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Direttore responsabile Alessandro Longo

il quadro

Tutte le gocce di futuro che abbiamo visto all’Internet Festival

14 Ott 2016

14 ottobre 2016

Quattro giorni passati a Internet Festival 2016 sono stati una scorta di saperi, incontri e analisi da spalmare con parsimonia per i prossimi dodici mesi

C’è forse un problema in corso nello smisurato mondo dell’innovazione digitale: la parola “futuro”.  Una parola ormai abusata come passepartout per qualunque consesso di qualsiasi partito e movimento, per ogni riunione di lavoro, di marketing e di spin doctor, nelle grandi cerimonie istituzionali e in ogni possibile festa o inaugurazione. Poi passi quattro intensi giorni ad Internet Festival a Pisa, lo scorso week end lungo, e finalmente trovi il vero presente che sta dando vere forme al futuro.

La sesta edizione Internet Festival – Forme di futuro (questa la dizione con il suo pay off) ti risucchia, ti ingloba, ma soprattutto annulla i tuoi eventuali gap fra un futuro tutto fumo e le forme reali e vissute dei futuri in corso. Non c’è Internet con le sue “magnifiche sorti e progressive”, ormai infrastruttura invisibile ai più, ma il mondo che viaggia, intraprende, studia, ricerca, compra, vende, gioca, ama, odia, si aggrega, vince e perde. Punto. È superfluo, ma anche incompleto, aggiungere che il mondo fa tutto ciò “sulla rete”. Lo sanno tutti ormai, anche chi non la usa. E come se aggiungessimo “con l’elettricità”, o “con le onde radio”.

E chi avesse ancora un problema personale, aziendale o istituzionale di digital divide – sì, certo, siamo ancora in parecchi – ha trovato a Pisa, da giovedì a domenica scorsi, decine di tutorial, T-Tour, da 50-60 minuti ciascuno, per bambini piccoli, per ogni età, fino ai novantenni, per analfabeti digitali (ma anche per super esperti), per iniziare subito a entrare nel mondo digitale, per sporcarsi le mani coi bit o per approfondire sempre di più.

Si può cominciare dai mattoncini di plastica più noti al mondo e imparare con questi un pizzico di elettronica e, perché no, di robotica, tanto è quest’ultima che dominerà il mondo, che darà forme nuove al nostro futuro. E per familiarizzare, a sei anni, si può addirittura imparare come si programma un robot, come si inventano apparecchi nuovi con Bee-Bot. Bee-Bot è parte del progetto di ricerca E-Rob (svolto dall’ IRCCS Fondazione Stella Maris e dall’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e finanziato dalla Fondazione TIM). Il progetto vuole analizzare e verificare come la Robotica Educativa possa potenziare alcune funzioni cognitive, chiamate “funzioni esecutive”, fondamentali per lo sviluppo psico-sociale dei bambini e vuole “proporre la RE come modello di intervento e strumento inclusivo per bambini con bisogni educativi speciali.”

A Pisa, dai sei anni ai tredici, si è imparato a disegnare e creare con software, semplici ma ricchi, dei personaggi da poi postare e condividere sui propri social, oppure a diventare, in un’ora, dei piccoli creativissimi maker in 3D o ancora a rileggere e riscrivere Shakespeare con i tweet. Non sono mancati i giochi per teenager dove, per esempio, si impara tutto del web sfidandosi a squadre. Dai quattordici anni in su ci hanno condotto per mano nel presente dei big data, spiegandoci “il sogno di capire il calcio con i big data”, oppure come si possa raccontare la musica coi dati.

Per gli esperti, per gli addetti ai lavori, c’è stato anche un Tutorial dedicato allo IoT delle “Low Power Wide Area Network” (le reti a basso consumo energetico con coperture di decine di Km), oppure uno workshop che insegnava a progettare e realizzare web documentary interattivi, o un altro a gestire i sintomi cardiaci, per medici e pazienti, con un videogioco in realtà virtuale e, ancora, c’era un Toutorial che mostrava strumenti, applicazioni e casi reali di abilitazione e sostegno, nella vita quotidiana, per persone con disabilità intellettive, autismo e disabilità sensoriali.

