L’intelligenza artificiale può contribuire a migliorare la diagnosi, supportare le decisioni cliniche, semplificare i processi e rendere più efficiente l’organizzazione dei servizi sanitari. Ma tra la disponibilità di una tecnologia e la sua capacità di generare valore per il Servizio sanitario nazionale esiste una variabile decisiva: le competenze delle persone e delle organizzazioni chiamate a utilizzarla.
È da questa consapevolezza che occorre ripartire per affrontare la nuova fase della trasformazione digitale della sanità. Una fase nella quale gli investimenti tecnologici, anche grazie alla spinta del PNRR, devono tradursi in cambiamenti concreti nei modelli di cura, nei processi di lavoro e nella capacità di risposta ai bisogni dei cittadini.
Indice degli argomenti
AI Act e competenze per l’intelligenza artificiale in sanità
Il tema è emerso con forza anche durante il Digital Healthcare Transformation – 1° Summit Italia: due giornate di confronto tra istituzioni, direttori generali, professionisti, esperti e mondo dell’innovazione, dalle quali è arrivato un messaggio chiaro: la tecnologia è uno strumento, mentre la vera sfida è governare il cambiamento.
Una riflessione che assume particolare rilevanza alla luce dell’evoluzione normativa europea e nazionale sull’intelligenza artificiale e del crescente riconoscimento della formazione come leva strategica per un utilizzo consapevole, sicuro e responsabile dei sistemi di IA.
L’AI Act europeo, con il principio dell’alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale previsto dall’articolo 4 del Regolamento UE 2024/1689, richiama la responsabilità di fornitori e utilizzatori professionali nel promuovere competenze adeguate tra le persone coinvolte nell’impiego dei sistemi di IA.
Nel quadro italiano, l’annunciato inserimento della formazione sull’intelligenza artificiale nell’ambito dell’Educazione continua in medicina (ECM) rappresenta un passaggio significativo per il mondo sanitario. La formazione sull’IA entra così in una dimensione sempre più rilevante per l’aggiornamento dei professionisti e per la qualità dei servizi.
Ma il punto non è soltanto introdurre nuovi contenuti nei programmi formativi. È riconoscere che l’intelligenza artificiale sta modificando il perimetro delle competenze richieste a chi opera in sanità.
Non significa che ogni medico, infermiere o professionista debba diventare un esperto di algoritmi. Significa, piuttosto, acquisire la capacità di comprendere le funzionalità degli strumenti utilizzati, riconoscerne i limiti, interpretarne i risultati e sapere quando sia necessario un approfondimento o un intervento umano.
In un contesto nel quale gli algoritmi possono contribuire a orientare decisioni cliniche e organizzative, la consapevolezza dei loro limiti è parte integrante della responsabilità professionale.
L’AI literacy, quindi, non può essere considerata un semplice requisito tecnico o un adempimento isolato. È una competenza trasversale che riguarda la qualità delle decisioni, la sicurezza dei processi e la fiducia delle persone nel sistema sanitario.
Competenze e governance dell’IA nella trasformazione sanitaria
Il tema delle competenze è stato uno degli assi portanti del 1° Summit Italia “Digital Healthcare Transformation” di Federsanità. Nel corso dell’incontro, il presidente nazionale Fabrizio d’Alba ha richiamato la necessità di superare una concezione della digitalizzazione limitata all’introduzione di nuovi strumenti nelle organizzazioni esistenti.
«Non basta introdurre nuove tecnologie dentro organizzazioni e processi che rimangono sostanzialmente gli stessi. La vera trasformazione digitale passa dalla capacità di ripensare i processi, semplificare, integrare, utilizzare meglio i dati e liberare risorse e tempo da restituire alla cura», ha sottolineato d’Alba.
Un approccio che porta direttamente al tema della formazione. Se la trasformazione digitale modifica processi, ruoli e responsabilità, le organizzazioni devono mettere le persone nelle condizioni di comprendere e governare questi cambiamenti.
Il Summit ha affrontato proprio questa interdipendenza tra tecnologia, competenze, etica e leadership, dedicando uno specifico confronto all’intelligenza artificiale al servizio della persona e alle responsabilità delle organizzazioni sanitarie.
Il messaggio emerso è che non basta saper utilizzare uno strumento: occorre comprendere perché viene introdotto, quale problema intende risolvere, quali effetti produce sul lavoro e quale valore può generare per il paziente.
In questa prospettiva, la formazione diventa uno degli strumenti attraverso cui accompagnare il cambiamento, riducendo il rischio che l’innovazione rimanga confinata alla dimensione tecnologica senza incidere realmente sulla qualità dei servizi.
Giudizio critico e responsabilità nell’uso dell’IA
Un sistema di intelligenza artificiale può essere tecnicamente avanzato e risultare comunque inappropriato se utilizzato fuori dal contesto per il quale è stato progettato, se i suoi risultati vengono interpretati senza adeguata consapevolezza o se mancano procedure organizzative che ne disciplinino l’impiego.
In sanità, il tema assume una rilevanza particolare perché gli effetti dell’IA possono incidere sui percorsi assistenziali, sulle decisioni cliniche e sull’organizzazione delle risorse.
Le competenze necessarie non si esauriscono quindi nella conoscenza delle funzionalità di un software. Comprendono la capacità di valutare criticamente i risultati, riconoscere eventuali distorsioni, comprendere i rischi legati ai dati e mantenere una chiara consapevolezza delle responsabilità umane e professionali.
È anche il senso della riflessione sviluppata al Summit da d’Alba: «Un algoritmo può assistere una decisione, ma non può assumerne la responsabilità».
