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eWelfare, un nuovo patto Stato-cittadini per la Sanità

Non ci può essere smart city senza conoscenza delle fragilità economiche, sociali e sanitarie della comunità. Ecco perché occorre una virtualizzazione e un’integrazione orizzontale dell’organizzazione assistenziale, che metta il cittadino al centro. Vediamo cos’è l’eWelfare e quali elementi favoriscono il passaggo

22 Ago 2019
Mauro Moruzzi

Presidente Scuola di Welfare Achille Ardigò, responsabile Scientifico Assinter Academy

welfare community

Nell’ambito della trasformazione della pubblica amministrazione italiana una particolare funzione va riservata all’eWelfare: anche in ambito assistenziale è infatti assolutamente necessario passare dal vecchio medium a bassa comunicazione, cartaceo, fatto solo di interazione burocratiche o comunque analogiche, al nuovo medium dematerializzato; per costruire percorsi assistenziali virtuali. Ne abbiamo lungamente discusso all’università Bocconi in queste calde giornate di luglio assieme a un gruppo di attori importanti: le società in House ICT delle regioni e dei comuni italiani.

Che cos’è l’eWelfare?

Che cos’è l’eWelfare? È il welfare ad ‘alta comunicazione’ in grado di utilizzare il nuovo medium delle informazioni dematerializzate. Infatti, quasi tutti i cittadini sono ormai permanentemente connessi a Internet e presenti costantemente sui social, come i seguenti dati dimostrano in modo impressionante.

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Cittadini connessi a Internet nel mondo 2019

  • 4,39 miliardi di utenti internet (+9% rispetto a gennaio 2018)
  • 3,48 miliardi di utenti dei Social (+9% sul 2018)
  • 3,26 miliardi di persone utilizzano i social media su dispositivi mobili(+ 10% sul 2018)
  • 6 ore e mezzo al giorno di connessione a Internet (equivalente a un totale di oltre 100 giorni di tempo online ogni anno per ogni utente internet)
  • Social: 2 ore e 16 minuti al giorno sulle piattaforme sociali
  • Italia 2019:
  • 58.80 milioni di persone connesse (92% della popolazione)
  • 6 ore e 4 minuti al giorno in Intenet
  • 35 milioni sui social (59% della popolazione)
  • sui social 1 ora e 51 minuto al giorno

(Fonte: Rapporto- Global Digital Report – WeAreSocial 2019)

Queste reti iper-popolate anche da tutti gli italiani, favoriscono il sorgere di nuovi modelli evolutivi nel passaggio dallo stato assistenziale tradizionale, soltanto erogativo, a quello del Welfare Community, co-progettato, partecipato, basato sull’empowerment del cittadino. Un welfare che vive sulle ‘comunità tecnologiche’; che asseconda nuovi processi avanzati, smart, di virtualizzazione e integrazione orizzontale dell’organizzazione assistenziale: smart hospital, smart city, citizen centered. Che utilizza tecnologie connected care.

L’eWelfare è inoltre una riformulazione dei corredi informativi per i processi assistenziali basata su eData, Big data, PROMs e dati autoprodotti o condivisi dall’utente.

Tutto ciò in funzione di un nuovo scenario dove il cittadino entra in possesso di un numero enorme d’informazioni che riguardano la sua salute, il suo vivere sano, la sua possibilità di utilizzare la città e gli spazi che lo circondano in modo nuovo; di accedere a straordinarie opportunità territoriali, istituzionali, sociali.

Il concetto di welfare community

Ha ragione Tomaso Goetz, già Executive Editor di WIRED, quando affermava, fin dall 2010, che “la nostra salute dipende semplicemente da quanto siamo informati”.

