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Direttore responsabile Alessandro Longo

il punto

Le nuove reti tra uovo oggi e gallina domani: perché scegliere?

di Carlo Tagliaferri, presidente di Selta

06 Mar 2015

6 marzo 2015

Una rete pronta al cambiamento e capace di adattarsi. Anche ai servizi che oggi non possiamo nemmeno immaginare ma che tra 5-10 anni saranno una realtà. Nella visione di Selta,uno dei maggiori produttori di piattaforme per la rete ultrabroadband – la carta vincente è quella di un’evoluzione tecnologica che sia sostenibile in funzione dei servizi erogati e che permetta di valo-rizzare la modularità dell’investimento. In questo modo, anche la distinzione tra fibra e rame diverrà sempre più “soft”, grazie a soluzioni come i nodi d’accesso multi servizio (MSAN)

In Europa e negli Stati Uniti, con modalità diverse, si sta aprendo un dibattito che riguarda lo sviluppo delle reti e quello dei servizi che ci passano sopra. Negli Usa, per esempio, dove gli operatori hanno avuto maggiormente mano libera in materia tariffaria, il confronto sulla Net Neutrality finisce con il riguardare la ripartizione della “torta” tra Telco e Ott.

In Europa, si prende atto che finora la prevalente preoccupazione per la protezione tariffaria del consumatore si è poi tradotta in una minor propensione all’investimento. I maggiori operatori vedono i loro conti ancora con il segno meno, benché gli ultimi due anni abbiano visto espandere la diffusione delle nuove reti, soprattutto mobili. La conseguenza è che, per esempio, in Europa Occidentale la diffusione della fibra fino all’utente (FTTH/FTTB) è ancora single digit, che le prospettive di rafforzamento della rete cercano nel pubblico quel che il privato potrebbe non avere convenienza a fare e che, anche e soprattutto in Italia, si stia ancora accanitamente discutendo di quale debba essere il modello della futura rete.

Una prima osservazione è che in questi ultimi anni, l’offerta si è notevolmente allargata e articolata. La partenza del broadband, sul finire degli anni ‘90, con le prime reti Adsl che proponevano per il vasto pubblico velocità 5-10 volte maggiori di quelle consuete del dial-up aveva segnato il riferimento quasi unico, fatta eccezione per le pochissime connessioni in fibra. Oggi, l’offerta è assai più articolata, anche all’ingresso del broadband nel mobile, con le prestazioni dell’HSDPA e  dell’LTE che gareggiano nell’ampia offerta broadband.

Per inciso, non è irrilevante il fatto che la prossima generazione della telefonia mobile, il 5G, anche se non ha raggiunto una standardizzazione, si basi su due concetti di fondo. Il primo è che essa potrà far leva non su una singola tecnologia, ma su un insieme di opzioni di rete; il secondo è quello dell’utilizzo delle risorse opportune in funzione dell’esigenza effettiva. Sulla rete, infatti, già oggi transitano flussi di traffico assai diversi, che possono via via privilegiare la capacità (es. video-sorveglianza, Tv, social video), la latenza (controllo reti utilities), i volumi (utilizzo stanziale) e così via.

 

Utilizzare le risorse che servono

Tutto questo ci porta a ritenere che gli utenti siano disposti anche a pagare in modo diverso servizi diversi, con conseguente ottimizzazione delle risorse. I confini tenderanno a sfumare e già oggi, del resto, si è in presenza di talune forme di servizio che rappresentano un punto d’incontro tra rete fissa e mobile (si pensi alle femto-celle per abitazioni o uffici, in cui la microstazione base utilizza frequenze mobili ma è alimentata da una connessione fissa DSL o fibra).

L’altro lato di questa “tenaglia” è rappresentato dalla sostenibilità economica. Da almeno una decina d’anni, per esempio, si discute se sia nato prima l’uovo o la gallina: da una parte chi sostiene che solo la crescita della domanda potrà spingere e remunerare gli investimenti per le nuove reti, dall’altra chi ritiene che il fatto stesso che vi siano connessioni più capaci e veloci darà il via a nuovi servizi, che ci si augura remunerativi a sufficienza per pagare gli investimenti. In mezzo, chi ritiene che impegnare ingenti soldi pubblici per finanziare investimenti a vantaggio dei “soliti noti” (OTT quasi tutti oltreoceano) sia poco produttivo.

