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Assenza di standard nel mondo del software: perché è un problema per gli utenti

Il software è intorno a noi, e il suo funzionamento condiziona la nostra vita sia privata che pubblica, e spesso anche il nostro umore. Un mondo che però è condizionato da soluzioni proprietarie e assenza di standard. Con quali conseguenze?

Pubblicato il 16 Set 2022

Italo Vignoli

Open Source Software Advocate

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Assenza di standard nel mondo del software: perché è un problema per gli utenti

Oggi viviamo in un mondo quasi completamente digitalizzato, in cui il software rappresenta lo strumento attraverso il quale interagiamo con il mondo circostante per la maggior parte delle attività quotidiane, dalla sveglia del mattino – impostata quasi sempre sullo smartphone – fino al messaggio della buonanotte, che molto spesso attraverso un sistema di messaggistica.

Una società software-dipendente

Durante la giornata, ci muoviamo utilizzando mezzi di trasporto governati dal software, comunichiamo con gli altri attraverso sistemi basati sul software, anche quando gli strumenti sembrano essere gli stessi del secolo scorso come nel caso di un telefono “fisso”, gestiamo contenuti grazie a un software installato su un PC, che attraverso un altro software ci permette di accedere a internet per gestire gran parte delle nostre attività, dalla spesa agli acquisti al conto in banca alle carte di credito ai viaggi, e a mille altre cose.

Il software è intorno a noi, e il suo funzionamento – o malfunzionamento – condiziona la nostra vita sia privata che pubblica, e spesso anche il nostro umore, perché se il sistema di messaggistica non funziona diventiamo immediatamente un po’ più nervosi, e se non riusciamo ad accedere a Internet non sappiamo cosa fare. Siamo diventati a tutti gli effetti dipendenti dal software.

In principio era il DOS

Eppure, il genere umano ha attraversato migliaia di anni di storia utilizzando sistemi completamente analogici. Il digitale, quello del giorno d’oggi, ha fatto la sua comparsa nel 1981 con l’annuncio del personal computer IBM, che ha visto il sorpasso del software sull’hardware e ha creato le condizioni per l’enorme crescita del settore, in termini non solo economici ma anche di importanza strategica e di influenza politica (altrimenti, perché mai le aziende ICT sono quelle che spendono di più in attività di lobby, sia negli Stati Uniti che in Europa?).

All’epoca, solo Bill Gates aveva compreso le dimensioni dell’opportunità che si stava spalancando davanti alle software house, e aveva iniziato a mettere insieme gli elementi di quel puzzle che oggi consente a Microsoft di avere un potere che va ben oltre le sue pur rilevanti dimensioni economiche. Infatti, attraverso il sistema operativo – prima DOS e poi Windows – Microsoft condiziona le scelte di tutti gli altri vendor, che prima o poi devono fare i conti con le sue funzionalità e i suoi (innumerevoli) problemi.

La costruzione del puzzle è iniziata con il DOS, ma è con l’arrivo di Windows e di Office che ha assunto le caratteristiche odierne, ovvero un sofisticato strumento di lock-in che “lega” gli utenti, costringendoli – in modo estremamente “soft” – a perpetuare il legame con il software Microsoft per evitare la “scomodità” che deriva dall’uso di un altro sistema operativo e di un’altra suite per ufficio.

Soluzioni proprietarie e backward compatibility

Una costruzione che poggia sull’uso di soluzioni proprietarie e sul rifiuto degli standard – sia proprietari che aperti – e gioca su una serie di equivoci, a partire da quello della “backward compatibility” per arrivare a quello dei formati spacciati come standard sulla base del numero degli utenti e non delle loro caratteristiche, e soprattutto del loro primo obiettivo, quello di liberare gli utenti dalla dipendenza da un unico fornitore di tecnologia.

Una costruzione che è stata aiutata dal fatto che né gli organismi di controllo – ovvero i governi, che dovrebbero difendere i cittadini, e gli organismi sovranazionali – né gli utenti, i cittadini stessi, avevano compreso quale fosse il disegno deell’azienda.

Un paio di esempi per spiegare cos’è successo. Purtroppo, la maggior parte degli utenti non ha le competenze necessarie per identificare tutti i passaggi, e spesso la costruzione è talmente sofisticata da rendere difficile la comprensione anche a chi dispone di competenze tecniche, perché in molti casi bisogna mettere in relazione eventi apparentemente scollegati tra loro, e distanti diversi anni l’uno dall’altro.

Partiamo dalla “backward compatibility“, un mantra per Microsoft, indicato come un immenso favore agli utenti (in questo modo, non perdi nemmeno un bit del tuo passato digitale) per nascondere il lock-in (ovvero, sarai per sempre legato alle tecnologie dei tuoi esordi digitali).

Microsoft ha sviluppato il formato pseudo-standard dei documenti di Office partendo proprio dalla “backward compatibility”, il che significa che non ha mai pensato di creare un formato veramente standard e aperto.

La realtà è che il formato dei documenti odierni non ha alcun punto di contatto con la descrizione approvata da ISO nel 2008, e la versione “transitional” prevista fino al 2010 come formato di passaggio verso la versione “strict” – in teoria quella standard, anche se ci sarebbe da discutere per ore sulle caratteristiche – continua a essere il formato dei documenti Microsoft Office anche nel 2022 (con piccole ma non trascurabili differenze per ciascuna versione: 365, desktop, macOS).

Conclusioni

Come avevo affermato, però, la costruzione è estremamente complessa, al punto da “abbracciare” l’utente per intercettare tutte le sue attività, a partire da quella di posta elettronica, che nel corso del tempo è evoluta in “collaboration” utilizzando sempre lo stesso impianto di Microsoft Outlook, che ridefinisce tutto in modo proprietario, a partire dal formato dei file PST, per i quali non esiste nessun tipo di descrizione (a parte sapere che si tratta di un contenitore per informazioni eterogenee come messaggi di posta, task e appuntamenti di calendario, e informazioni sui contatti, ciascuna delle quali ha un formato standard ampiamente riconosciuto, e bellamente ignorato a est di Seattle).

Questo significa che tutte queste informazioni, che sono di proprietà dell’utente, non sono liberamente accessibili se non attraverso l’interfaccia di Outlook, il che condiziona l’utente stesso ad avere sempre l’ultima versione del software per non rischiare di perderle (anche se l’utilizzo di un formato deliberatamente offuscato rappresenta comunque un rischio, perché manca la descrizione del tracciato dei dati, un prerequisito di qualsiasi formato standard che si rispetti).

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