comunicazione vs conoscenza

Formazione crossmediale online: il problema della qualità degli apprendimenti

Spostare le tradizionali attività di apprendimento su web e dispositivi mobili è ormai una tendenza acclarata ma non vuol, dire certo garanzia di qualità nell’acquisizione e comprensione di informazioni inter-transdisciplinari o nella ristrutturazione migliorativa di conoscenze e performances professionali. I problemi

21 Feb 2020
Giovanni Dursi

docente di Filosofia e Scienze umane - Formatore


Sul frontespizio del libro “Contro la comunicazione” di Mario Perniola (Gliulio Einaudi editore, 2004) è riportato emblematicamente un passo del ragionamento proposto dal docente di Estetica: “La comunicazione è l’opposto della conoscenza. È nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove”.

A ben guardare la realtà delle innovazioni tecniche, all’inizio del secondo decennio del XXI secolo, l’analisi critica e l’auspicio del pensatore – che si interroga sulle origini, sui dispositivi e sulla dinamica della comunicazione di massa – restano pregnanti, soprattutto sul versante interpretativo della crossmedialità nell’opzione dedicata al variegato ambito della riproduzione dei rapporti sociali per il tramite dell’istruzione, formazione e educazione mediate da attività on line.

Digitale e qualità degli apprendimenti

Innanzitutto, è possibile constatare che gli accessi ai social network qualificano sempre più la ricerca di informazioni inter-transdisciplinari – secondo l’ottava edizione dell’indagine di We Are Social, condotta collaborativamente con Hootsuite, piattaforma leader nel settore del social media management (rif. Report Digital 2019) – attestandosi su circa 3 miliardi di utenti attivi mensilmente, con un tasso di penetrazione del 40%, che prediligono (28 mln) smartphone e tablet come dispositivi dedicati alla connessione alla rete telematica policentrica (+44%).

Spostare le tradizionali attività di apprendimento sul web è, dunque, una tendenza riscontrabile e anche acclarata nel concreto diuturno operare delle istituzioni sociali delegate alla generazione e consolidamento delle conoscenze e competenze (scuola, università, “agenzie formative” diffuse).

Seppur il sistema scolastico-universitario sembra abbia colto la portata della rivoluzione digitale, resta parzialmente sondato il tema della qualità degli apprendimenti che non sembrano aver sollecitato sensibili cambiamenti rispetto agli asset principali della comunicazione didattica offline. In altri termini, nonostante ingenti risorse organizzative (ad esempio, l’integrazione dell’offerta formativa con corsi online e lo stesso PNSD) e finanziarie (il riferimento prioritario è agli Avvisi M.I.U.R. su fondi P.O.N. 2014-2020) siano state stanziate e tutt’ora vengano previste dai bilanci degli Atenei e delle Istituzioni scolastiche autonome, la strategia, rappresentativa dell’impalcatura innovativa sul versante tecnico-strumentale, della convergenza di tutti i media verso il “linguaggio” digitale e le correlate pratiche didattiche, sta producendo nei fruitori l’idea secondo la quale l’utilizzo globale di tutti i mezzi di comunicazione sia, di per sé, occasione di autentica conoscenza ed opportunità di consistente assimilazione dei saperi, inconfutabilmente utili alla costruzione del bagaglio culturale personale e spendibili sul mercato delle professioni. Allo stato, in verità, non sono disponibili dati che possano confortare tali convinzioni sull’affermata valenza performativa della formazione on line crossmediale.

Lo smartphone “icona della disintermediazione digitale”

A tale proposito, si adotta quanto il Capitolo «Comunicazione e media» del 53° Rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese (2019), rileva oggettivamente sul diffusissimo uso dello smartphone, definito “icona della disintermediazione digitale”: “Vero driver dell’innovazione digitale nel nostro Paese e responsabile del superamento del digital divide da parte di un’ampia fetta della società, lo smartphone ha giocato un ruolo da protagonista nella rivoluzione compiuta dal sistema dei media nell’ultima decina d’anni”. La situazione nazionale, peraltro, è in sintonia con quanto la Commissione europea ritiene debba realizzarsi nel breve periodo grazie alla velocità di connessione che porterà lo spazio sociale continentale ad addentrarsi nella prefigurata gigabit society.