In questa prospettiva l’eWelfare è la chiave tecnologica e culturale per affrontare una profonda trasformazione del Welfare tradizionale e statalista, quello conosciuto anche in Italia nella seconda metà del 900 e in parte presente tuttora. Oggi si parla sempre più di Welfare Community, di presa in carico dell’assistito, di continuità assistenziale, di medicina personalizzata e predittiva, di empowerment del cittadino, di smart city e smart governance. Ma tutto questo non è realizzabile e resterebbe un grande sogno senza una riprogettazione complessiva dello stato assistenziale italiano basata su l’eWelfare. Le infrastrutture sociali della città e del territorio vanno riprogettate assieme a infrastrutture virtuali che sostituiranno sempre più quei materiali e orienteranno costantemente il cittadino utente.

Non bisogna dimenticare un fatto eccezionale: dai dati del 2019 risulta che anche in Italia, come ormai avviene in gran parte del mondo, i cittadini sono connessi a Internet per un lunghissimo periodo di tempo della loro giornata, mediamente fino a sei e a due ore sui social. Ciò porta a calcolare facilmente che in un anno solare dal 50 all’80% delle persone, si fermano nel mondo dei bit, di Internet e dei social, quasi 100 giorni all’anno!

Gli elementi che favoriscono il passaggio all’eWelfare

Molti elementi favoriscono il passaggio dal vecchio medium cartaceo al nuovo medium dematerializzato. Dagli anni ‘70-‘90 ad oggi, la dematerializzazione dell’informazione è passata dalla vecchia informatizzazione dei sistemi organizzati (istituzioni, imprese) a quello ‘ambientale’ dei cittadini, modificando profondamente le dinamiche BxB e BxC. Il processo, inoltre, ha interessato una fascia molto ampia di famiglie con redditi bassi, medio-bassi e medi, cioè l’intera fascia tradizionalmente oggetto delle policy di Welfare in Europa occidentale.

Ciò ha non solo cambiato il medium, ma ha favorito la formazione di ‘comunità tecnologiche’ (da non confondere con le comunità tecniche). Esse interessano il mondo degli operatori, capaci di realizzare comunità tecno-organizzative in forma a-burocratica; il mondo dei cittadini ormai in comunità socio-tecnico e in forma a-politica. Ma anche comunità propriamente tecnologiche, di ‘intermediazione intelligente’ (si lavora in questo senso affinché il mondo dell’In House ICT di proprietà pubblica possa svolgere questo compito).

Per meglio comprendere questi concetti, occorre ricordare, come già disse nel 1944 William Temple, arcivescovo di York, che il Welfare tradizionale europeo del ‘900 è una politica del benessere dei cittadini che non protegge solo dai rischi più gravi, ma si propone di ridurre le disuguaglianze sociali promuovendo pari opportunità attraverso servizi educativi, sanitari e sociali. Questo Welfare è stato concepito su basi universalistiche e aveva come strutture portanti i servizi pubblici nazionali della previdenza sociale e del sistema sanitario; come attori principali lo Stato (erogatore) e i cittadini politicizzati e sindacalizzati, in grande parte lavoratori dipendenti.

Il Welfare, per effetto della crisi finanziaria pubblica, ha perso gran parte di questo carattere universalistico; registra invece difficoltà crescenti nel rispondere a una domanda in continuo cambiamento. Basti pensare che ormai un quarto della popolazione abbia superato i 65 anni e ci sono in Italia 3 milioni di persone ‘non autosufficienti’ assistite dallo Stato solo per il 10%. Per non parlare poi di larghe fasce di famiglie a basso reddito, tra i 10 e 30.000 €, che si trovano spesso in condizioni di povertà assieme ai loro figli.

Il Welfare Community, che stanno cercando di costruire soprattutto le realtà locali e le grandi metropoli italiane, deve poter contare su una pluralità di apporti: nuovi attori che scendono in campo costituiti da un mercato che produce servizi a basso costo ma anche welfare aziendale; cittadini dotati di empowerment, conoscenza, forme nuove di interazione, capaci di autoprodurre e di co-progettare i servizi; un mondo tecnologico, interattivo, smart (l’eWelfare) in grado di offrire un nuovo medium interattivo.