La nostra visione è che sia opportuno mettere in campo tecnologie e soluzioni che permettano un “upgrade fine”, quindi modulare, della rete. Le tecnologie, del resto, progrediscono rapidamente, e vincolare su piani a lungo periodo lo sviluppo della rete potrebbe essere poco produttivo. In altri termini, dimensionare sulla base delle tecnologie di oggi una rete per il traffico previsto tra dieci anni non è la strada più opportuna. Meglio un approccio “pay as you grow”, a condizione però che l’investimento di oggi possa rivelarsi utilizzabile anche domani e dopo.Insomma: non necessariamente occorre scegliere tra uovo oggi e gallina domani.

 

Le piattaforme Multi-Service

Considerazioni di questo genere hanno guidato anche la presenza di Selta nello sviluppo delle soluzioni per la banda larga, ormai da più di una dozzina di anni, passando da un approccio orientato alla crescita della capacità (fin dai primi tempi di utilizzo del bonding, cioè degli accoppiamenti multipli e Dsl simmetrico) a quello più recente di crescita delle funzionalità e delle architetture supportate. E’ il caso della famiglia di piattaforme MSAN , i Multi-Service Access Node, che grazie alla loro modularità intelligente possono servire congiuntamente tradizionali linee Pots, larga banda Dsl (Adsl / Vdsl) oltre ad una serie di opzioni per connessioni ottiche. In altre parole, un approccio di questo tipo permette, con trasformazioni minime all’interno di un armadio di rete, di accompagnare l’evoluzione di un utente man mano questo voglia passare dalla semplice fonia all’accesso Intenet broadband o ultrabroadband. La capacità di supportare connessioni anche vectoring o G.fast apre la strada ad un’altra delle tendenze: quella di una densificazione della rete tale da ridurre la distanza dell’ultimo miglio alle poche centinaia o decine di metri.

E’ da notare che talune di queste tecnologie sono molto “fresche”. Se il deployment del Vdsl2 nella forma della fibra all’armadio e quindi dell’ultimo tratto in rame è recente, il G.fast è stato standardizzato nella sua forma finale solo pochi mesi fa. Spostare il punto di diramazione della fibra per poi proseguire negli ulimi metri o addirittura con il cablaggio verticale in rame, può essere la strada non solo per ridurre i costi ma anche per accelerare i tempi dell’ultrabroadband all’utente finale. Sotto questo profilo, i confini tra la “rete in fibra” e quelli della “rete in rame” tendono a sfumare sempre più.

 

Conosciamo la rete del 2020?

Quindici anni fa, quando sul mercato si affacciava la rete mobile 3G (l’Umts europeo), si incominciava a vedere come il video potesse entrare a far parte dei servizi mobili. Naturalmente, solo la disponibilità di linee con velocità del megabit e oltre ha permesso di realizzare “user experience“ significative. I servizi di cui si parla per il prossimo futuro e che in parte sono già disponibili, richiederanno un’articolazione molto maggiore, e sempre più potranno appoggiarsi sul segmento fisso o su quello mobile. Naturalmente, una parte rilevante sarà rappresentata dall’IoT, l’Internet delle cose.

Per il 2020, anno in cui è previsto tra l’altro il decollo del 5G, gli osservatori di mercato stimano un numero tra i 25 e i 50 miliardi di oggetti connessi ad una rete di comunicazione: fondamentalmente una rete IP. Si va dai pochi bit dei sensori che possono rilevare ogni 30 minuti il livello di un corso d’acqua,  ai kilobyte che accompagnano sui display stradali la ricerca di un parcheggio pubblico, fino ai Megabit al secondo di un sistema di videosorveglianza (a Londra ci sono già più di 1 milione di videocamere a tale scopo), fino alle grandi quantità di dati riservati all’entertainment domestico, su display che, già oggi con l’Ultra HD (ma si profila già il successore) devono animare 8 milioni di pixel. La rete del futuro non dovrà essere solo potente, ma soprattutto adattabile: per crescere e per accogliere nuove funzionalità. Comprese quelle che oggi nemmeno immaginiamo. In fondo, anche solo 5 anni fa, chi aveva un tablet?

 

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