Tuttavia, il citato Capitolo – volendo contestualizzare i dati che mette a disposizione – non occulta una importante criticità relativa alle cosiddette “diete mediatiche”: la “carenza tra i più giovani (gli under 30) circa il numero di quanti utilizzano tutti i media eccetto quelli a stampa, che in questa fascia d’età arrivano al 52,8%, nettamente al di sopra del 38% riferito alla popolazione totale”. Avventurandosi sul terreno d’una volgarizzazione del dato disponibile, si può dire che la fascia giovanile studentesca “naviga” tanto, ma legge poco o nulla, resta connesso, ma non è “in ascolto”, acquisisce informazioni in ingenti quantità, ma fatica o è incapace d’una elaborazione critica grazie ad atteggiamenti necessariamente riflessivi. Pertanto, l’ICT nell’impatto con le attività didattiche non può che predisporsi a fornire strumenti, certo, senza però assolutizzare una correlata forma mentis – quasi del tutto concentrata sui device e relativamente avvezza a costruire condizioni di sviluppo nell’implementazione con l’azione formatrice dell’ambiente socioculturale – che deve ancora dimostrare la capacità d’abilitare apprendimenti adeguati, alla crescita culturale ed alla autorealizzazione professionale, piuttosto che standardizzare la dimensione cognitivo-emotiva in comportamenti acritici puramente ricettivi di inputs (rif. a Ricerca «Digitale sì, digitale no», condotta da Acer, Centro studi ImparaDigitale, Cnis, Università Bocconi e Università degli studi di Padova).

Strategie crossmediali e performance apprenditiva

360digitalskill
Diventa un leader digitale: crea il percorso per te e il tuo team
Risorse Umane/Organizzazione
Smart working

Dall’osservazione e dalla fenomenologia sociale inerente è possibile arguire che la crossmedialità, nell’opzione dedicata all’istruzione, formazione ed educazione mediate dalle attività online, rappresenti solo la disponibilità esponenziale di strumenti e dispositivi in grado di promuovere ed intercettare gli interessi e il tempo dei soggetti in apprendimento (in età formalmente scolare e non) su media digitali differenti (LIM, internet, mobile smartphones, ecc.), senza incidere necessariamente sulla qualità formativa.

Inoltre, si sta da tempo evitando un’utile comparazione tra le strategie crossmediali nello studio scolastico-universitario e i comportamenti finali che aprono alla valorizzazione della persona e del lavoratore, le cognizioni inter-transdisciplinari realmente conseguite, le metodologie utilizzate produttive di eventi cognitivi, nonché i nuovi orientamenti nella valutazione della performance apprenditiva.

Tale comparazione e, soprattutto, il suo esito conoscitivo è il deficit più grave di un percorso di infrastrutturazione tecnico-digitale scolastico-universitaria; è oltremodo fruttuoso permettere un confronto tra tutti i media, new and old, per scongiurare quella divaricazione che Perniola ha indicato: un’abilità comunicativa che non corrisponde appieno alla richiesta di conoscenze di cui l’umanità ha bisogno, da un lato, e, dall’altro, la dissolvenza di “contenuti” a fronte dell’esaltazione morfologica e toponomastica del sapere che impedisce di mettere a frutto le attitudini di base: “memoria, immaginazione e disinteresse interessato” (rif. a “Contro la comunicazione”, op. cit.).

La distribuzione su tutti i media digitali dei contenuti culturali oggetto dei curricoli scolastico-universitari, non è affatto garanzia di qualità nell’acquisizione e comprensione di informazioni inter-transdisciplinari o nella ristrutturazione migliorativa di conoscenze, comportamenti, abilità, valori o performances professionali (nella prospettiva non revocata in dubbio del lifelong learning come autentico andamento formativo personale voluto che ha come scopo il conseguimento consapevole di ruoli e competenze, implicando un mutamento relativamente duraturo ed adattivo socialmente) che dovrebbero connotare indelebilmente la fertile simbiosi di diversi tipi di conoscenze.

I contenuti culturali si assimilano non solo grazie alla modalità tecnica di fruizione, bensì attraverso un’ideazione e una progettazione critica, personale o gruppale, di articolati itinerari per promuovere nuovi apprendimenti rivolti a trasformarsi in altri strumenti a disposizione traguardando l’acquisizione di ulteriori conoscenze e competenze e, prioritariamente, prevedendo menti attive e formazione onnilaterale.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 3