On-demand o palinsesto? I media al bivio fra interattività e interpassività | Agenda Digitale

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On-demand o palinsesto? I media al bivio fra interattività e interpassività

On-demand e interattività si contrappongono oggi ai “vecchi” palinsesti e alla Tv da divano. Ma vediamo perché in uno scenario in cui abbiamo la possibilità di accedere in qualsiasi momento a qualsiasi contenuto, un po’ di sana passività è considerabile come una forma di autodifesa

17 Gen 2020
Marco Lanzarone

Responsabile canali digitali Rai Radio


Contenuti su richiesta e interattivi hanno davvero cambiato il nostro modo di approcciarci ai media e, senza esagerazione, al mondo.

Pensiamo a un ragazzo degli anni Ottanta alle prese con walkman, cassetta al cromo da 90 minuti, lato A, play: se fosse catapultato nel mondo di oggi probabilmente impazzirebbe di felicità. Nei nostri smartphone abbiamo tutta la musica del mondo, sui nostri schermi tutti i film e i video del mondo. È il trionfo dei contenuti, del “cosa vuoi, dove vuoi, quando vuoi”. Non a caso, tutti gli editori fanno leva proprio su questi tre concetti per promuovere i propri servizi on demand, a partire da Rai con RaiPlay. Ed è esattamente così: nessun over promising pubblicitario. Abbiamo davvero tutto, dove vogliamo, quando vogliamo. Per la gioia del nostro ragazzo degli anni Ottanta con il suo Walkman e il suo videoregistratore Vhs.

E non è tutto qui. On-demand significa automaticamente interattività: scelgo, interagisco, commento, modifico i contenuti, altra cosa impensabile solo qualche anno fa. Non a caso, i due concetti hanno sempre avuto una accezione tipicamente ed esclusivamente positiva. L’on-demand è stato il supereroe che ha modernizzato i media tradizionali, liberandoli dai limiti del palinsesto e del qui e ora. L’interattività si è opposta alla passività tipica della tv da divano. E in effetti è quasi tutto vero anche questa volta.

I mass media sono morti, viva i mass media

“Mezzi progettati per mettere in atto forme di comunicazione aperte, a distanza, con tante persone in un breve lasso di tempo”. È la definizione di mass-media data da Danis McQuail nel 1972. Come appare evidente, la visione di un film in streaming su Sky o su Google Play non va in questa direzione, dal momento che vanifica la caratteristica di raggiungere tantissime persone contemporaneamente. Estremizzando, in un dato momento di tempo, ciascuno di noi potrebbe essere l’unica persona al mondo a vedere quel film sulla sua piattaforma di streaming. E gli editori e i pubblicitari si sono subito affrettati a trovare strategie promozionali efficaci per raggiungere il proprio pubblico in questo contesto così frastagliato.

Eppure, c’è un elemento che ci riporta al vecchio e ormai superato concetto di “massa”: la piattaforma tecnologica. Se da un lato si va verso contenuti micro-segmentati, dall’altro le piattaforme di fruizione diventano standard mondiali, riconosciute tali dagli utilizzatori prima che dagli studiosi o da chi dovrebbe normarle. È il caso dei social media: quale mezzo è oggi più “di massa” di Facebook o di Istagram?

Whatsapp è la piattaforma di messaggistica istantanea più usata al mondo: un vero standard che supera di gran lunga gli ascolti del miglior mass media degli anni che furono. Perfino i videogame vanno in questa direzione: fenomeni mondiali come Playstation, Nintendo, Xbox mettono in comunicazione ragazzi di tutto il mondo, accomunati anche dai singoli videogiochi che divengono luoghi virtuali di aggregazione, come per il fenomeno Fortnite. Basti pensare che il 2 febbraio 2019, il dj e producer Marshmello ha realizzato un concerto virtuale all’interno proprio di Fortnite. Più di 10 milioni di ragazzi in tutto il mondo vi hanno assistito attraverso consolle e smartphone. Mai come in questi anni utilizziamo mezzi di massa: veri standard “accettati” da tutti in tutto il mondo. E c’è anche da dire che tali mezzi mondiali stanno cambiando sicuramente qualcosa nel modo stesso in cui comunichiamo. Quanti di noi si sarebbero sognati solo dieci anni fa di utilizzare le emoticon?

