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psichiatria

Biomarcatori nello smartphone: la salute mentale alla prova della Silicon Valley

I biomarcatori digitali potrebbero essere le fondamenta della nuova modalità di misurazione delle funzioni superiori del cervello come l’umore, la memoria, la programmazione delle attività, l’attenzione e la percezione. Un passo importante per curare le malattie mentali

04 Mag 2018

Valentina Mantua

Psichiatra


Era il 2015 quando Tom Insel, per 13 anni direttore dell’NIMH (National Institute of Mental Health), l’ente di ricerca pubblica americano dedicato alla salute mentale, ha partecipato alla sua ultima udienza presso il Congresso americano, discutendo, come altri suoi colleghi direttori , il budget annuale da destinare alla ricerca. Sei mesi dopo, Insel ha lasciato NIMH per andare nella Silicon Valley e precisamente a Verily, uno spin-off dedicato alla ricerca medica di Alphabet, società nata da Google. Come lui i migliori dottorandi e ricercatori hanno scommesso su una carriera tra le start up californiane invece che nei dipartimenti delle università. Interrogato sui motivi della sua scelta Insel rispondeva dal suo blog che solo le nuove tecnologie digitali e in particolare i data analytics avrebbero potuto fare la differenza nel campo della prevenzione della diagnosi e della cura delle malattie mentali. La sfida della quale si era fatto carico allora era quella di ricercare biomarcatori che consentissero una diagnosi precocissima.

Nel 2018 l’investimento nella ricerca biomedica da parte del settore privato è arrivato al 58% dell’investimento totale, a fronte di un continuo gioco al risparmio da parte dei governi i cui budget sono schiacciati dalla crescita esponenziale della spesa per la salute. Poco rimane per la ricerca e la stessa Casa Bianca ha proposto un taglio del 10% nel 2018. L’innovazione è migrata dalle università al Google e Facebook?

La sfida della misurazione nelle malattie mentali

Per superare gli orizzonti attuali, la ricerca nel campo delle malattie mentali come la depressione, l’ansia e le psicosi, deve costruire metodi di misurazione affidabili e precisi, deve essere più partecipativa, mettendo in pratica il principio dell’esperienza soggettiva dell’utente e abbandonando le modalità tradizionali di misurazione. I metodi di misurazione tradizionali sono questionari e scale basati unicamente sulla prospettiva del clinico, non valutano il paziente nel suo ambiente reale e spesso sono imprecisi se utilizzati da valutatori diversi. L’umore e le funzioni cognitive variano ampiamente nella stessa giornata o da un giorno all’altro. La sfida sta nel cambiamento del paradigma della misurazione delle funzioni superiori del cervello in modo che diventino continue, in tempo reale e personalizzate, solo in questo modo si può aiutare definizione diagnostica anche in stadi precoci. La tecnologia non può che giocare un ruolo di primo piano in questa ricerca attraverso l’analisi di banche dati ecologiche con i sistemi di machine learning e deep learning.

Dopo solo 18 mesi a Verily Tom Insel fonda la sua start up chiamata Mindstrong e lancia una nuova tecnologia (brevettata) che applica proprio questi principi analizzando un database complesso quanto significativo, quello dei comportamenti quando si usa il telefonino smart.

Biomarcatori digitali e smartphone

I biomarcatori digitali potrebbero essere le fondamenta della nuova modalità di misurazione delle funzioni superiori del cervello come l’umore, la memoria, la programmazione delle attività, l’attenzione e la percezione. Tutti interagiscono con il proprio smartphone centinaia di volte al giorno, la qualità delle azioni prodotte da questa interazione (human-computer interaction) è estremamente complessa e va dalla selezione di contenuti, alla digitazione di messaggi o email, alla socializzazione. La sequenza di queste interazioni e il tempo relativo nel quale vengono condotte costituisce una banca dati che si può elaborare attraverso la tecnologia per descrivere sottoinsiemi discreti di comportamenti: i biomarcatori digitali.

Paul Dagum co-fondatore di Mindstrong ha pubblicato sulla rivista Nature Digital Medicine il primo articolo scientifico risultato dall’applicazione di questa tecnologia. 27 soggetti hanno usato lo smartphone mentre la App di Mindstrong ne registrava i comportamenti. I dati analizzati hanno individuato biomarcatori fortemente correlati ai risultati di test cognitivi tradizionali ai quali i soggetti erano stati sottoposti in precedenza.

I grandi conglomerati tecnologici hanno trasformato il mondo dell’informazione, della comunicazione, del commercio e dell’intrattenimento, ma gli investimenti nel campo della ricerca scientifica e medica in particolare aprono il campo a nuove sfide. Purtroppo le terapie attualmente disponibili in psichiatria lasciano ancora ampi bisogni inevasi, a livello individuale e di popolazione; affinché la ricerca scientifica possa davvero fare un salto quantico è necessario che i tradizionali sistemi accademici entrino in collisione con le nuove tecnologie che esplodono dal settore privato, utilizzino le nuove competenze, i nuovi metodi e anche le nuove modalità di investimento.

Approfondisci su Nature.com

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