Italia 1 Giga, connessa e sicura: ecco le priorità 2021-2022 - Agenda Digitale

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Italia 1 Giga, connessa e sicura: ecco le priorità 2021-2022

Il Piano “Italia 1 Giga” e lo sviluppo del 5G; la semplificazione e la sicurezza informatica: tutti i temi sul tavolo della digital transformation del Paese

02 Set 2021
Domenico Salerno

Istituto per la Competitività – I-Com

L’arrivo della prima tranche da 24,9 miliardi di euro dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) indica l’avvio formale di un percorso che va ben oltre la ripresa post-pandemica. La partita appena iniziata prevede un profondo processo di rinnovamento del Paese che dovrebbe mettere l’Italia in condizione di superare grandi sfide come la digital transformation e la transizione ecologica.

Focalizzando l’attenzione sul versante tecnologico, il Pnrr ha previsto risorse per 40,2 miliardi di euro per la digitalizzazione dell’Italia che, sommate al React EU e al fondo complementare, portano l’esborso totale previsto per quest’ambito a 49,86 miliardi.

I punti su cui è necessario intervenire sono molteplici, ma i principali riguardano certamente le reti di telecomunicazione fisse e mobili e la sicurezza informatica.

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Il Piano “Italia 1 Giga”

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha destinato allo sviluppo delle reti ultraveloci 6,7 miliardi di euro. Più della metà degli stanziamenti, circa 3,86 miliardi, avranno l’obiettivo di colmare la carenza di infrastrutture di rete a banda ultralarga in Italia. Lo scopo di questi interventi è garantire entro il 2026 una velocità di connessione delle reti fisse ad almeno 1 Gbit/s su tutto il territorio nazionale. In questo contesto, lo scorso 27 luglio il Comitato interministeriale per la transizione digitale ha approvato il piano “Italia 1 Giga” che individua le linee guida per l’elargizione di investimenti pubblici in banda ultralarga, al fine di garantire a tutti i cittadini italiani una connettività in linea con gli obiettivi europei della Gigabit society e del Digital Compass.

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L’intervento pubblico riguarda i civici che, secondo l’ultima mappatura effettuata da Infratel, entro il 2026 saranno coperti con una velocità di connessione di almeno 300 Mbit/s. Tale soglia è stata stabilita per garantire lo sviluppo delle reti da parte dei privati anche in assenza di finanziamenti pubblici. Il piano prevede inoltre che gli operatori possano partecipare ai bandi di gara anche in modalità associativa. Gli interventi pubblici saranno somministrati tramite incentivi (o gap funding), ovvero la modalità maggiormente idonea per incentivare gli operatori a raggiungere la copertura di tutte le unità immobiliari. Il piano è attualmente soggetto a una consultazione pubblica iniziata il 6 agosto che si chiuderà il 15 settembre.

Il deployment del 5G in Italia

Un’altra partita fondamentale per lo sviluppo tecnologico dell’Italia è quella delle reti mobili di quinta generazione. Il nostro è tra i Paesi che ha registrato una delle migliori performance nella prima fase del percorso verso la realizzazione di una rete nazionale di telecomunicazione mobile 5G. L’aver assegnato tutte e tre le frequenze pioniere nel 2018 (mossa che ci ha visto primi in Europa e secondi a livello globale) ci ha garantito un importante vantaggio rispetto ai competitor internazionali. Già nel 2017 potevamo vantare l’avvio di 5 sperimentazioni che prevedevano la copertura (parziale) di altrettante città con la rete di quinta generazione. L’Italia è stata, inoltre, il terzo Paese Ue, dopo Finlandia e Austria e insieme alla Spagna, ad aver lanciato a giugno 2019 un servizio commerciale 5G. Sfortunatamente, il vantaggio accumulato negli scorsi anni non è stato successivamente confermato dal deployment delle reti. Se osserviamo i dati sulle stazioni base installate sul territorio emerge che l’Italia, con sole 1.500 unità attivate, non è riuscita a tenere il passo con altri grandi Paesi come Stati Uniti e Germania (entrambi a 50 mila circa) e soprattutto con quelli asiatici, come la Cina (1 milione).