Ha ancora senso parlare di palinsesto?

In uno scenario in cui abbiamo la possibilità di accedere in qualsiasi momento a qualsiasi contenuto, ha ancora senso parlare di palinsesto? Abbiamo appena citato il concerto di Marshmello su Fortnite. Ebbene, quel concerto aveva un luogo, seppur virtuale, un giorno e un’ora di inizio; in altre parole, era in diretta. Un evento sportivo segue esattamente le stesse regole: la finale di Champions League o il Super Bowl si guardano in diretta. I social network e le community, che sembrerebbero i killer naturali del concetto di palinsesto, in questi casi non fanno che dargli ossigeno: se prima ci si riuniva nelle case per guardare insieme la partita in tv, oggi si condivide la passione attraverso i social, commentando il match in diretta con i propri amici magari lontani centinaia di chilometri. La condivisione genera identità: vivere un evento sui media in diretta offre una grande opportunità di riconoscimento sociale, anche oggi nell’era dell’on-demand.

Lo sport, i grandi eventi musicali, i talent, soprattutto quelli con gare a eliminazione come Amici, X Factor The Voice o Masterchef sembrano oggi i contenuti più attraenti per la visione da palinsesto. Ovviamente tutti questi contenuti sono poi fruibili on demand, ma in quel caso avranno perso tantissimo del loro valore, non tanto perché “già so chi ha vinto” ma perché è negata la possibilità di condividere evento ed emozioni.

Infine, l’elemento probabilmente più profondo. La fine del palinsesto e dell’intermediazione significherebbe che saremmo sempre noi a decidere cosa guardare o ascoltare potendo scegliere su cataloghi infiniti. Il famoso paradiso per il ragazzo degli anni Ottanta. Incredibile ma vero, probabilmente moriremmo di noia.

Interattività batte a tavolino interpassività

Per capire come l’intermediazione possa salvarci dalla noia dell’avere tutto, dobbiamo introdurre un termine un po’ bizzarro: interpassività.

Il concetto di interattività è di dominio pubblico ed è composto da due parti entrambe positive: “inter” rimanda ai concetti di relazione, collaborazione, collegamento, condivisione; “attività” si inserisce nel filone del dinamismo, dell’energia, della vivacità. Quindi, tutto bene: se aggiungiamo l’aggettivo “interattivo” a un sostantivo, in genere, gli conferiamo valori positivi. Perfino le pratiche amministrative che godono di pessima fama assumono tutta un’altra luce in compagnia del nostro aggettivo: meglio andare in un ufficio per richiedere un documento o accedervi attraverso i “servizi interattivi”?

All’opposto c’è un termine ignoto ai più e dalla fama meno gloriosa: “interpassività”. Il termine è stato utilizzato e codificato da due studiosi, Robert Pfaller e Slavoj Žižek, che lo definirono come una sorta di “piacere di consumo delegato”. L’esempio tipico è rappresentato dall’abitudine ormai dilagante di tutti noi che anziché goderci qualcosa con i nostri occhi (uno spettacolo, un museo, un panorama), lo filmiamo e lo vediamo attraverso lo schermo dello smartphone. Come dice Žižek, “è l’oggetto stesso a godere dello spettacolo al mio posto”. Cosa c’è di buono di questo scenario tanto inquietante quanto pervasivo? Sostanzialmente nulla. Nulla di umano, nessuna emozione, nessuna condivisione né relazione con gli altri. Anzi, è un male da cui guarire, al grido di: riempitevi gli occhi, non le memorie degli smartphone. Forse però il significato di interpassività può essere più ampio.

