market Report” attribuisce alla crescita dei data center un ruolo primario nelle condizioni recenti e attese del mercato della capacità. Il report calcola che l’inclusione dei carichi esistenti e previsti dei data center abbia prodotto un aumento complessivo di 23,1 miliardi di dollari nei ricavi dei capacity market per le aste 2025/2026, 2026/2027 e 2027/2028.
Le proteste possono insomma danneggiare quegli stessi territori (e utenti) che vorrebbero tutelare.
Come gestire le proteste
Certo, una parte delle paure può essere sovrastimata o basata su informazioni incomplete, soprattutto quando si parla di consumo idrico senza distinguere tecnologie di raffreddamento, riuso dell’acqua e condizioni climatiche locali. Ma liquidare l’opposizione come semplice nimbyismo rischia di peggiorare il conflitto. I residenti chiedono chi paga gli upgrade della rete, quali garanzie esistono sulle bollette, quanta acqua viene usata, quanti posti di lavoro restano dopo il cantiere e quali vincoli rimangono se la domanda AI cambia.
Poi ci sono i timori di essere sostituiti dalle macchine o della minaccia che arriva dall’AI per la sicurezza nazionale e personale.
Anche in questo caso: non ci sono prove, ma non sono timori campati in aria, Anche in questo caso: non ci sono prove, ma non sono timori campati in aria,
- se il Governo Usa arriva a bloccare in parte Mythos e Gpt 5.6 per la loro capacità di trovare vulnerabilità informatiche destabilizzanti per le nazioni;
- se molti big dell’AI come Dario Amodei (Anthropic) o Elon Musk continuano a immaginare un mondo dove l’AI svolge una parte consistente dei lavori umani.
| Fonte | Data / campione | Che cosa misura | Dato principale | Motivi o timori emersi |
|---|---|---|---|---|
| Pew Research Center, “Americans and AI 2026” | Survey 17-23 febbraio 2026 | Percezione generale dell’AI | 63% pensa che l’AI avanzi troppo rapidamente | Privacy, impatto sociale negativo, perdita di controllo |
| Pew Research Center, “Americans and AI 2026” | Survey 17-23 febbraio 2026 | Impatto previsto dell’AI | 40% prevede un impatto negativo sulla società, contro 16% positivo | Sfiducia verso effetti sociali e personali dell’AI |
| Pew Research Center, “How Americans View AI…” | Survey 9-15 giugno 2025, 5.023 adulti Usa | Preoccupazione generale verso l’AI | 50% più preoccupato che entusiasta; 57% valuta alti i rischi sociali | Indebolimento di creatività, capacità umane e relazioni |
| Quinnipiac University Poll | Pubblicato 30 marzo 2026 | Opinione generale sull’AI | 80% molto o abbastanza preoccupato | Lavoro, trasparenza delle aziende, regolazione insufficiente |
| Quinnipiac University Poll | Pubblicato 30 marzo 2026 | Effetto dell’AI sul lavoro | 70% pensa che l’AI ridurrà le opportunità di lavoro | Timore di sostituzione occupazionale e minori chance professionali |
| Quinnipiac University Poll | Pubblicato 30 marzo 2026 | Data center AI nelle comunità locali | 65% contrario a un data center AI nella propria comunità | Costi elettrici 72%, uso dell’acqua 64%, rumore 41% |
| Gallup / Special Competitive Studies Project | Survey 25 aprile-5 maggio 2025, 3.128 adulti Usa | Regole su AI safety e data security | 80% preferisce regole anche se rallentano lo sviluppo AI | Sicurezza, protezione dati, sfiducia verso decisioni automatizzate |
| Gallup / Special Competitive Studies Project | Survey 25 aprile-5 maggio 2025 | Fiducia nell’AI | 60% non si fida della capacità dell’AI di prendere decisioni giuste e imparziali | Bias, equità, affidabilità dei sistemi |
| KFF Health Tracking Poll | Survey 24 febbraio-2 marzo 2026, 1.343 adulti Usa | Uso dell’AI per informazioni sanitarie | 77% preoccupato per la privacy dei dati medici inseriti in strumenti AI | Riservatezza sanitaria, uso dei dati personali, affidabilità dei consigli medici |
La risposta migliore non è accelerare ignorando i territori, ma anticipare le condizioni: tariffe dedicate per grandi carichi, pagamento anticipato delle opere di connessione, obblighi di flessibilità nei picchi, trasparenza sui contratti energetici, standard su rumore e acqua, localizzazione coerente con la capacità della rete. Dove queste condizioni mancano, ogni nuovo progetto rischia di diventare un referendum locale sull’AI.
Il nodo dell’accettazione sociale
Lo studio “Going slow to go fast”, pubblicato nel 2025 su Nature Reviews Clean Technology, sottolinea che le grandi infrastrutture incontrano meno resistenza quando le comunità non sono trattate come ostacoli da superare, ma come soggetti da coinvolgere nella definizione dei progetti. Partecipazione, giustizia procedurale e distribuzione locale dei benefici diventano quindi condizioni essenziali per evitare che opere considerate strategiche a livello nazionale si trasformino, sul territorio, in simboli di imposizione dall’alto.
Lo studio “Beyond a checklist for acceptance”, pubblicato nel 2024 su Sustainability Science, mostra che l’accettazione di una grande infrastruttura è un processo dinamico che si costruisce nel tempo. Fiducia nelle istituzioni, qualità della partecipazione, trasparenza sulle ricadute ambientali e distribuzione percepita di costi e benefici incidono direttamente sulla risposta delle comunità. Applicato ai data center, questo significa che il conflitto non nasce solo dall’ingombro fisico degli impianti, ma dalla sensazione che decisioni strategiche vengano prese altrove, lasciando ai territori soprattutto consumo di suolo, domanda energetica e impatti ambientali.
Ancora prima, nel 2007 gli studi di Wüstenhagen–Wolsink-Burer sulla social acceptance delle infrastrutture energetiche avevano criticato l’uso semplicistico della categoria NIMBY, mostrando che la resistenza locale dipende anche da fiducia istituzionale, giustizia procedurale e distribuzione dei benefici.
Il data center come simbolo dell’AI “ostile”
I data center aggiungono a questo schema un elemento simbolico ulteriore: non sono soltanto capannoni energivori, ma l’incarnazione materiale dell’intelligenza artificiale. La loro presenza rende fisica una tecnologia percepita finora come immateriale, domestica e quasi invisibile. Per questo diventano il punto in cui si condensano paure diverse: il consumo di risorse, l’opacità delle Big Tech, la perdita di controllo democratico sulle trasformazioni tecnologiche e il timore di sostituzione del lavoro umano.
Un tema di fiducia
Il report 2026 di Milltown Partners evidenzia come il conflitto sui data center sia, prima ancora che una questione infrastrutturale, una questione di fiducia. L’opposizione locale non nasce soltanto dalla paura di rumore, consumo energetico o impatto ambientale, ma dalla percezione che le decisioni siano prese da grandi aziende tecnologiche e istituzioni lontane, senza un reale coinvolgimento delle comunità. In questo senso, il data center diventa il punto fisico in cui si manifesta la sfiducia verso Big Tech e verso una trasformazione guidata dall’AI percepita come opaca, asimmetrica e poco controllabile.
Dove manca fiducia nella distribuzione dei benefici e nella trasparenza dei processi, l’infrastruttura non appare come progresso condiviso, ma come imposizione dall’alto.
Su questa faglia il mondo, e presto a quanto pare anche l’Italia, dovrà presto confrontarsi.

















Partecipa alla community