Lo studio promosso dalla Commissione europea, “Identification and quantification of key socio-economic data to support strategic planning for the introduction of 5G in Europe” ha previsto che la diffusione del 5G avrebbe determinato benefici economici per 141,7 miliardi di euro già nel 2020. L’analisi, effettuata da una serie di istituti di ricerca per conto della Commissione, ha cercato di stimare il moltiplicatore degli investimenti in 5G (programmati entro il 2020) e il loro effetto sul mercato del lavoro. Sfortunatamente, a 4 anni di distanza dalla pubblicazione dello studio, la quota di investimenti prevista, che nel caso dell’Italia ammontava a 6,8 miliardi di euro, sembra ancora lontana dall’essere raggiunta (salvo quanto messo a bilancio dagli operatori per le licenze 5G). Nonostante ciò, la ricerca può essere utilizzata come una stima della perdita economica e di posti di lavoro derivante dal non aver rispettato la tabella di marcia preventivata nel 2016 nel rollout delle reti di ultima generazione. Sulla base di queste previsioni, dunque, i mancanti investimenti nel 5G avrebbero prodotto benefici economici fino a 15,7 miliardi di euro e fino a 186.000 posti di lavoro. L’infrastrutturazione della rete di quinta generazione quindi, oltre a essere un fattore abilitante per numerose nuove tecnologie, può rappresentare un importante volano per l’economia anche grazie alle ingenti risorse necessarie per la sua implementazione.

La Consultazione e le “Aree Bianche 5G”

Il 26 luglio si è chiusa la consultazione indetta da Infratel volta a effettuare la mappatura delle reti mobili di ultima generazione (4G e 5G) in Italia al 31 maggio 2021. Identificare lo stato della copertura mobile del Paese è fondamentale per definire i piani di intervento pubblici da attivare utilizzando i fondi previsti dal Pnrr. Attualmente non esiste una mappa delle “aree a fallimento di mercato” delle reti mobili, ovvero quelle zone del Paese in cui, per ragioni economiche, le aziende del settore non intendono essere presenti. Il censimento sarà quindi utile a fornire un disegno chiaro della connettività mobile in Italia, in particolare nelle aree extra urbane e a favorire la copertura anche delle zone che altrimenti sarebbero rimaste sguarnite e rappresenterà quindi il primo fondamentale tassello nella realizzazione del Piano Italia 5G.

Il cronoprogramma contenuto nella “Strategia italiana per la banda ultralarga” è stato fino a oggi ampiamente rispettato. Il prossimo passo sarà l’individuazione delle “aree bianche” di intervento, sulle quali designare e pubblicare i bandi. Un’operazione, questa, che dovrebbe realizzarsi tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo. La timeline prevede che tutte le gare del Piano Italia 5G dovrebbero essere assegnate entro il 2022, dando così inizio alla fase realizzativa entro l’anno successivo. Anche per la fase di cantierizzazione dei progetti, il programma prevede ritmi serrati, tanto che la prima milestone (che equivale a uno stato di realizzazione del 20%) dovrebbe essere raggiunta entro il terzo trimestre del 2023. La chiusura del progetto, in linea con le scadenze imposte dal Next Generation Eu, dovrebbe avvenire nel primo semestre del 2026.

Il tema cybersecurity e il ruolo dell’Agenzia italiana

Un altro tema di primaria importanza per lo sviluppo tecnologico del Paese, strettamente correlato con il deployment del 5G, è quello della sicurezza informatica. Internet è diventato, ormai da alcuni anni, il centro delle attività sociali, ricreative e lavorative, nonché il canale privilegiato dell’interazione di cittadini e imprese con le pubbliche amministrazioni. Utilizzare la rete come principale tramite lavorativo e commerciale offre quindi nuove opportunità per persone e aziende ma, allo stesso tempo, crea nuovi rischi. Gli attacchi informatici di estrema rilevanza stanno diventando ogni giorno più frequenti, l’ultimo in ordine temporale è quello che ha interessato il Centro elaborazione dati (CED) della Regione Lazio che ha paralizzato per giorni le attività sanitarie e ostacolato la campagna di vaccinazione anti Covid-19. Purtroppo, l’azione malevola che ha colpito il Lazio è solo l’ultima di una lunga serie. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica (CLUSIT), che ogni anno censisce gli attacchi cibernetici classificati come gravi a livello globale, nel 2020, in corrispondenza dello scoppio della pandemia di Covid-19, è stato raggiunto il record negativo di eventi malevoli, che sono stati 1.871. Osservando i dati degli ultimi 4 anni è possibile notare come le azioni gravi, derivanti evidentemente da gruppi di cybercriminali organizzati, sono aumentate del 40%, di cui l’11% solo nell’ultimo anno.