Per i T-Tour dovevi fare una prenotazione online e in pochi giorni c’è stato il sold out. C’è una gran fame d’imparare in questo Paese che soffre di un digital divide a macchia di leopardo, a tutte le età, e il modello di apprendimento dei T-Tour potrebbe fare “da scuola alla scuola” e non solo. Immaginate delle elementari dove si studiano le scienze con gli ologrammi e la geografia con la realtà aumentata, come si è fatto a Pisa durante Internet Festival 2016. Certo a Pisa i promotori scientifici di Internet Festival sono fucine di tanta classe scientifica e dirigente del Paese e questa è una garanzia di metodo e merito solidissima che si percepisce in ogni offerta di IF 2016.

E mentre ogni giorno, dalle 9 di mattina alle 20 di sera, i T-Tour colmano i digital divide di migliaia di “quasi-digitali” o arricchiscono le competenze digitali di chi è già esperto, la città mi accoglie in diciotto differenti location con altrettante linee di saperi, d’incontri, eventi, installazioni, interviste e keynote speech.

Faccio lo slalom fra il guru e scienziato dei social network e dei loro abissi, l’olandese Geert Lovink, e la “materializzazione dei legami digitali”, che è il processo con cui le infinite relazioni digitali, che si formano fra i giocatori di videogiochi local multiplayer, diventano poi reali.
Non posso perdere, alla Normale, la discussione su come disarmare la propaganda dell’Isis sul web e poi faccio in tempo a correre per seguire la tavola rotonda sulle otto proposte di Digial Magics per il governo italiano e sul Piano Industria 4.0. Cena di networking e poi concerto di Gary Lucas (com’è bravo!). Sulle sue ultime note esco dal Cinema Lumier e arrivo al Ponte di Mezzo, che attraversa un Arno in curva che già sa di mare. Dall’altro capo del ponte, alle Logge dei Banchi, di fianco al municipio, sei ballerini e ballerine mi attirano in uno strepitoso tango, che con una tecnologia “wearable” misurano in tempo reale il loro respiro e battito cardiaco. Resto senza fiato.

Il giorno dopo sono dentro il web journalism e poi mi tuffo per ore nel confronto fra startup di Internet ed esperti di ogni settore, dal marketing ai media, dai direttori delle tecnologie aziendali ai responsabili web. “Meno male che in Italia ci sono le start up”, bisbiglio a chi mi sta vicino, “Troppo poche, troppo poche!” è la sua risposta. Già, è vero.

Partecipo silenzioso a un gruppo di giovanissimi che progetta un videogioco e seguo un dotta analisi del rapporto fra letteratura e videogame. Non mi faccio mancare una sessione di “Nuove affinità elettive”, giusto appena dopo pranzo. Poi un pomeriggio col provocatore digitale Michele Mezza che duetta col filosofo Giulio Giorello, col super informatico Giorgio De Michelis, ma anche con se stesso, sul “meridiano di Facebook”, il cui flusso di notizie è “senza tempo” e il cui tempo è senza notizie. Si continua con la pantelevision e i suoi spettatori che agiscono nel salotto allargato della connected television, aggiungendo alla tradizionale audience il popolo dei social network, ormai anche questo contabilizzato dalle agenzie per i clienti pubblicitari. La sera e una buona fetta della notte sono coscienziosamente dedicati alla affollatissima movida pisana.

Al quarto giorno, tanta smart city e città “sensibili” e poi un incontro di formidabile spessore (“Il tradimento” delle primavere arabe) fra Donatella Della Ratta, scienziata dei media arabi, e Sami Ben Gharbia, editore online, attivista e saggista tunisino. Hanno analizzato i social, i media e le “primavere arabe”, fra le vittorie in piazza e le sconfitte in rete e nelle sanguinosissime guerre civili, in particolare nella mattanza siriana. Poi migranti e innovazione digitale (gli smarphone indispensabili come il cibo e una tenda) e come la tecnologia viene usata per la solidarietà.
Digitalmente satollo, ho preso il treno regionale veloce al binario 8 della stazione di Pisa per tornare a Milano, via Firenze.

