educazione 2.0

Il non-problema dei cellulari in classe: l’esempio vale sempre più del divieto

In Val D’Aosta le scuole sono chiamate a inserire nei regolamenti il divieto di usare i telefonini in classe. Ma non è così si responsabilizzano studenti. E genitori. Dal punto di vista psicopedagogico il problema va posto in modo diverso

Pubblicato il 30 Ott 2018

Sara Luna Bruzzone

psicoterapeuta

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È di qualche giorno fa la notizia che in Val d’Aosta è stata approvata la mozione per cui l’assessore competente solleciterà i Dirigenti scolastici a inserire nei regolamento delle loro scuole il divieto di usare i telefonini in classe.

Dal nostro punto di vista psicopedagogico il vero tema non è tanto lo smartphone di per sé, oggetto ormai entrato a far parte della nostra quotidianità, ma l’uso che se ne fa e soprattutto il significato che assume per i preadolescenti e gli adolescenti di oggi. La scuola è il luogo dell’educazione per eccellenza e a nostro parere non può ammettere l’uso di smartphone o tablet che non abbiano una finalità strettamente legata all’apprendimento. In questo senso possono essere preziosi alleati per studiare, fare ricerche e imparare in modo diverso da come si faceva una volta, altrimenti rappresentano solo dei potenti distrattori.

A scuola tuttavia i ragazzi possono sicuramente sopravvivere anche senza, come del resto abbiamo fatto tutti noi prima. Il fatto che però gli adolescenti non riescano ad immaginare un tempo senza connessione è un dato preoccupante sul quale riflettere. Ciò significa che l’atto della connessione è talmente un gesto automatico e intrinseco in ognuno di noi (ragazzo o adulto), che pensiamo di non poter vivere senza.

Trasmettere un uso sano e consapevole dei dispositivi

Occorre a questo proposito un atteggiamento di responsabilizzazione da parte di tutti gli adulti educanti verso tutti i dispositivi elettronici che non devono in nessun caso sostituire i rapporti e le relazioni umane. Occorre far capire ai ragazzi che l’aumento e la diffusione della tecnologia ha negli anni modificato i rapporti sul piano umano. C’è confusione tra l’essere virtualmente social nelle chat o su Instagram e socializzare nella realtà con i coetanei, comunicare vis a vis, leggere sul viso degli altri le emozioni piuttosto che usare delle riduttive emoticon. Durante il nostro lavoro riscontriamo una reale difficoltà nel trasmettere alle nuove generazioni un utilizzo sano e consapevole dei vari dispositivi. Non avrebbe senso ora come ora, negare e vietarne l’utilizzo in generale, piuttosto, però, sarebbe efficace dare dei limiti chiari e precisi all’interno dei quali orientarsi. Il cellulare deve essere vissuto come uno strumento, un mezzo, dal quale dobbiamo essere indipendenti, non dovremmo essere totalmente in balìa di messaggi e like per riempire i vuoti o per sentirci narcisisticamente gratificati.

Esempi e gesti concreti, non divieti

Ma come possono le giovani generazioni modificare il loro atteggiamento sociale se hanno di fronte solo adulti iperconnessi che sembrano non saper fare altro? Donne e uomini che giocano a farsi selfie e a postare qualsiasi loro attività e pensiero senza filtro, esattamente come i ragazzini in preda alle loro passioni adolescenziali. I teenager hanno invece bisogno di esempi e gesti concreti per capire e apprendere, altrimenti interiorizzano le nostre modalità, le fanno loro e addirittura le possono amplificare. E da qui il passo di far dipendere la propria autostima dal numero dei like ricevuti sotto una foto è molto breve, ahinoi. Fermiamoci e interroghiamoci su come possiamo crescere serenamente gli adulti di domani.

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