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Direttore responsabile Alessandro Longo

Memory Squad - 132° PUNTATA

Ferragosto

15 Ago 2016

15 agosto 2016

Cronache dal futuro (anno 2333), a cura del docente visionario Edoardo Fleischner per Agendadigitale.eu

Il dottor Annthok Mabiis, nell’anno 2333, ha annullato tutte, o quasi, le memorie connesse della galassia per mezzo del Grande Ictus Mnemonico. “Per salvare uomini e umanidi dalla noia totale, dalla Sindrome della Noia Assoluta”, perché le memorie connesse fanno conoscere, fin dalla nascita, la vita futura di ciascuno, in ogni particolare. La Memory Squad 11, protagonista di questa serie, con la base di copertura su un ricostruito antico bus rosso a due piani, è incaricata di rintracciare le pochissime memorie connesse che riescono ancora a funzionare. Non è ancora chiaro se poi devono distruggerle o, al contrario, utilizzarle per ricostruire tutte quelle che sono state annientate, se devono cioè completare il lavoro del dottor Mabiis o, al contrario, riportare la galassia a “come era prima”.

“Sono le memorie connesse più preziose, agenti!” la comandante Khaspros stuolava le migliaia d’agenti accomodati. La sua squadra intorno a lei. “La mia squadra ha scoperto che sono memorie connesse particolari, memorie genetiche… prima del grande ictus mnemonico ciascuno di noi ne aveva una, uomini e umanidi… i soggetti più resistenti, “più appartenenti” come vengono classificati, le hanno ancora…”

Oltre diecimila poltrone. Cinquemila divani. Tremila tavolini. Il salotto spaziava. Le bottiglie svuotanti. I bicchieri vuotati. I ventimila agenti attenti. Sorridevano. Pregustavano. Adagiavano. Le vetrate di prati. I soffitti di cieli. Il podio della comandante Khaspros al centro.

“Passo la parola alla vicecomandante della mia squadra Xina Shaiira, analista del terreno e dell’ambiente. Vi esporrà i dati segnaletico-comportamentali dei soggetti in questione… sono ricavati dai rilievi fatti negli ultimi tre mesi… raccomando a voi particolare attenzione… dovrete integrarli con le simulazioni globali già in vostro possesso… Xina a te la parola!”
“Comandante Khaspros grazie… e grazie a voi colleghi d’esser venuti fin qui per questo contatto di persona… ma, pochi preamboli, passiamo alla missione…”

Convenuti dai boschi sereni. Dalle metropoli affannate. Dalle coste umili. Dai mari consenzienti.
Dalle strade impiccione. Dalle colonie astrali impudiche. Dai bar sfottenti. Dagli stadi intensi. Dai campi assecondati. Dagli uffici rintanati. Dalle caserme assenti.

“I soggetti da individuare sono quelli che hanno ancora connessa la propria memoria delle festività-permanenti …” un brusio condiviso. Qualche sorriso ironizzante. Tanti bicchieri riempiti di nuovo.
“Si stava meglio tutti quanti con le memorie-festa connesse! Dai ammettilo comandante!” vocia un agente.
“Vi prego colleghi! Questa non è una caccia al tesoro! Non siamo qui per divertirci! Dobbiamo smantellare una rete di privilegiati… incolpevoli ma privilegiati! Lo so, tutti i privilegiati si sentono incolpevoli… è questo che pensate vero? Ma qui non stiamo a fare filosofia e tanto meno politica…”

I divani rimbalzavano le divise. I tavolini le piccole nuvole d’un bel tempo sfacciato. I bicchieri le dita arrossate.

“Ora alcune loro caratteristiche comportamentali, colleghi… sembrano banalità ma sono di casta, diciamo così, d’appartenenza… per esempio non guardano mai in faccia, qualche volta il collo, il vostro collo, ma quasi sempre oltre, dietro di voi, verso l’orizzonte… camminano come se stessero andando in tre, anche quattro direzioni diverse contemporaneamente… se parlano a qualcuno che appartiene alla loro rete, declamano frasi incomprensibili… piene di sottintesi… se parlano a chi non è della loro appartenenza, sembra sempre che ordinino un particolare cocktail… e poi vestono, come dice la mia collega Sama Argo, con attenzione trascurata, con vorticosa naturalezza, con gioiosa noia…” sorrideva. Stringeva gli occhi. Volutamente. Voluttuosamente. Alzatamente.

La sua voce brullava. Sfrullava nei salottini. Abbrancava i capelli rasati di molti. Stronava le spalline grondanti di gradi. Tintinnava le medaglie. Degli impudici veterani.