La vera essenza dell’interpassività e la rivincita dell’intermediazione

Abbiamo citato prima la tv da divano. Nulla di interattivo, passività pura. L’unico segno di vita è dato dal dito che scorre sul telecomando. Ma perché lo facevamo e – anche se meno – continuiamo a farlo? Evidentemente un po’ di passività ci serve. Non è vero che l’essere umano è fatto per essere sempre attivo. La tv da divano era/è uno strumento di riposo. L’abuso porta all’abbrutimento, come ogni forma di riposo, ma una modica quantità porta a un sano relax cerebrale. E in un mondo come quello attuale in cui siamo sempre attivi, un po’ di sana passività è considerabile come una forma di autodifesa. Tra l’altro, se è vero che quel tipo di “sofà tv” oggi è meno praticata, soprattutto dai più giovani, è anche vero che non è andata persa l’attitudine alla visione passiva riposante. Il modo in cui tanti giovani scorrono il proprio social sullo smartphone è assolutamente simile all’annoiato zapping televisivo. Per gran parte del tempo, la fruizione di Facebook o di Instagram, è del tutto passiva: compresso lo spazio tv, quel bisogno umano di sprofondare in un mezzo senza troppi pensieri si è riversato su piattaforme che paradossalmente sono interattive per definizione.

Ma la vera essenza dell’interpassività è ancora più nobile. I ragazzi più giovani dicono di non ascoltare la radio o di non guardare la tv perché hanno le loro playlist o i loro programmi on demand. Verissimo. Immaginiamo adesso un esperimento teorico in cui un ragazzo viene costretto a fare una playlist di 10.000 brani, e a non poter ascoltare altro per tutta la sua vita se non quella playlist. Il risultato, pur con un database così ampio, sarebbe la noia. Quando scegliamo cosa ascoltare o cosa vedere ci muoviamo infatti solo nel nostro mondo noto. Non accresciamo di un bit le nostre conoscenze e, per quanto un contenuto ci piaccia da morire, alla ennesima replica non ci emozionerà più.

Il modello interpassivo, in cui un intermediario umano o virtuale ci propone contenuti, paradossalmente ci rende invece attivi. Perché ci fa entrare in contatto con contenuti non noti, ci fa muovere fuori dai nostri orizzonti e ci proietta in aree da esplorare. Ogni volta che ascolto la mia playlist non cresco. Mi appago, provo sensazioni piacevoli e rassicuranti (l’effetto favola dei bambini), ma non esploro nulla. Ogni volta che alla radio sento una canzone nuova ho la possibilità di scoprire qualcosa che non conoscevo. È il meccanismo che da sempre alimenta il cervello dell’uomo: stimoli che provengono da aree non note che vanno a costruire la conoscenza e la cultura personale. In altre parole, essere esposti a qualcosa che non si sceglie in prima persona è una continua spinta alla crescita del singolo e della società. In questo, l’intermediazione, che sia umana o affidata a un algoritmo, è quindi ancora fondamentale per non farci vivere come bruti ma per seguir virtute e canoscenza.

Che l’interpassività sia sana e necessaria all’uomo se ne devono essere accorti anche i maghi dell’on-demand. Qualche segnale debole è infatti presente anche in quelle piattaforme. Su Spotify, come sugli altri software di streaming, si può scegliere esattamente cosa ascoltare, oppure si può chiedere alla app di farci ascoltare qualcosa in linea con i nostri gusti. Ascolto una canzone che decido io, quindi chiedo a Spotify di andare avanti proponendomi brani simili. Nulla di rivoluzionario: è l’algoritmo del “potrebbe piacerti anche” che è alla base di tutto lo shopping online da Amazon in giù. L’aspetto singolare è il nome che Spotify (e le altre app del genere) danno a questa modalità di ascolto: Radio. La radio è quindi qual qualcosa che ci fa ascoltare cose nuove ma in linea con i nostri gusti. Che ci fa conoscere nuovi mondi allargando l’orizzonte del noto. Che ci rende attivi verso le novità pur partendo da un ascolto passivo. Nel mondo del video sta accadendo qualcosa di molto simile. Posso scegliere quel determinato file su YouTube, su Amazon Prime o su Google Play o farmi trasportare da ciò che la piattaforma sceglie per me, potendo anche guardare, e il termine fa riflettere, un “canale”.

Difendiamo i nostri momenti di interpassività

Il Walkman sta esaurendo le pile. Il nostro ragazzo anni Ottanta non si perde d’animo. Estrae la cassetta al cromo da 90 minuti e avvolge il nastro con la Bic.

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L’approfondimento è contenuto nel libro “L’Italia che comunica in digitale”, edito da Bonanno Editore, realizzato dall’Osservatorio nazionale sulla Comunicazione Digitale 

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