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scuola e testi

Leggere su internet e dislessia: pro e contro

Che cosa distingue la lettura della pagina di un libro dalla lettura di un testo online su uno schermo, quali sono le competenze necessarie per comprendere un testo online e perché questo è più accessibile per le persone con DSA. Il ruolo della scuola nel formare lettori forti e responsabili

23 Ott 2018

Daniela Di Donato

Docente di lettere, Dottoranda di ricerca presso Sapienza Università di Roma-Dipartimento di Psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione, Collaboratrice del Crespi


Leggere online può e deve rappresentare una delle forme di lettura, ma non può essere l’unico accesso al testo e la scuola deve preoccuparsi che sia così. E allora, come educare lettori consapevoli, anche se hanno un Dsa, che non amano leggere e fanno fatica?

Come Nelson aveva anticipato quella che oggi è la rete

Se si vuole trattare l’argomento della lettura ipertestuale in rete è necessario partire da Ted Nelson[1]. Non era un ingegnere informatico, né un matematico, ma un filosofo e un sociologo e parlava di lettura e scrittura e delle potenzialità delle connessioni tra ciò che leggiamo, ciò che sappiamo, che abbiamo già letto o conosciuto e di tutto ciò che nella lettura è implicito, ma è indispensabile per la comprensione. Il suo progetto aveva l’obiettivo di creare un modello di lettura non sequenziale, una lettura potenziata e aumentata. Nell’indagare il processo di costruzione della lettura infinita, Nelson aveva anticipato pro e contro anche della lettura online.

Ecco perché  da lui. Quando Nelson, l’ideatore del World Wide Web (anche se Tim Berners Lee è stato l’uomo che l’ha resa possibile) scrisse Literary Machines 90.1. Il progetto Xanadu, nessuno avrebbe mai immaginato che quel libro e quel progetto visionario sarebbero diventati il presente (e il futuro) di ciascuno di noi. Era il 1960 e il sistema ipertestuale Xanadu doveva essere una nuova forma di archiviazione dei dati. Nelson scriveva nel suo libro che il ruolo preponderante e la pervasività degli schermi in ogni aspetto della nostra vita sarebbe divenuto via via più chiaro a tutti. Per questo incredibile protagonista dell’archeologia della rete, gli ipertesti sullo schermo sarebbero stati la letteratura di domani: “Si potrà richiamare sul proprio schermo qualsiasi opera, o qualsiasi sua parte. Si potranno tracciare collegamenti (a note personali, o altri tipi di collegamenti) fra porzioni di documenti, seguire questi legami e addirittura pubblicarli[2]. I diritti d’autore saranno accreditati automaticamente a ciascun autore. Ogni documento potrà citarne qualsiasi altro perché la citazione sarà trasferita (e comprata) dall’originale al momento della richiesta, con accredito automatico dei diritti d’autore alla fonte”.

A Nelson dobbiamo le parole ipertesto, che definì come “un testo scritto in maniera non sequenziale, che si dirama e fornisce opzioni al lettore, meglio se letto su uno schermo interattivo” e ipermedia, coniate intorno al 1965. Descrisse la rete, che non esisteva; diffuse l’idea della condivisione tra testi e persone; pensò ai computer non più come giganteschi ingombranti calcolatori (quali erano all’epoca), ma come dispositivi che sarebbero divenuti presto personali. Nel 1963 inventò il termine transclusion per descrivere il copia-incolla: “un modo per includere e per citare parti di un documento elettronico senza perdere il contesto corrente e senza che esso diventasse una parte fisica del nuovo testo”. Insomma, una copia virtuale di una parte di un documento da infilare in un secondo documento, ma l’originale rimane intatto nel doc di provenienza. Nel suo libro Computer Lib, pubblicato nel 1974, propose l’idea che queste nuove esperienze mediali fossero messe in una rete di pubblicazione aperta e libera.

Oggi tutto questo è la rete, così come noi la conosciamo. Una letteratura, come la chiamava Nelson, cioè un sistema di scritti interconnessi, un acquedotto della mente: “gli schermi sono il rubinetto, che fornisce ciò di cui abbiamo bisogno quando giriamo la manopola”.

Lettura in rete, dal dialogo al triangolo

Che cosa distingue allora la lettura della pagina di un libro dalla lettura di un testo online su uno schermo? Non è la stessa identica operazione; non più.

La lettura sulla pagina ha dei confini, i bordi fisici della carta, mentre i confini dello schermo sono fluttuanti: ci si sposta su e giù e leggiamo solo quello che lo schermo riesce ad ospitare in quel momento.

Nella comunicazione analogica c’è l’autore e c’è il lettore: si è sostanzialmente in due, una coppia. Il testo digitale è promiscuo perché nasce per avere almeno due strutture esplicite: una profonda e una superficiale. La prima è creata per parlare alla rete e ai motori di ricerca (SEO), nella logica del database; la seconda parla al lettore. Dal dialogo si è passati al triangolo.