Dato questo scenario è facile comprendere pienamente l’importanza dell’istituzione della nuova Agenzia per la cybersicurezza (ACN) italiana. Il nuovo organo fungerà da anello di collegamento tra tutti i soggetti pubblici e privati che si occupano di sicurezza informatica al fine di tutelare gli interessi nazionali e garantire la resilienza dei servizi e delle funzioni essenziali dello Stato rispetto alle minacce cibernetiche. Toccherà all’Agenzia stabilire inoltre quali misure di sicurezza e attività ispettive si dovranno adottare negli ambiti del perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, della sicurezza delle reti e dei sistemi informativi (direttiva NIS) e della sicurezza delle reti di comunicazione elettronica. L’ente assumerà tutte le funzioni in materia di cybersicurezza già attribuite al ministero dello Sviluppo economico, incluse quelle relative al perimetro di sicurezza nazionale cibernetica e all’implementazione del CVCN (comprese le attività di ispezione e verifica e quelle relative all’accertamento delle violazioni e all’irrogazione delle sanzioni amministrative). Inoltre, acquisirà le competenze attribuite al DIS (relative alla sicurezza e all’integrità delle comunicazioni elettroniche), svolgendo tutte le funzioni attribuite alla Presidenza del Consiglio in materia di perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, nonché tutte le attività in materia di cybersicurezza già attribuite all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) dalle disposizioni vigenti. Di conseguenza, il parere dell’Agenzia sarà determinante pure per la valutazione degli accordi di fornitura per le reti 5G e per la gestione di tutto il processo di implementazione del sistema di certificazione degli apparati.

Last but not least: il tema semplificazioni

La pianificazione ambiziosa operata dal governo italiano negli scorsi mesi dovrà superare un argine che affligge tutte le opere infrastrutturali che si realizzano nel nostro Paese, ovvero l’eccesso di burocrazia. Si tratta di un tema di estrema importanza per lo sviluppo futuro dell’Italia, non solo in ambito tecnologico, tanto che l’esecutivo (su indicazioni europee) ha inserito la sburocratizzazione tra le misure fondamentali previste nel Pnrr.

Secondo l’ultima versione del rapporto “Doing Business” pubblicato dalla Banca Mondiale, l’Italia si posiziona al 97° posto su 190 Paesi per difficoltà nel trattare con i permessi di costruzione. Per ottenere l’approvazione alla realizzazione di un’infrastruttura sono necessarie 14 autorizzazioni, ottenibili in un tempo medio di 189,5 giorni. Queste tempistiche sono notevolmente superiori rispetto a quelle registrate, ad esempio, in UK, dove ne sono necessarie 9 ottenibili in 86 giorni, e in Germania, in cui in 126 giorni si ottengono i 9 permessi richiesti dalla legge.

Il ritardo nella realizzazione delle infrastrutture di rete si riflette, inoltre, in una perdita di competitività delle filiere industriali italiane. Secondo l’ultima versione dell’EY Digital Infrastructure Index pubblicata a dicembre 2020, il 5G è ancora quasi del tutto assente dai territori che ospitano alcune delle principali filiere del nostro Paese, come quelle dei macchinari industriali e dell’agrifood. In generale, tutte le strutture produttive che non si trovano in prossimità delle principali aree urbane sono notevolmente penalizzate non solo dall’assenza del 5G, ma anche da una mancanza generale delle infrastrutture di connettività veloce (in particolare nelle cosiddette “aree grigie”). In quest’ambito è però utile sottolineare come un grande passo avanti in ottica deployment 5G sembra essere già stato fatto grazie al decreto Semplificazioni bis (decreto legge del 31 maggio 2021, numro 77). La norma introduce l’istanza unica, che prevede, quando l’installazione dell’infrastruttura sia subordinata all’acquisizione di uno o più provvedimenti (determinazioni, pareri, intese, concerti, nulla osta o altri atti di concessione, autorizzazione o assenso), la convocazione di una conferenza di servizi entro cinque giorni lavorativi dalla presentazione dell’istanza alla quale prendono parte tutte le amministrazioni e gli enti interessati. Il parere della conferenza di servizi va quindi a sostituire tutti i provvedimenti delle varie autorità competenti, semplificando notevolmente il processo. Inoltre, allo scadere dei 90 giorni dalla presentazione del progetto, in caso di mancato riscontro scatterà il silenzio-assenso, consentendo così agli operatori di avere un orizzonte temporale certo per la pianificazione delle opere. Il decreto interviene anche sull’aggiornamento dei ripetitori attualmente in uso al 5G, per i quali, nella maggior parte dei casi, sarà sufficiente presentare un’autocertificazione all’amministrazione comunale.

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