Dei rapporti 2019 risulta che ormai la principale fonte di informazione non è più rappresentata dalla televisione e dai telegiornali (broadcasting, con il primo posto al 92% dei cittadini nel 2017 ), ma dai motori di ricerca (narrowcasting, con il primo posto al 70% dei cittadini nel 2019; Fonte: Rapporto (Global Digital Report). In altre parole, il cittadino costantemente connesso richiede un’interattività alla quale occorre dare una risposta riorganizzando i processi assistenziali.

Un nuovo patto Stato-cittadini

Lo stato dovrà dire, a questo cittadino iper-connesso: “Non siamo più in grado di rispondere a tutte le tue esigenze assistenziali, pur sapendo che hai i genitori che vivono vent’anni di più e arrivano quasi ai 100 anni; che hai figli che aspirano giustamente a nuove opportunità sociali; che vivere oggi, nella città, non è facile in presenza di fenomeni di degrado e di segmentazione sociale. Però si può fare un ‘patto’. Possiamo progettare assieme e ricercare in modo congiunto nuove opportunità senza rinunciare a far funzionare al meglio i servizi della sanità, dell’assistenza e della città”. Per fare questo ci deve essere uno ‘scambio’ tra il pubblico e cittadino, un dare e avere reciproco, basato sul pieno utilizzo di tutte le potenzialità comunicative e interattive che la tecnologia ci offre.

Questo è il nuovo Welfare di Comunità e anche l’eWelfare che l’accompagna.

L’eWelfare dovrà essere riconsiderato nell’ambito delle strategie di programmazione nazionale, del Piano Triennale per l’informatica della pubblica amministrazione, registrando il fatto che l’Italia è al terz’ultimo posto in Europa per i servizi digitali. Si tratta di dare corso a una piccola rivoluzione culturale ma di grande significato. Mettere al centro il cittadino nella nuova Agenda Digitale italiana non è uno slogan. È una nuova cultura di governo dei processi immateriali. Gli scenari che finora sono stati tracciati, anche nei piani triennali, hanno un limite di fondo: mettono al centro la pubblica amministrazione lasciando in fondo il cittadino come potenziale utente; propongono uno schema a tre fasi comprendente strutture materiali, immateriali e ecosistemi (questi ultimi soltanto costituiscono il mondo dei cittadini e dei servizi, della sanità, del Welfare, della scuola, ecc.). Un processo che porta, di fatto, a favorire le strutture materiali come i datacenter, o immateriali come il cloud a discapito della ri-progettazione virtuale del percorso quotidiano del cittadino nel suo rapporto con i servizi.

Oggi l’attenzione è giustamente posta sulla progettazione delle Smart City, intese non soltanto come grandi città alla ricerca di una nuova tecnologia, ma come riorganizzazione tecnologica dei territori e dei comuni. In questa realtà è già presente una tecnologia in grado di costruire ‘mappe’, avanzate, per la conoscenza dinamica delle fragilità. Non ci può essere Smart City senza questa conoscenza dei ‘fragili’ perché, in fondo, siamo quasi tutti fragili. Fragilità economica, fragilità sociale, fragilità di salute e fragilità complessiva che comprende condizioni abitative, sicurezza, degrado, assenza di prospettive, di opportunità, di possibilità d’inclusione sociale, soprattutto per i ragazzi e le ragazze.

A queste mappe, utilizzando nuovi algoritmi, si possono aggiungere ‘narrazioni’, sempre più profonde e articolate, che ci permettono di raccogliere direttamente l’opinione dei cittadini, il loro disincanto, la loro tristezza, il loro ottimismo, ma soprattutto il loro pessimismo. Il pessimismo dei ragazzi delle periferie, delle persone che hanno perduto il lavoro a cinquant’anni e che non sono in grado di ricostruirlo. Ma anche l’ottimismo, le nuove possibilità di vivere il territorio, la città, le bellezze del nostro paese, così poco valorizzate. Tutto questo è eWelfare.

La Smart City non può essere soltanto auto senza conducente, parcheggi intelligenti, sensori disposti ovunque, se attorno a queste innovazioni tecnologiche non si costituiscono comunità di cittadini con le loro emozioni e la loro straordinaria vitalità.

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