L’intelligenza artificiale deve supportare il professionista, non trasformarlo in un semplice esecutore di un output algoritmico. E, allo stesso tempo, non è realistico attribuire al singolo utilizzatore l’intera responsabilità di una tecnologia selezionata, acquistata e integrata dall’organizzazione.
La governance dell’IA richiede pertanto una responsabilità condivisa tra dimensione clinica, tecnologica, organizzativa e manageriale.
Leadership e formazione manageriale per governare l’IA
Se le competenze dei professionisti sono indispensabili, quelle manageriali rappresentano una condizione altrettanto decisiva per la diffusione dell’IA.
Il direttore generale del futuro non dovrà necessariamente essere un tecnico, ma dovrà comprendere le potenzialità e i limiti delle tecnologie, governare i dati, valutare i rischi, costruire team multidisciplinari e misurare gli effetti delle innovazioni introdotte.
È una prospettiva che Federsanità ha posto al centro del Summit, dedicando una specifica sessione all’evoluzione della leadership sanitaria e alle nuove competenze manageriali necessarie per guidare il SSN.
«Non servono soltanto persone capaci di utilizzare l’intelligenza artificiale, ma organizzazioni capaci di governarla. L’AI literacy deve diventare una competenza diffusa, accompagnata da una nuova capacità manageriale di leggere l’impatto delle tecnologie sui processi, sulle persone e sull’organizzazione», ha evidenziato d’Alba.
La formazione deve quindi raggiungere anche il middle management, che svolge una funzione essenziale di raccordo tra le strategie aziendali e i processi operativi. È proprio in questa dimensione che le innovazioni incontrano il lavoro quotidiano e possono tradursi in cambiamenti effettivi.
Da qui la necessità di percorsi formativi differenziati, capaci di rispondere ai fabbisogni delle diverse figure professionali e di integrare conoscenze tecnologiche, competenze organizzative e capacità di leadership.
Dall’ECM a una strategia permanente per le competenze sull’IA
L’inserimento della formazione sull’IA nell’ECM può rappresentare una leva importante, ma non esaurisce il fabbisogno del sistema sanitario.
Per evitare che l’aggiornamento si traduca in un’offerta standardizzata e distante dalle esigenze operative, occorre costruire una strategia articolata su più livelli: alfabetizzazione di base per il personale, formazione specialistica per chi utilizza direttamente sistemi di IA, percorsi dedicati a dirigenti e responsabili dei processi, aggiornamento continuo sulle evoluzioni normative e tecnologiche.
A questo si dovrebbe affiancare una dimensione applicativa, attraverso simulazioni, casi d’uso, laboratori e sperimentazioni guidate. La formazione deve consentire ai professionisti di confrontarsi con situazioni concrete e di sviluppare capacità effettivamente spendibili nei contesti di lavoro.
Per le aziende sanitarie, ciò significa passare da iniziative occasionali a un investimento strutturale sul capitale umano, integrando lo sviluppo delle competenze nella programmazione aziendale e nei processi di innovazione.
Un orientamento coerente con la visione di Federsanità, che attraverso il Forum Permanente dei Direttori Generali promuove la condivisione delle esperienze e la valorizzazione delle innovazioni sviluppate nelle aziende sanitarie, con l’obiettivo di trasformare le sperimentazioni territoriali in patrimonio comune del SSN.
Competenze digitali ed equità nell’intelligenza artificiale in sanità
La costruzione di competenze diffuse riguarda anche l’equità del sistema sanitario.
Se le opportunità formative e le capacità di accompagnare l’innovazione resteranno disomogenee tra aziende e territori, la trasformazione digitale potrebbe ampliare le differenze già esistenti nella capacità di adottare e utilizzare efficacemente le nuove tecnologie.
Il divario digitale, infatti, non riguarda soltanto la disponibilità di infrastrutture e strumenti, ma anche la possibilità di comprenderli, integrarli e renderli accessibili.
È un aspetto richiamato anche da Federsanità nel corso del Summit: l’innovazione deve contribuire a ridurre le disuguaglianze, non ad ampliarle. Per questo sono necessarie infrastrutture, standard condivisi, competenze e capacità di accompagnare i cittadini nell’utilizzo dei servizi digitali.
La formazione diventa quindi una componente delle politiche di rafforzamento del SSN, essenziale per garantire che l’intelligenza artificiale possa contribuire a una sanità più accessibile, inclusiva e vicina ai bisogni delle persone.
Il valore delle competenze per l’IA nella cura
Il primo Summit Italia di Federsanità ha contribuito a mettere a fuoco una questione centrale per il futuro della sanità: la trasformazione digitale non può essere valutata esclusivamente attraverso la quantità di tecnologie adottate, ma attraverso la capacità di generare benefici concreti per cittadini, pazienti, professionisti e organizzazioni.
L’intelligenza artificiale può liberare tempo, migliorare i processi e supportare le decisioni, ma il suo valore deve essere misurato anche in termini di appropriatezza, qualità della presa in carico, accessibilità e relazione di cura.
La sfida, dunque, è costruire un sistema nel quale le persone siano messe nelle condizioni di governare l’innovazione, con competenze adeguate, responsabilità chiare e una leadership capace di guidare il cambiamento.
È questo il passaggio che collega il dibattito sull’AI Act alle riflessioni sviluppate da Federsanità: dalla tecnologia alla governance, dall’adozione degli strumenti alla trasformazione delle organizzazioni.
Perché il vero investimento sull’intelligenza artificiale in sanità non riguarda soltanto gli algoritmi. Riguarda le persone che dovranno comprenderli, valutarli e governarli. Ed è dalla capacità di valorizzare questo capitale umano che dipenderà una parte importante del futuro del Servizio sanitario nazionale.


























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