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Italia 1 Giga, ecco i due nemici del piano del Governo

Burocrazia e carenza di personale qualificato sia sul fronte gestionale che su quello realizzativo potrebbero essere un freno al piano Italia 1 Giga, con cui il Governo intende accelerare lo sviluppo delle reti a banda ultralarga nelle aree non ritenute profittevoli dai privati

17 Nov 2021
Francesco Bellini

Professore di Digital Transformation & Data Management – Università di Roma La Sapienza

Il Piano “Italia 1 Giga” legato al PNRR integra il piano BUL 2015 favorendo lo sviluppo di reti a banda ultra-larga nelle aree del Paese in cui si registra carenza di investimenti da parte degli operatori a causa di una minore redditività degli stessi rispetto ad aree più profittevoli.

Quanto previsto dal Piano è in linea con ciò che da tempo si riteneva auspicabile in tema di sviluppo della BUL, ovvero:

  • raggiungere con la connettività ultraveloce il maggior numero di cittadini e imprese nel minor tempo possibile;
  • garantire la neutralità tecnologica facendo leva sulle migliori soluzioni tecnologiche disponibili, sia fisse che wireless;
  • garantire adeguati livelli di concorrenza fra tutti gli operatori del settore;
  • introdurre il modello a incentivo anche superare le perplessità sull’efficacia ed efficienza di quello della concessione adottato per il piano BUL 2015.

A fronte di queste positive novità vi sono, però, almeno due fattori di rischio che devono essere attentamente considerati: burocrazia e carenza di personale qualificato.

Italia 1 Giga, connessa e sicura: ecco le priorità 2021-2022

L’iter del piano Italia 1 Giga

A seguito dell’approvazione, lo scorso 27 luglio, del Piano di intervento “Italia a 1 Giga” (di seguito anche Piano) da parte del Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale si è svolta tra gli operatori del settore la consultazione pubblica per definire la strategia di implementazione dell’intervento pubblico previsto nella Strategia italiana per la Banda Ultra Larga – Verso la Gigabit Society. Questa, in attuazione al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (di seguito, PNRR), definisce le azioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi di trasformazione digitale indicati dalla Commissione europea con la Comunicazione sulla Connettività per un mercato unico digitale europeo (cd. “Gigabit Society”) e con la Comunicazione sul decennio digitale (cd. “Digital compass”).

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La Strategia interviene anticipando al 2026 il raggiungimento i target europei, fissati al 2030, e, in continuità con la precedente del 2015, ha l’obiettivo di colmare la carenza di infrastrutture di rete a banda ultra-larga (BUL) che ancora permane in Italia, garantendo una velocità di connessione delle reti fisse ad almeno 1 Gbit/s su tutto il territorio nazionale. Ricordiamo che con il piano BUL del 2015 gli investimenti in corso nelle aree bianche e il c.d. “Piano voucher” sono necessari ad assicurare l’obiettivo dell’inclusione sociale nelle zone del Paese a minore densità di popolazione prive di reti NGA (Next Generation Access) e lo sviluppo della domanda di servizi di connettività a banda ultra-larga da parte di famiglie e imprese.

Nello specifico, con il Piano “Italia a 1 Giga” si dovrà arrivare ad avere un’infrastruttura capace di garantire connettività ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload alle unità immobiliari che, a seguito della mappatura delle infrastrutture presenti o pianificate al 2026 dagli operatori di mercato, sono risultate non coperte da almeno una rete in grado di fornire in maniera affidabile velocità di connessione in download pari o superiori a 300 Mbit/s. La connessione ad almeno 1 Gbit/s in download e 200 Mbit/s in upload dovrà essere fornita senza limiti al volume di traffico per gli utenti e nel rispetto del principio della neutralità tecnologica.

Stanziamenti e modelli di intervento

Il nuovo Piano mette a disposizione 3,68 miliardi di euro del PNRR per completare (e rendicontare) entro agosto del 2026 la realizzazione di infrastrutture di tipo VHCN (Very High Capacity Network) ovvero capaci di soddisfare il fabbisogno di connettività determinato dai servizi a valore aggiunto e di cittadinanza che saranno disponibili nei prossimi 15-20 anni. Il bando verrà lanciato nel primo trimestre del 2022 e ci saranno quindi 4 anni per cablare 6,1 milioni di indirizzi civici che corrispondono a circa 8,5 milioni di unità immobiliari. Già nel 2023 è prevista una prima milestone di verifica che dovrebbe valere circa un terzo del Piano. Sappiamo che il mancato rispetto delle scadenze potrà comportare la perdita dei finanziamenti comunitari.

Per questa attività il Governo ha deciso di utilizzare il modello di intervento ad incentivo (o gap funding) che consiste in un contributo pubblico a favore degli aggiudicatari delle opere di infrastrutturazione determinato come percentuale massima (65-70%) sul costo complessivo delle opere. A differenza dei bandi BUL 2015, dove le infrastrutture di rete realizzate sono assegnate in concessione all’aggiudicatario, con questo modello le opere resteranno di proprietà degli operatori che potranno partecipare in forma individuale o associata alle procedure di evidenza pubblica.

Italia a 1 Giga, luci e ombre del Piano

Come già anticipato in precedenti contributi, l’esperienza dell’implementazione del piano BUL 2015 non costituisce un precedente a favore del successo del nuovo e così ambizioso Piano.

La burocrazia

Basti pensare che ad oggi, dopo 6 anni, siamo al 31% di completamento dei cantieri fibra ed al 13% di quelli wireless ovvero, in termini assoluti, 1.973 comuni terminati su 6.232 per la fibra e 957 comuni su 7.173 per il wireless.

Questo è dovuto principalmente alla complessità delle procedure autorizzative, concessorie e di collaudo, e per le quali sembra molto difficile invertire nel breve periodo la tendenza considerato anche che, ad esempio, il ranking della World Bank – Doing Business posiziona l’Italia al 97° posto per l’indicatore Dealing with construction permits.

Il decreto concorrenza mira a semplificazioni, ma ci sono dubbi sulla sua efficacia, con l’attuale testo, che comunque obbliga ad accordi.

Carenza di personale qualificato

Altra incognita che incombe sull’attuazione del Piano è legata alla carenza di personale qualificato sia sul fronte gestionale che su quello realizzativo.

Infratel Italia, la società in house del MISE, appare infatti quantomeno sottodimensionata per gestire e monitorare in un così limitato orizzonte temporale l’affidamento a numerosi operatori di un lavoro di infrastrutturazione tanto complesso e capillare.

Sul fronte realizzativo poi bisogna fare i conti con la carenza di manodopera da impegnare nei cantieri. Su questo fronte si sommano alcuni fattori concorrenti quali la richiesta di manodopera per la realizzazione dei cantieri del Superbonus 110% e la provenienza dall’estero di circa il 30-35% dei lavoratori, i quali potrebbero essere impiegati nei rispettivi Paesi per sviluppare i piani nazionali legati alla ripresa e/o potrebbero essere limitati negli spostamenti verso l’Italia da un’ulteriore recrudescenza della crisi pandemica. Si stima quindi che potrebbero mancare all’appello fra i 10 ed i 15mila addetti.

Le strategie di Tim e Open Fiber

Infine, sullo sfondo troviamo ancora le strategie reali o presunte di TIM e Open Fiber che dovrebbero essere state sterilizzate dalla svolta impressa dal governo Draghi sul dossier banda ultra-larga ma rispetto alle quali lo stesso deve continuare a vigilare affinché non diventino un ostacolo alla realizzazione del Piano “Italia a 1 Giga”.

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