Xina Shaiira istruiva: “Una volta individuati dovrete avvicinarvi con aria quasi distratta, consiglio di guardare verso il cielo, come se doveste capire che tempo farà il giorno dopo, alla vecchia maniera, come annusaste il vento… camminate come se foste in pantaloncini da spiaggia, niente gamba tesa, molleggiati… imitate un’espressione facciale di uno di loro, che vi siete premuniti di individuare prima e di osservare attentamente… intensa ma distratta… lo so non è facile! Il vostro obiettivo è di simulare d’essere nel loro reticolo, del loro reticolo… per pochi minuti… quanto basta per… ma voi non avete le memorie-festa! Voi non emanate festina, né la ricevete dagli altri del reticolo… voi non siete dentro, voi siete fuori! Potrei dire inesorabilmente fuori… potreste festarvi per tutta la vita, ma loro, che sono dentro, se ne accorgerebbero… Dunque avete pochi secondi per ingannarli… pochi attimi in cui il vostro atteggiamento è l’unica arma in vostro possesso… il linguaggio del vostro corpo, le spalle sono importantissime! Lievemente ondeggianti… ma senza esagerare!… il vostro sguardo… guardate oltre, come fanno loro… le labbra non contratte…”

Xina Shaiira non li vedeva più. Non li sentiva. Gli agenti dissolti. Sparsi. Persi.

“Ricordate il vostro inganno non dura una vita, quelli dentro il reticolo vi riconosceranno come loro estranei in pochi istanti… accade tutta la vita così… e diffidate se vedete un’accoglienza eccessivamente sincera, che vi sembra sincera, soprattutto se dura più d’un momento. Ricordatevi: è sulla vostra ultima parola chiave, quella che usano sempre loro, che la loro memoria connessa rimbalzerebbe su di voi per tornare a loro e confermare la vostra appartenenza alla rete-festa.”

Xina Shaiira brancolava la festa.
“Ma, questo è il punto, voi non appartenete alla rete-festa e quindi la memoria connessa non, ripeto non, rimbalzerà su di voi entrando nel reticolo di appartenenza, ma andrà a morire su di voi… si sconnetterà… voi l’avrete assorbita… azzerata… non rimane a voi, ma ne avete tolta una a loro! E questo a noi basta. Spero di essere stata chiara.” Vuota. Svotata.

Il sole acquattava. Sulle cime dei pini. La valle sinuava. Avverdiva. Trionfante.

“E ora l’ultima e più importante istruzione. Ecco la frase che dovete pronunciare con la parola chiave finale… Quando siete a portata di voce coi soggetti in questione, diciamo un passo, guardate alla loro pancia e dite, ‘Io rimango in città… tu che fai a Ferragosto?’”

(132 – continua la serie. Episodio “chiuso”)

edoflei06@gmail.com

  • Attilio A. Romita

    “Era un periodo di riposo e di festeggiamenti istituito dall’imperatore stesso nel 18 a. C., che traeva origine dalla tradizione dei Consualia, feste che celebravano la fine dei lavori agricoli, dedicate a Conso che, nella religione romana, era il dio della terra e della fertilità.”
    Era quindi una festa campestre, e se il raccolto era stato proficuo, era accompagnata da brindisi e cibi cucinati all’aperto.
    No so se questa tradizione è stata rispettata continuamente nel corso dei secoli. Sicuramente è stata ripescata recentemente come occasione di riunioni conviviali e vita all’aperto in questo mondo sempre più grande e sempre più piccolo per ciascuno di noi ristretto in una vita tra le pareti, casa, ufficio, ascensore, automobile.
    E in questo mondo sempre più tecnologico di cucine scientifiche per cibi analiticamente prodotti è questa l’occasione per attivare focolari antichi sui quali attivare antichi odori di carbone, bistecche, peperoni e pane bruciacchiato.
    Austeri professori, incapaci di accendere anche un fiammifero, indossano antiche vesti da cuoco vulcanico e di fronte a fuochi improvvisati ed ardenti dirozzano bistecche e salsicce che offrono ai commensali come cibi cotti a puntino.
    Delicate signore, dopo aver rimosso i trucchi cittadini, preparano su traballanti sostegni contorni vagamente conditi.
    Giovani accaldati tentano proposte alla forosette cittadine ed insieme iniziano vaghi balli campestri.
    Giovanissimi felici per una temporanea libertà corrono mettendo a repentaglio fuochi traballanti e tavoli poco stabili.
    E tutti corrono felici mentre in diecimila celebrano le feria Augusti nello spazio normalmente dedicato al parcheggio ombroso di qualche autovettura.

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