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il parere

Sanzioni UE per Google, troppo tardi e troppo poco?

La sanzione Ue per abuso di posizione dominante di Android arriva con sette anni di ritardo rispetto all’attuazione della pratica scorretta da parte di Google, e con ben quattro anni di ritardo rispetto alla completa cessazione di una delle condotte sanzionate. Ecco perché non scalfirà la posizione del colosso Usa

25 Lug 2018

Riccardo Berti

avvocato Centro Studi Processo Telematico


La sanzione da  4,34 miliardi di euro comminata dall’Unione europea a Google il 18 luglio scorso, per l’abuso di posizione dominante nel settore mobile con la sua piattaforma Android non ha provocato particolari scossoni all’andamento del titolo Alphabet. Una circostanza che ha fatto subito pensare che la misura europea abbia in realtà un impatto meno significativo di quanto si potrebbe pensare sulla situazione del colosso di Mountain View (che comunque impugnerà la decisione).

L’impatto (minimo) della sanzione Ue su Alphabet

Per comprendere il perché della fredda reazione dei mercati è bene precisare che l’indagine della Commissione è iniziata nel 2013, che si basa su condotte iniziate ancora nel 2011 (anno in cui Google avrebbe assunto una posizione dominante nel mercato mobile) e che Google ha cessato una delle tre condotte oggetto di sanzione (quella relativa agli incentivi economici per i produttori che avessero installato in via esclusiva Google Search) ancora nel 2014.

La sanzione arriva quindi con sette anni di ritardo rispetto all’attuazione della pratica commerciale scorretta da parte di Google, e con ben quattro anni di ritardo rispetto alla completa cessazione di una delle condotte sanzionate.

Si può quindi ben comprendere come Google, nei sette anni in cui ha attuato le proprie politiche commerciali scorrette, abbia consolidato un predominio nell’ambiente mobile ben difficile da scalzare.

Anzi, tanto era forte la posizione di Google che questa, già nel 2014, poteva permettersi di cessare una delle condotte abusive senza subire alcuna conseguenza negativa e continuando anzi a guadagnare quote di mercato in ambiente mobile (ad oggi il 95% delle ricerche effettuato in ambiente Android passa attraverso il sistema di ricerca Google).

L’ecosistema Android e il “bundle” di Google

L’ecosistema Android non è infatti cambiato molto dal 2014 ad oggi e la predominanza di Google come motore di ricerca per l’ambiente mobile si è poi rafforzata con servizi ulteriori (esempio ricerca vocale, per immagini, tramite assistente, etc..) che Google, sfruttando la sua posizione e l’assoluta conoscenza del sistema operativo, riesce ad implementare prima degli altri.

La Commissione propone come soluzione il cosiddetto “unbundling” dei sistemi di ricerca Google dal pacchetto di vendita delle licenze connesse con la distribuzione Android.

Sebbene infatti Google fornisca gratuitamente la piattaforma Android ai produttori (nella versione cosiddetta AOSP, Android Open-Source Project), la stessa Google cede sotto licenza alcuni elementi accessori ma essenziali per il successo di uno smartphone, tra questi il più importante è senz’altro il Play Store (l’applicazione che garantisce accesso a oltre tre milioni di applicazioni, indicizzate ed in parte verificate, e che costituisce parte integrante dell’ecosistema Android).

E in tutti i mercati (eccetto quello cinese, dove Google è fortemente ostracizzato dal governo locale e i prodotti Android sono quindi di fatto distribuiti senza Play Store), l’accesso alle app è fondamentale per offrire al cliente un’esperienza Android completa ed è quindi evidente che tutti i produttori cerchino di ottenere in licenza tale prodotto una volta scelto l’ecosistema Android.

Google consente però l’accesso alla licenza del Play Store solo ai soggetti che accettano di inserire Google Search quale motore di ricerca preinstallato nei propri telefoni e Google Chrome quale browser.

Il cosiddetto “bundle” prevede in realtà l’installazione di 11 app (tra cui YouTube e Google Maps), ma per adesso la Commissione si è concentrata su Google Search e Google Chrome, la cui preinstallazione o meno non potrà più condizionare la licenza relativa al Play Store.

