Dispersione scolastica, basta scuse: serve un progetto nazionale per una scuola nuova | Agenda Digitale

non è (solo) la dad

Dispersione scolastica, basta scuse: serve un progetto nazionale per una scuola nuova

Per realizzare una scuola veramente nuova è necessario un grande progetto nazionale che coinvolga figure che si sono confrontate con le sfide poste dalla società digitale, che conoscono lo stato dell’arte dell’innovazione scolastica a livello internazionale, che conoscono neuroscienze, scienze cognitive e psicologiche

25 Giu 2021
Vittorio Midoro

già dirigente di ricerca CNR presso l'Istituto Tecnologie Didattiche

L’alta percentuale di abbandono scolastico e di analfabetismo funzionale sono mali che affliggono la nostra scuola da molto tempo. Riguardo all’analfabetismo funzionale un ragazzo su 3 legge (male) un semplice testo e non capisce. Per quanto riguarda l’abbandono scolastico, nel 2019, 14 ragazzi su 100 non finivano il percorso scolastico, mentre, nello stesso periodo, la media europea era di poco superiore a 10 ragazzi su cento, non lontana dall’obiettivo della comunità europea.

Ho già provato a illustrare le cause profonde di questi fenomeni che si sono acuiti con la pandemia, come riporta l’articolo di Repubblica I dispersi della DAD, a firma di Ilaria Venturi e Corrado Zunino. Gli autori ipotizzano che le cause siano da ricercare nell’esenzione dalla bocciatura, nelle cattive connessioni, nell’assenza di continuità e di certezze o nell’essersi ammalato di COVID.

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Certo questi fattori hanno acuito tali mali, ma focalizzare l’attenzione solo su questi nasconde le vere cause, tra cui i ritardi della nostra scuola che, con la pandemia, si è scoperta inadeguata ad affrontare le sfide poste dalla rivoluzione digitale.

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L’aspetto più evidente è stato l’emergere del digital divide. La rivoluzione digitale pretendeva da molto tempo prima del COVID che ogni studente e ogni insegnante possedesse un computer personale, un connessione efficace e fosse digital literate. Quando sono stati chiusi gli edifici scolastici ci si è accorti che solo le tecnologie digitali permettevano di continuare l’attività scolastica. Ma in quali modi?

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E qui è emerso il secondo scoglio. Essendo impreparati ai modi di apprendere richiesti da tecnologie diverse dalla scrittura, si è inventata la DAD, intesa come un fare le cose che si facevano prima in presenza (lezione, studio a casa sui libri di testo, interrogazioni) con un’altra tecnologia, che sarebbe come attaccare i cavalli a un’automobile e usarla come carrozza.

Quali conseguenze hanno avuto questi due fatti? In primo luogo, molti ragazzi che non avevano un computer personale, una buona connessione e che non erano digital literate sono rimasti esclusi. E questo ha riguardato soprattutto i ragazzi più esposti alla povertà educativa.

Poi, molti insegnanti si sono trovati in difficoltà a immaginare nuovi modi di fare scuola, rimanendo ancorati alla lezione e al libro, per cui hanno continuato a fare lezioni e interrogazioni davanti al computer, con la conseguenza di imporre ai malcapitati ragazzi ore di sofferenza davanti a un device digitale.

Per contro si sono avuti alcuni effetti positivi. Si è compreso che dopo pandemia le scuole dovranno avere una efficace connessione con una banda ultralarga, (obiettivo del PNRR). Si è compreso che ogni ragazzo (e ogni insegnante) dovrà avere e sapere usare efficacemente un computer. C’è stata un’alfabetizzazione digitale della classe docente come mai si era vista prima e si è preso coscienza che per il futuro ben altra dovrà essere la prima formazione degli insegnanti e lo sviluppo professionale nel corso di tutta la carriera. Ciò investe le istituzioni deputate alla formazione degli insegnanti che in Italia sono principalmente le Università. Ma queste sono pronte?

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Il digital divide e la formazione/sviluppo professionale degli insegnanti non sono gli unici problemi a cui dare una soluzione dopo la pandemia. Ad esempio sarà necessario definire che cosa dovrà caratterizzare e che cosa dovrà saper fare un qualunque cittadino per potere vivere in una società digitale dominata dall’incertezza e dalla velocità di cambiamento. Sicuramente leggere e scrivere saranno capacità ancora più necessarie, ma non più sufficienti. Tutti, ma proprio tutti, dovranno essere digital literate, chi non lo sarà si troverà nella stessa condizione di un analfabeta in una società delle lettere.

