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Virtual router, costi e sostenibilità spingono il modello software



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I virtual router entrano nelle strategie di imprese e operatori mentre le reti tradizionali mostrano limiti crescenti. Tra obblighi NIS 2, diffusione del cloud, sicurezza, costi e sostenibilità, il modello software offre maggiore flessibilità, controllo e capacità di adattamento

Pubblicato il 25 mag 2026

Alessandro Predieri

CIO & Head of Technology di FibreConnect



virtual router
The internet cable is pulled out of the router.
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Negli ultimi anni il tema dei virtual router è entrato nelle roadmap di operatori e imprese. Non si tratta più di una scelta tecnologica opzionale, ma di una risposta concreta a un cambiamento strutturale: le infrastrutture di rete stanno raggiungendo la fine del loro ciclo di vita, mentre i requisiti normativi, operativi e di sicurezza diventano sempre più stringenti.

In questo scenario, il recepimento nell’ordinamento italiano della Direttiva (UE) 2022/2555 del Parlamento europeo e del Consiglio del 14 dicembre 2022, relativa a misure per un livello comune elevato di sicurezza informatica nell’Unione (NIS 2), attuato tramite il Decreto Legislativo 4 settembre 2024, n. 138, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, introduce un percorso ben definito per le organizzazioni. Le aziende e le istituzioni classificate come “essenziali” o “importanti” sono chiamate a implementare misure concrete e strutturate per garantire la protezione delle reti e dei sistemi informativi, in linea con standard più rigorosi di sicurezza.

Virtual router e NIS 2: il nuovo quadro per le infrastrutture

Questo implica obblighi specifici su gestione del rischio, aggiornamento dei sistemi, continuità operativa, resilienza e risposta agli incidenti. L’adeguamento richiede di ripensare processi, architetture e modalità operative, sviluppando competenze avanzate di cybersecurity e strumenti per il monitoraggio e la risposta in tempo reale. Il quadro NIS 2 diventa così un fattore chiave per l’evoluzione delle infrastrutture IT verso soluzioni più flessibili e resilienti.

Dal modello hardware alle infrastrutture distribuite

È su questo punto che il modello tradizionale mostra i suoi limiti. Molte reti, soprattutto in contesti distribuiti o multi-sede, si basano ancora su router fisici. Ogni apparato ha un proprio ciclo di vita, configurazioni specifiche e livelli diversi di aggiornamento. Questo rende complesso garantire coerenza, visibilità centralizzata e rapidità di intervento.

Allo stesso tempo, il crescente utilizzo del cloud sta modificando profondamente l’architettura delle infrastrutture IT. In Italia, secondo i dati ISTAT relativi al 2025, circa il 68,1% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza servizi cloud computing di livello intermedio o avanzato. Questo significa che applicazioni e dati non sono più concentrati in un unico ambiente, ma distribuiti tra più piattaforme e fornitori.

La rete è dunque un elemento sempre più dinamico, chiamato a collegare ambienti eterogenei e a garantire continuità e prestazioni in contesti ibridi e multi-cloud. I modelli basati esclusivamente su dispositivi hardware statici risultano meno adatti a supportare questa complessità. Non sorprende, allora, che il mercato globale dei virtual router stia attraversando una fase di forte crescita.

Le stime indicano un passaggio da circa 0,4 miliardi di dollari nel 2025 a oltre 1 miliardo entro il 2030, con un tasso di crescita annuo del 21,7%. La dinamica è trainata principalmente dalla diffusione del cloud, dall’evoluzione delle reti 5G e delle architetture edge computing, oltre che dalla necessità delle organizzazioni di ridurre i costi legati all’hardware e aumentare la flessibilità infrastrutturale.

Il ruolo dei virtual router

Il passaggio a un modello software nasce dunque dall’esigenza di adattarsi a infrastrutture distribuite e in continua evoluzione. I virtual router disaccoppiano le funzioni di routing dall’hardware fisico, eseguendole come componenti software su server standard o ambienti cloud.

Anche gli Osservatori del Politecnico di Milano confermano che il cloud è ormai una componente strutturale delle architetture IT, e continua a rappresentare l’infrastruttura di riferimento per i nuovi progetti digitali e per lo sviluppo di servizi avanzati, inclusi quelli basati su intelligenza artificiale. Quando le applicazioni si distribuiscono su ambienti ibridi e multi-cloud, la rete deve evolvere di conseguenza.

Sul piano operativo, la differenza è evidente. In un’architettura tradizionale, ogni modifica richiede interventi puntuali sugli apparati: aggiornamenti firmware, sostituzioni hardware, attività spesso on-site. In un modello virtuale, queste operazioni vengono centralizzate e orchestrate via software. Le configurazioni possono essere replicate, gli aggiornamenti distribuiti in modo coordinato e le risorse allocate dinamicamente in base al traffico reale.

Sicurezza, audit e gestione degli incidenti

Ciò ha impatti diretti anche sulla sicurezza. La NIS 2 richiede capacità di audit, gestione degli incidenti e aggiornamento continuo dei sistemi. Un’infrastruttura virtualizzata facilita questi processi perché riduce la frammentazione e consente un controllo più uniforme e osservabile dell’ambiente.

Accanto alla compliance, il tema economico resta centrale: il modello hardware richiede investimenti iniziali elevati, gestione logistica e frequenti cicli di aggiornamento, mentre ogni nuova esigenza comporta spesso nuovi acquisti. Le piattaforme virtuali, invece, permettono di scalare la capacità in modo flessibile senza aumentare l’hardware, riducendo i costi e rendendo più adattabile la pianificazione degli investimenti.

Sostenibilità ambientale e ciclo di vita delle infrastrutture

Un ulteriore aspetto sempre più rilevante nelle decisioni di investimento è l’impatto ambientale delle infrastrutture IT. Il ciclo di vita degli apparati di rete contribuisce alla produzione di rifiuti elettronici e al consumo di risorse naturali, dalla produzione alla dismissione. Ridurre il numero di dispositivi fisici e prolungarne l’utilizzo tramite aggiornamenti software consente di limitare i RAEE e contenere l’impatto ambientale complessivo, in linea con le politiche europee di sostenibilità ed economia circolare.

Il mercato si sta muovendo in questa direzione: il routing viene progressivamente integrato nei modelli cloud e gestito come funzione software, soprattutto nei contesti in cui la rete rappresenta un elemento critico per il business. Oggi è sempre più una piattaforma abilitante per servizi digitali, resilienza operativa e scalabilità.

Virtual router tra costi, compliance e sostenibilità

La sfida attuale è individuare un modello capace di rispondere contemporaneamente a tre pressioni convergenti: requisiti normativi più stringenti, controllo dei costi operativi e necessità di infrastrutture più sostenibili e adattive.

Per molte organizzazioni, il virtual router rappresenta una risposta pragmatica a questo equilibrio. Più che una novità tecnologica, è un’evoluzione coerente con un contesto in cui le architetture tradizionali evidenziano limiti sempre più rilevanti.

In questo contesto, per molte organizzazioni, il virtual router non rappresenta semplicemente un’evoluzione tecnologica, ma uno strumento abilitante e una risposta pragmatica a un equilibrio sempre più complesso, è un passaggio necessario per costruire infrastrutture più resilienti, governabili e sostenibili, coerente con uno scenario in cui le architetture tradizionali mostrano limiti sempre più evidenti.

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