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Telemedicina: l’algoritmo è meglio del dottore? Forse, ma non è garante dei nostri diritti

Durante la pandemia, la telemedicina ha mostrato tutti i suoi vantaggi e viene ora invocata come una sorta di panacea per molti mali della sanità. In Italia cominciano a nascere startup specializzate in biomedicale e phygital health. Ma andiamoci cauti, prima di auspicare una medicina totalmente in mano agli algoritmi

25 Apr 2022
Pierluigi Casolari

founder di Unconventional Road, autore di Startup 3.0, blog su startup, innovazione e web 3.0

Abbiamo iniziato a sentire il bisogno di telemedicina nel marzo del 2020, quando non potevamo uscire di casa. L’emergenza pandemica era ai livelli massimi. I medici non accettavano visite in studio e i pazienti non avevano nessuna intenzione di prenotare consulti in ambulatorio.

Ma è proprio questa la medicina che vogliamo? Tenderemo a fidarci più di un algoritmo che del nostro medico? Forse, di primo acchito – con in mente la possibilità di azzerare gli errori in sanità –  tenderemo a rispondere di sì. Ma proviamo a ragionarci su.

Telemedicina, cos’è e come farla in Italia: tecnologie e finalità, un modello possibile

I primi passi della telemedicina in Italia

Si intende per telemedicina un insieme di soluzioni, aziende e servizi che operano nel settore della “digitalizzazione” dei servizi sanitari. Servizi che vanno da strumenti video per “essere visitati online” a piattaforme per l’invio delle ricette alle farmacie, dal trasferimento referti medici a sistemi di prenotazione online di prestazioni mediche. La telemedicina è una categoria generale che include servizi molto diversi tra loro, alcuni rappresentano innovazioni di processo (sistemi di prenotazione online delle visite), altri invece trasformano il concetto stesso di medicina (visite online, consulti psichiatrici in ambienti virtuali).

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Durante la pandemia, qualche forma di telemedicina è stata implementata da molte cliniche e centri medici. È il caso, per esempio, del Centro Privato Santagostino che ha sviluppato un’intera divisione dedicata ai video consulti. Questo servizio è stato lanciato per il monitoraggio dei pazienti Covid-19. Ma si è poi sviluppato indipendentemente. Sul sito viene indicato che il video consulto non sostituisce la visita “di persona”. Ma è uno strumento iniziale di orientamento.

La situazione negli Usa

Negli Stati Uniti, il confine tra video consulto e “visita vera e propria” è molto più sottile. Giganti come American Well e Doxi.me hanno costruito il loro modello di business intorno all’idea della migliore efficienza della medicina online rispetto a quella fisica. Perché perdere tempo nel traffico, a trovare parcheggio, in sala d’attesa per una visita, che spesso si rivela sbrigativa e inconcludente, quando puoi ottenere una visita online nell’ora che preferisci, direttamente da casa, risparmiando pure, con uno specialista con tante recensioni?

Questa proposizione di valore funziona ancora di più se la visita online si arricchisce di strumenti e dispositivi che possono monitorare lo stato di salute e condividerli con il medico in tempo reale. È esattamente questo quello che fanno le aziende high tech di telemedicina. Attraverso dispositivi, app per il monitoraggio, sistemi di video-consultazione trasformano il setting sanitario tradizionale, in un nuovo tipo di prestazione medica digitale e “da remoto”.

Qualcosa si muove

In Italia non mancano esempi di questo tipo. La differenza sostanziale è tuttavia la maggiore adesione del pubblico a queste soluzioni. In Italia la prudenza è un tratto distintivo, fondamentale. Da Vinci Salute è una startup biomedicale, che ha recentemente concluso con successo una campagna di crowdfunding e che si propone di veicolare in Italia il modello del teleconsulto medico a 360 gradi. La piattaforma include soluzioni per i pazienti e per i medici, con l’obiettivo di favorire lo scambio di informazioni tra le parti. La visita digitalizzata non va intesa con gli stessi modelli mentali della visita medica tradizionale. Le informazioni vengono scambiate in tempo reale e in maniera continuativa tramite app e dispositivi di monitoraggio e le domande/risposte tra medico-paziente possono essere asincrone. La visita si distribuisce nel tempo divenendo monitoraggio attivo.

Va oltre la startup tecnologica Capsula srl, realtà innovativa che si occupa di phygital health. Capsula ha realizzato un chiosco digitale (Health Pod Lyfestyle) che permette di monitorare digitalmente i parametri della salute. Il Chiosco contiene alcuni dispositivi per la misurazione della pressione, del battito cardiaco, oltre a un sistema di intelligenza artificiale per l’analisi della pelle (in particolare dello stato di invecchiamento cutaneo). In pratica dal video consulto con il medico, Capsula propone un salto ulteriore: il video consulto senza medico.

Il consulto digitale parte con un questionario, che permette di sviluppare la cosiddetta “anamnesi” e poi prosegue con l’attivazione dei dispositivi di “visita digitale” per offrire una panoramica dello stato di salute del paziente. Insomma, se Ippocrate definiva l’arte medica come l’arte di sapere fare l’anamnesi, la diagnosi e la prognosi, possiamo dire che Capsula è a due terzi dell’opera. Il momento della prognosi e dunque della prescrizione di una terapia è per il momento escluso dall’operato dei sistemi di telemedicina e di medicina basata su intelligenza artificiale. Ma fondamentalmente si tratta di un problema di normativa. Non di tecnologia.

Meglio il dottore o l’algoritmo?

Nel 2013 uno dei più importanti venture capitalist della Silicon Valley, Vinod Koshla, aveva provocato i lettori di TechCrunch con un dilemma bioetico: abbiamo bisogno di algoritmi o di dottori?

La risposta di Koshla era lapalissiana: “abbiamo bisogno di algoritmi. I dottori possono sbagliare. Gli algoritmi hanno meno probabilità di errore”. In un’altra provocazione, di qualche mese fa, The Economist raccontava un futuro ipotetico in cui il Nobel della Medicina del 2036 verrebbe vinto da un programma di intelligenza artificiale che grazie ad un software da lui stesso realizzato sarebbe riuscito a debellare l’antibiotico-resistenza.

La tecnologia si sta evidentemente muovendo in tale direzione. Lo abbiamo visto durante il Covid-19. La diagnosi di Covid-19 non viene formulata tramite una visita, un consulto, una serie di esami e il rimpallo tra il nostro medico e lo specialista. No, la diagnosi è basata sulla positività del tampone. Nessuna visita, nessun riferimento a sintomi, nessun dubbio. Tampone positivo/negativo. Diagnosi binaria. Algoritmo.

Qualche dubbio però è bene averlo. L’approccio algoritmico della medicina è figlio di una cultura scientista che nel corso degli anni ha sempre di più ridimensionato il ruolo del medico. Questa medicina dei dati ha prodotto risultati interessanti, certamente. Ma è contestata non solo dai fautori del “ritorno al passato” ma anche da una parte della comunità scientifica che vede un “rischio sociale” nell’eliminazione del medico in questo futuro sanitario. Il medico è certamente portatore di “potenziali errori”.

La natura umana è imperfetta e limitata per definizione. Ma il medico è anche un punto intermedio che media le pressioni commerciali delle aziende farmaceutiche con la salute del paziente. Chi si farà garante dei diritti dei pazienti in un sistema totalmente digitale, senza più freni all’interesse privato e commerciale delle grandi aziende tecnologiche e farmaceutiche?

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