l'analisi

La Cina investe meno in Europa, ma non è colpa della Russia: i motivi del dietrofront

L’amicizia senza confini tra Putin e Xi Jinping non porterà a un allontanamento della Cina dall’Europa. Un’inversione di tendenza negli investimenti c’è stata, ma il Vecchio Continente è l’area principale di sbocco dell’export cinese e il Dragone non può fare a meno delle competenze e delle innovazioni Ue

20 Mag 2022
Giuliano Noci

Politecnico di Milano

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Le relazioni tra Cina e Europa degli ultimi venti anni sono state particolarmente vivaci per ricorrere a un eufemismo. L’interscambio commerciale ha raggiunto gli 800 miliardi di dollari, una cifra monstre che non ha eguali su scala globale: basti pensare che il valore delle transazioni commerciali tra il Dragone e gli USA ammonta a circa 600 miliardi.

Negli ultimi tempi, tuttavia, qualcosa sta cambiando, sia per fattori dovuti al contesto che alla politica. Un cambiamento che però non è imputabile a un minore interesse della Cina verso l’Europa. Proviamo allora ad approfondire i motivi che sottostanno a questa inversione di tendenza.

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L’andamento degli investimenti cinesi in Europa

Molte imprese europee hanno deciso di investire in Cina per la rilevanza del suo mercato interno e di quello asiatico e per la possibilità di conseguire livelli di efficienza produttiva altrimenti non raggiungibili – si stima che lo stock degli investimenti abbia superato gli 80 miliardi di dollari.

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Allo stesso modo si è assistito a partire dal 2000 ad una imponente crescita degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi nel Vecchio Continente.

In particolare, la crescita annuale è stata quasi sempre a due cifre fino al 2016 quando si è raggiunto il picco: quasi 50 miliardi di euro di investimenti cinesi nei vari paesi europei. Il settore più “popolare” tra gli investitori cinesi in Europa è stato quello dei macchinari, stando a report di Datenna, il “China – EU FDI Radar”; seguono energia, prodotti di consumo, automotive, salute, elettronica e Ict. I paesi che hanno di gran lunga beneficiato di più di questo importante flusso di capitali sono stati la Germania, il Regno Unito e la Francia; l’Italia ha guadagnato posizioni solo a partire dal 2010 arrivando ad essere destinataria di circa il 16% dello stock di IDE cinesi in Europa (cfr. Figura 1).

Immagine che contiene mappa Descrizione generata automaticamente

La recente inversione di tendenza

Negli ultimi anni si è invece registrato un trend fortemente negativo – puntualmente rilevato nei rapporti redatti da Rhodium Group e MERICS – che ha riportato per il 2021 (cfr. Figura 2) un valore di 10,6 miliardi di euro di IDE – rispetto ai 7,9 del 2020 – dato peraltro fortemente influenzato dall’acquisizione da parte di Hillhouse Capital (3,7 miliardi di euro di controvalore) della divisione elettrodomestici di Philips. È, questo, un dato che merita di essere analizzato con attenzione in quanto la tendenza sottesa è molto diversa rispetto all’andamento degli investimenti diretti esteri su scala globale, che sono cresciuti del 77% rispetto ai livelli estremamente bassi del 2020, superando i livelli pre-pandemia. (UNCTAD).

È, in particolare, naturale chiedersi se questa improvvisa inversione di tendenza sia il frutto di un minore interesse della Cina verso l’Europa sia sul fronte geopolitico che su quello tecnologico. La mia risposta è chiara e netta: decisamente no. Vi sono infatti tutta una serie di fattori di contesto e di scelte politiche, che spiegano questo andamento e nel contempo qualificano una diversa modalità di relazione tra le parti, già in atto da qualche anno (come sopra evidenziato).

Che cosa è cambiato davvero

Un primo elemento che dobbiamo considerare a questo proposito è il cambio di atteggiamento da parte dei differenti Paesi europei; fino a qualche anno fa non era stata posta alcuna limitazione agli obiettivi di M&A cinesi in nome del principio di libera concorrenza, più recentemente il quadro è drasticamente cambiato in virtù dell’attribuzione alla Cina dello status di competitor di natura sistemica: non pochi sono stati infatti i deal bloccati in numerosi paesi europei.