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E allora si dovrà risolvere un altro problema: come realizzare una cultura digitale generalizzata quando la scuola non è ancora in grado di fornire un’adeguata alfabetizzazione per tutti? Secondo me si dovrà considerare l’ipotesi di una istituzione dedicata a tutti i bambini, che, giocando, fin dalla prima infanzia potranno cominciare ad acquisire abilità indispensabili, come ad esempio la lettura e i primi rudimenti di aritmetica. In tal modo non solo sarà possibile diagnosticare precocemente problemi di apprendimento, colmare differenze classiste e ridurre la povertà educativa, ma ciò permetterà alla scuola primaria di dare spazio alle nuove capacità che caratterizzano la digital literacy, come discuto nel libro Scrittura e lettura nella storia e nell’educazione.

Il nodo dei contenuti

Questo discorso apre un altro problema: quello dei contenuti. I contenuti definiti per una scuola della società di un secolo fa (o anche di due secoli fa) sono ancora attuali per la società in cui viviamo? La risposta è condizionata dalle finalità alla base la scuola. A questo proposito, il dibattito in Italia si è focalizzato sul dualismo scuola delle competenze vs scuola della conoscenza. In un mio contributo su questa stessa testata discuto come entrambe le alternative siano inadeguate per creare una scuola finalizzata a mettere in grado i ragazzi di vivere una vita soddisfacente, se non felice.

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Ciò prevede una revisione profonda dei curricula, dei modi di apprendere e della stessa organizzazione scolastica, superando la divisione classista degli attuali livelli scolari. Come? Per esempio creando una scuola unica fino ai 17 anni in cui, oltre a corsi obbligatori, lo studente possa scegliere corsi in accordo con le proprie capacità, preferenze e sensibilità.

Ciò impone un ripensamento profondo dei modi di apprendere. La lezione, i compiti a casa, le interrogazioni, la scansione oraria delle discipline, dovranno cambiare considerando le possibilità offerte dal digitale e alla luce che le neuroscienze e le teorie dell’apprendimento accendono su come il nostro cervello apprende.

Ambienti e spazi di apprendimento

E qui si apre il discorso sugli ambienti e gli spazi di apprendimento. Quali attività svolgere in presenza e quali da remoto? Quali in modo sincrono e quali in modo asincrono? Come devono essere fatti gli spazi di apprendimento? Come equipaggiati? Come progettare i corsi? Come collaborare tra docenti?

Come si vede a partire da un singolo problema se ne presentano tanti altri, tutti collegati come i grani di un rosario. Ciò è naturale perché la scuola è un sistema complesso in cui tutti gli elementi sono legati tra loro e il mutamento di uno di essi influenza tutti gli altri.

Il Manifesto per la nuova scuola sottoscritto da tanti illustri intellettuali ignora questo aspetto. Avvertendo l’inadeguatezza della scuola attuale, il Manifesto ne ipotizza una nuova che sembra una riedizione imbellettata di quella vecchia. Ma cipria e rossetto non possono ingannare.

Un progetto nazionale per una scuola veramente nuova

Per realizzare una scuola veramente nuova è necessario un grande progetto nazionale che veda coinvolte figure che si sono confrontate con le sfide ai sistemi educativi poste dalla società digitale, persone che conoscono lo stato dell’arte dell’innovazione scolastica a livello internazionale, persone che comprendono ciò che le neuroscienze, le scienze cognitive e psicologiche hanno scoperto sui meccanismi di apprendimento, persone che hanno operato nella ideazione e progettazione di sistemi complessi e di diffusione dell’innovazione.

Docenti pionieri e dirigenti scolastici con efficaci esperienze sul campo saranno preziosi elementi da coinvolgere. La definizione di questo progetto appare il primo passo verso la costruzione di una visione di una scuola veramente nuova. Sarà poi necessaria una fase di sperimentazione e di diffusione dell’innovazione per allargare e rendere sostenibile l’innovazione, che, a fronte di una società liquida in perenne cambiamento, diventa un elemento permanente, necessario per adeguare le istituzioni educative alla dinamica della società.

Questo appare il percorso necessario per fondare una scuola nuova, tutto il resto è noia.

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