Un solo consiglio al festival: rinunciare alla dizione estesa di “Internet Festival – Forme di futuro” e adottare definitivamente l’acronimo “IF-Forme di futuro”.

edoflei06@gmail.com

  • Attilio A. Romita

    Luciano De Crescenzo fa dire al suo popolare personaggi prof. Bellavista : “Il passato non esiste perché non è più, il Futuro non esiste perché non è ancora, e il Presente, in quanto separazione tra due cose che non esistono, non ha alcuna possibilità di esistere.”
    Sembra una “sparata” filosofica per stupire i benpensanti, ma in effetti è una esatta rappresentazione della “innovazione parlata” che ci circonda. E’ l’innovazione rappresentata da mille prototipi che non diventano mai realtà perché gli “innovatori della parola” subito presentano una futuribile cosa che nasce vecchia.
    Fare un tour all’interno di Internet Festival ci immerge in un mondo che ci riempie di speranze, che ci fa fare un salto in avanti nel tempo, ci illude con possibilità piene di teoria che poi si scontrano contro la dura realtà della vita.
    La parola innovazione ci riempie la mente di idee bellissime spesso proiettate su una nuvola che si dissolve e ci lascia l’amaro in bocca.
    Baconianamente dopo la pars destruens entriamo nella pars costruens.
    E’ bello e giusto che esistano luoghi e tempi destinati alla costruzione dell’immaginario, ma è altrettanto necessario che quell’immaginario sia alimentato altrimenti muore di inedia.
    Per cominciare una considerazione legata alla teoria dei modelli che ci dice che le misure e le proporzioni ed i costi di un modello possano essere trasferiti aritmeticamente al prodotto industriale.
    La seconda considerazione riguarda le valutazioni economiche che oltre che ai costi vivi, devono tener conto di sfridi e scarti che la produzione industriale produce con relativi costi.
    Io credo che tutti coloro che vogliono dedicarsi alla costruzione di realtà innovative debbano sempre imparare prima i sacri canoni dell’economia e del mercato. Infatti ogni bella idea che fallisce ha due conseguenze negative: il fallimento in se stesso e un attributo di negatività per quello che si immaginava potesse essere e non è stato.
    L’esempio delle start-up è sintomatico: si parte con una bella idea, si costruisce un prototipo spendendo il capitale iniziale, si spera che il mercato rimetta tutto a posto.
    La rete e le comunicazioni, cioè tutto quello che definiamo INTERNET, permette di allontanare quanto di vuole la stazione operativa di comando con lo strumento che mette in opera quel comando.
    IoT (Internet of Thing) e IoE (internet of Everyting) sono le regole che allontanano il decisore dall’attuatore e offrono la possibilità di comandare con maggior facilità e sicurezza gli organi attuatori. Per far questo si usano telecamere e strumenti comandati a distanza. Ma solo a mo d’esempio pensiamo ad un organo di controllo dell’alimentazione e della temperatura di un altoforno. Questi attrezzi elettronici devono essere progettati per lavorare con la massima precisione ad altissime temperature e dalla loro “certificazione di sicurezza alle alte temperature” possono anche dipendere centinaia di persone comunque interessate al processo. Se il prototipo non risponde esattamente a regole, non sempre perfettamente note, della teoria dei modelli c’è il rischio che “l’altoforno scoppi”.
    In conclusione per i progetti nella vita reale non basta trovare una brillante soluzione perché la dura realtà è sempre dietro l’angolo.
    E’ bello e sorprendente vedere la fucina di idee esibite nel Festival di Internet, ma è altrettanto bello smontare i giocattoli per ricostruirli a misura d’uomo e non di fantasia.
    Tutto ciò detto è bello ogni tanto immergersi nelle favole …talvolta si realizzano.

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