È ugualmente cambiata la prospettiva del Partito Comunista cinese che per ragioni di natura interna, gestione dell’andamento valutario del Renminbi, ha posto numerosi vincoli all’esportazione di capitali e, dall’altro lato, ha ristretto di molto le maglie dei processi autorizzativi inerenti investimenti diretti esteri – misure introdotte nel 2018 quando abbiamo assistito alla dissennata campagna acquisti di squadre di calcio e di asset immobiliari europei da parte di acquirenti cinesi. In ragione di queste restrizioni, sono molto diminuiti gli investimenti delle imprese di stato cinesi in Europa negli ultimi quattro anni: solo il 12% degli IDE del 2021 (1,3 miliardi di euro, il valore più basso dal 2001) hanno questa matrice. Se a questi elementi si aggiunge l’arrivo della pandemia cominciamo ad avere una prima evidenza della mia affermazione di cui sopra.

È in secondo luogo significativamente cambiato l’atteggiamento cinese verso i temi dell’innovazione. A questo riguardo, occorre constatare come molte delle acquisizioni effettuate in Europa siano state il frutto di un obiettivo di acquisizione di know how. Tuttavia, la Cina ha progressivamente preso coscienza di una sua capacità di sviluppo di innovazione, quantomeno in taluni ambiti – come quelli delle tecnologie digitali dove l’ex Impero di Centro è leader mondiale tanto che gli IDE cinesi in ICT europeo hanno ammontato a soli 900 milioni di euro nel 2021 –; in virtù di questa prospettiva è cominciata pertanto a prevalere nei leader di Pechino una volontà di sviluppo dell’innovazione maggiormente autoreferenziale. A dimostrazione di questa considerazione vi è il fatto che negli ultimi anni è aumentata l’incidenza, negli IDE cinesi in Europa, degli investimenti greenfield, ovvero di progetti in cui il ruolo dell’interlocutore cinese è di dominus assoluto delle operations aziendali.

D’altro canto, è cambiata la natura delle relazioni con soggetti economici e istituzionali europei sul fronte dell’innovazione; se infatti gli investimenti equity (finalizzati all’acquisizione di competenze) si sono significativamente ridotti, non altrettanto possiamo dire delle relazioni di collaborazione sul fronte della ricerca e sviluppo, che è peraltro un pattern tipico dei flussi di interscambio tecnologico su scala globale.

Cina-Ue: i tre tipi di interazione in ambito R&S

In questa prospettiva, possono essere identificate tre tipologie di modalità di interazione in ambito ricerca e sviluppo tra stakeholder europei e cinesi:

  • collaborazioni tra imprese. È la modalità prevalente, trattandosi di scambi tecnologici tra soggetti privati;
  • partnership tra imprese cinesi e università o altre istituzioni accademiche europee. Si tratta di una forma di collaborazione che è molto cresciuta in questi ultimi anni;
  • coinvolgimento di imprese cinesi in progetti supportati da istituzioni europee e/o nazionali. Infatti, Cina e Unione Europea hanno una lunga tradizione di collaborazione sul fronte della ricerca e della innovazione; basti pensare alle numerose imprese cinesi che sono state coinvolte nel programma Horizon 2020.

Conclusioni

Insomma, il quadro delle relazioni tra Europa e Cina è davvero in profondo cambiamento; l’evoluzione del mercato cinese e del suo sistema tecnologico sta impattando in misura significativa sulla intensità e qualità delle interazioni; non mi aspetto comunque, nonostante l’amicizia senza confini dichiarata a febbraio tra Putin e Xi Jinping, che la Cina si allontani dall’Europa; per due motivi: il Vecchio Continente è l’area principale di sbocco dell’export cinese; dall’altro lato, il Dragone non può fare a meno delle competenze e delle innovazioni europee in tutta una serie di partite tecnologiche.

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