La soluzione europea alla predominanza Google

Si dubita però che l'”unbundling” dei sistemi di ricerca dal pacchetto Play Store possa avere effetti rilevanti sul mercato, anche perché le due app di cui la Commissione chiede non venga imposta l’installazione sono in realtà due applicazioni molto apprezzate e richieste dagli utenti Android.

Del resto, per confermare l’appetibilità delle app Google, basta guardare alla terza condotta sanzionata, che censura il fatto che Google avrebbe impedito ai produttori di attuare le cosiddette “Android fork” ovvero versioni alternative di Android sviluppate dai produttori o da terze parti e non approvate da Google.

Questa “indebita pressione” di Google era operata impedendo a tali operatori di accedere alle applicazioni realizzate da Google stesso, rendendo di fatto meno appetibili i prodotti basati su sistemi parzialmente indipendenti.

Nessuna soluzione dalla Ue contro gli abusi sanzionati

Da un lato quindi l’Unione censura il fatto che Google licenziasse in blocco le sue app, puntando sull’effetto traino di quelle più appetibili per promuovere quelle meno appetibili, ma dall’altro lato si rende conto che il pacchetto Google è un complesso di app la cui assenza pregiudica il produttore, sanzionando lo stesso Google perché le negava ad alcuni produttori che intervenivano sul codice, così imponendo alla multinazionale americana di renderle disponibili tutte (anche Google Search e Google Chrome) ai produttori di versioni alternative di Android.

Mentre l’Unione si mostra quindi decisa nel comminare le sanzioni, non altrettanto può dirsi nel fornire soluzioni per contenere l’abuso di posizione dominante da parte di Google.

La decisione della Commissione (impedire a Google di proseguire nei comportamenti contestati) si ritiene avrà poco rilievo stante il consolidamento della posizione del motore di ricerca nel suo ecosistema mobile e riecheggia il lungo braccio di ferro della Commissione con Microsoft che ha portato all’irrogazione, nel 2013, di una sanzione per la preinstallazione del browser Internet Explorer sui sistemi operativi della casa di Redmond.

Anche in quel caso, l’artificiale soluzione attuata (la proposta di una selezione di browser, la cui scelta era lasciata a Microsoft, all’atto dell’accesso ad internet) ha spostato di pochi decimi percentuali l’adozione del browser di casa Microsoft. Negli anni successivi, è stato solo il mercato ad essere in grado di spostare gli equilibri, con Internet Explorer e il suo successore Microsoft Edge, ormai ridotti ai margini del settore.

Commissione europea in ritardo

Ora come allora, però, la Commissione interviene con anni di ritardo, consentendo al colosso di turno di godere di anni di afforzamento e di assestamento, potendo godere ora di quote di mercato ottenute anche grazie a meccanismi non legittimi.

Per questo, vista la quota di mercato raggiunta dalla piattaforma Android (85% a livello mondiale) ora Google potrebbe anche decidere di stravolgere la sua politica, monetizzando direttamente sulla vendita del suo sistema operativo mobile senza forzare sul bundle, così esaudendo le richieste della Commissione a scapito di sviluppatori, piccoli produttori e consumatori.

Anche sulla misura della sanzione è lecito avere dei dubbi, basti pensare che secondo alcuni analisti statunitensi Google nel 2017 ha pagato tre miliardi di dollari ad Apple perché quest’ultima, nel 2017, inserisse Google quale prima opzione di ricerca sui propri device.

É evidente quindi che l’essere il motore di ricerca di default in ambiente mobile per Google ha un valore a nove zeri, con la sanzione comminata dalla Commissione che si avvicina pericolosamente al prezzo di mercato che già Google è disponibile a pagare per ottenere tale risultato.

Del resto i 4,34 miliardi di euro comminati a Google ammontano solamente a due settimane di incassi per Alphabet, la holding che la controlla, ed infatti la notizia della sanzione non ha avuto ricadute significative sul titolo di Google in borsa nei giorni successivi.

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