Oltre lo stereotipo

Videogiochi: la tax credit non basta, è il momento di usare bene il PNRR

L’incentivo per la produzione di videogiochi è arrivato in Italia alla fine del 2021 ma ha una dotazione decisamente inferiore rispetto agli altri paesi europei: i dati dell’indagine Censis e IIDEA mostrano i benefici di un investimento strategico sul gaming tramite il PNRR. I dettagli

07 Mar 2022
Thalita Malagò

Direttore Generale di IIDEA

La somma prevista dal PNRR alla voce “finanziamento delle piattaforme di servizi digitali per gli sviluppatori e le imprese culturali” è di 45 milioni di euro in cinque anni: investendoli nel gaming, il fatturato delle imprese italiane del settore videogiochi salirebbe a 357 milioni di euro nel 2026, con 1000 posti di lavoro qualificato per i giovani, 360 milioni di euro di investimenti privati e 81 milioni di gettito fiscale aggiuntivo.

Sono i numeri dell’indagine “Il valore economico e sociale dei videogiochi in Italia” realizzata nel 2021 dal CENSIS, in collaborazione con IIDEA, Italian Interactive Digital Entertainment Association, l’associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia.

Il videogioco in psicoterapia: opportunità e scenari

Il settore dei videogiochi è uno dei comparti più interessanti del mondo dell’intrattenimento: condensa al suo interno talento, creatività e innovazione ed è capace come pochi altri di esercitare una grande attrazione verso le giovani generazioni sia come forma di intrattenimento che come possibile sbocco professionale.

Eppure, nonostante il mercato continui a registrare numeri da capogiro, l’industria italiana presenta ancora ampi margini di sviluppo.

Le differenze di mercato tra l’Italia e gli altri Paesi europei

Nel 2020 il giro d’affari generato dalle vendite di videogiochi, console e accessori in Italia ha raggiunto il valore di 2,2 miliardi di euro, con una crescita del 21,9% rispetto all’anno precedente.

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Nello stesso anno, invece, il fatturato generato dalle imprese italiane che producono videogiochi e li distribuiscono non solo in Italia ma più in generale nei mercati internazionali è stato di 90 milioni di euro, a fronte di oltre 160 studi di sviluppo dislocati sul territorio nazionale e di oltre 1.600 addetti, di cui il 79% con un’età inferiore ai 36 anni.

Perché? In Italia non si è mai guardato al settore dei videogiochi in un’ottica strategica di sviluppo economico, diversamente da altri paesi europei, che a partire dal 2008 hanno iniziato a introdurre misure di sostegno alla crescita dell’industria nazionale.

Dapprima la Francia, che ha fatto da apripista con l’introduzione del tax credit per la produzione di videogiochi in Europa, a seguire la Gran Bretagna, la Germania e più di recente anche l’Irlanda, che lo scorso ottobre ha annunciato l’istituzione di un credito d’imposta per i videogiochi che riconoscerà fino a 25 milioni di euro per singola produzione.

In Italia il tax credit per la produzione di videogiochi è stato attuato alla fine del 2021, cinque anni dopo la sua introduzione con l’approvazione della legge cinema del 2016.

Riconosce un credito d’imposta per la produzione di videogiochi pari al 25% delle spese di sviluppo, fino a 1 milione di euro per impresa ma la dotazione finanziaria per il primo anno è pari a soli 5 milioni di euro, per effetto del decreto di ripartizione del Fondo Cinema e Audiovisivo del 5 febbraio 2021.

Una quota decisamente al di sotto rispetto al resto d’Europa e a quanto previsto per cinema e audiovisivo in Italia e in generale insufficiente per fare davvero la differenza nello sviluppo di un’industria nazionale competitiva a livello internazionale.

Videogiochi: perché serve agire in modo strategico

Sostenere il settore dei videogiochi vorrebbe dire generare valore per l’intero Sistema Paese soprattutto per le ricadute positive in termini di occupazione giovanile.

Sempre secondo l’indagine CENSIS, infatti, per gran parte degli italiani il settore dei videogiochi è in grado di creare nuovi posti di lavoro, soprattutto a vantaggio dei giovani e lo sviluppo dell’industria può contribuire alla ripresa economica nazionale. Inoltre, il talento e la creatività degli sviluppatori locali renderanno il gaming un ambasciatore nel mondo del made in Italy.

Il fatto che sia tempo di guardare al gaming in modo più serio e consapevole è confermato anche dall’immagine più evoluta che la popolazione italiana ha maturato del settore dei videogiochi in questi anni, anche per effetto della pandemia che ha permesso di rivalutare in senso positivo il medium come risposta ai bisogni sociali delle persone.

Sempre secondo l’indagine CENSIS, infatti, per la popolazione italiana i videogiochi non sono più soltanto intrattenimento che diverte ed emoziona, ma strumenti che aiutano a sviluppare nuove abilità, come risolvere problemi o prendere decisioni in maniera veloce, che favoriscono la socializzazione, che possono dare un importante contributo alla divulgazione scientifica e alla diffusione dei risultati di studi e ricerche ed esercitare una funzione terapeutica per alcune patologie specifiche, come il deficit dell’attenzione o l’iperattività.

Ma servono anche a promuovere il turismo e la conoscenza dei luoghi in cui sono ambientati, sono un utile strumento di supporto alla didattica scolastica e un ausilio per la selezione e la valutazione delle risorse umane, supportano la formazione professionale e il trasferimento delle competenze.

Non si può inoltre fare a meno di pensare quanto il settore rappresenti per il Sistema Paese un driver centrale, ad esempio, per la diffusione capillare della banda ultra-larga. I videogiocatori sono utenti “maturi” dal punto di vista della consapevolezza del valore di una buona connessione: una platea che è in grado di spostare il mercato più di quanto non facciano altri comparti dell’entertainment.

Quello che serve ora al settore dei videogiochi in Italia è un sostegno concreto e duraturo che ne supporti la crescita, crei posti di lavoro qualificati e attragga investimenti esteri. Una necessaria iniezione di fiducia per un comparto che ha già ampiamente dimostrato non solo di poter fornire un rilevante contributo economico al PIL nazionale, ma anche di poter svolgere importanti funzioni sociali, finora sottovalutate. Gli italiani ne sono già consapevoli, ora va svecchiata una certa narrazione stereotipata.

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