La lettura è un’invenzione dell’uomo: non siamo biologicamente progettati per essere dei lettori ed è una delle attività più complesse che il nostro cervello debba compiere. Nonostante il carico cognitivo sia già alto, la lettura di un testo online prevede in parte carichi aggiuntivi: è necessario leggere valutando costantemente la validità di quello che viene scritto. Quindi la competenza non è più solo interpretativa, ma anche valutativa. La lettura digitale non è solo testo. Esiste un fenomeno, che chiamiamo Code switching: si può iniziare col testo scritto e poi passare all’audio o a un video, nello stesso contesto comunicativo. Il testo in rete è un testo reticolare e non lineare.

Lettura ipertestuale in rete e DSA

Più leggiamo più impariamo a leggere (vale per tutti, ma non proprio per chi abbia un Dsa). Perché a chi ha un Disturbo specifico dell’apprendimento, soprattutto la dislessia, spesso non piace leggere? Un lettore esperto impiega meno risorse nel processo di decodifica e quindi può effettivamente dedicarsi alla parte più piacevole e interpretativa della lettura: fare inferenze, cogliere meta significati, avviare presupposizioni, collegare al mondo conosciuto.

Un lettore con Dsa rischia costantemente di rimanere invischiato nella fase di decodifica, senza mai approdare alla lettura dilettevole: ci si consuma al primo gradino della lunga scala verso la comprensione e l’interpretazione di un testo. Il testo in rete in qualche modo lo salva per farlo annegare.

La minore separazione tra oralità e scrittura gli rende il contenuto maggiormente accessibile, il testo spesso è breve, ben segnato dagli hashtag che gli indicano le parole chiave, spesso è cooperativo quindi offre molte interpretazioni aggiuntive alla propria. Lo schermo costringe un po’ ad un effetto lista, che rende il testo più scorrevole e leggibile, raccolto per punti e dovrebbe favorire il processo di comprensione e di connessione tra significati. La pratica dello Snippet quando si cerca qualcosa nei motori di ricerca fornisce il titolo, un Url di riferimento e una breve descrizione di quel che sto cercando e così posso farmi un’idea sul contenuto e se valga la pena arrivare lì: non spreco troppe energie, che ad un lettore con Dsa servono a far altro.

Per non parlare della sintassi di molti dei testi online: periodi coordinati tra loro, invece di subordinate manzoniane, minore coesione (logica grammaticale). Queste sono le ancore di salvezza, ma possono diventare delle zavorre, tanto da far affogare un lettore fragile. Il corpo leggero e la struttura dinamica del testo online danno la sensazione di poter navigare a vista, con buoni risultati, ma c’è il trucco. L’ipertesto si trasforma spesso in ipotesto, incompleto e povero, che toglie invece di potenziare le possibilità e le connessioni. La minore coesione può compromettere la ricchezza del linguaggio e impoverire le nostre possibilità espressive e logiche. La sovrabbondanza di contenuti spesso impliciti costringe a fare troppe inferenze, che non tutti possono reggere e coordinare.

La sintesi è utile e bella, ma serve anche la capacità di elaborazione e allora bisogna pianificare un viaggio di andata e ritorno: dalle parole chiave risalire indietro per capire come sono state generate, dal Tweet arriviamo a un discorso che sopporti la lingua in cui è scritto, nel quale la chiarezza espositiva e la capacità argomentativa sono fluide e convincenti.

La distanza dalla complessità non può essere cronica: il viaggio nel testo deve comprendere entrambe le direzioni, altrimenti stiamo addestrando analfabeti digitali e non cittadini (e lettori) consapevoli.

Quale può essere una conclusione? Non c’è. Se non educhiamo lettori forti e responsabili, non ci sarà digitale che tenga. E non faremmo un buon servizio ai nostri studenti.

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Bibliografia

Massimo Palermo, Italiano scritto 2.0. Testi e ipertesti, Carocci Roma, 2017

Aidan Chambers, Il lettore infinito. Educare alla lettura tra ragioni ed emozioni, Equilibri, Modena, 2015

  1. Ted Nelson (1937) è ancora vivo. Sito ufficiale: http://www.xanadu.net/. Canale Youtube: https://www.youtube.com/user/TheTedNelson
  2. Prima di lui, come scrive lo stesso Nelson, fu Vannevar Bush a parlarne nel 1945 col suo Memex: un sistema di editoria, che avrebbe immagazzinato tutto ciò che veniva scritto, e che avrebbe permesso a ogni nuovo utente di aggiungere collegamenti (che Bush chiamava piste) allo scopo di mettere in collegamento i materiali e chiarire i significati.

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