piano nazionale scuola digitale

Scuola, il paradosso di tanta tecnologia che non fa vera innovazione

E’ indubbio che mai come in questi ultimi due anni si stia investendo sulla Scuola. Ma emergono dubbi che questi investimenti stiano riuscendo a rinnovare davvero il sistema. La questione da metabolizzare è che il digitale non è innovativo di per sé: è una carrozza senza cavalli

03 Mar 2017
Antonio Fini

dirigente scolastico

carrozzasenzacavalli

Una carrozza senza cavalli. Utilizzo spesso questa immagine di una delle prime automobili, nelle conferenze alle quale ho occasione di partecipare, ma anche durante gli incontri di formazione relativi al PNSD che sto tenendo in giro per l’Italia.

Rappresenta, appunto, una delle prime automobili, anche se a prima vista sembra una carrozza.

In effetti, è proprio una carrozza. Una carrozza senza cavalli, ma con ancora tutte le caratteristiche del precedente modello tecnologico di mezzo di trasporto.

È passato un po’ di tempo da allora, e ad un certo punto si è iniziato a capire che il motore, in pratica un “paradigma di propulsione” completamente diverso da quello precedente, consentiva soluzioni tecniche e creative ben diverse e innovative. Così oggi abbiamo mezzi a motore di ogni foggia e perfino la nostra auto di famiglia, fortunatamente, non ricorda le antiche carrozze.

Mi sono accorto di poter utilizzare questa metafora in molti ambiti, parlando di digitale, ma è una bella notizia solo per me, così non ho bisogno di inventarmi slide ad effetto!

Per tutti noi invece la metafora, finché reggerà (e, ahimè, regge ancora molto bene!), è la constatazione che la tecnologia digitale non ha ancora inciso su molti aspetti della nostra vita come è accaduto invece in altri.

Interi mercati sono stati stravolti, costretti a ristrutturarsi dalle fondamenta (basta pensare alla musica ma anche all’informazione) e le vite stesse della gran parte dei cittadini sono state profondamente modificate: secondo il report Digital in 2017 di We Are Social, il 50% della popolazione mondiale usa internet e il 37% è utente di social network. In termini numerici, sono cifre impressionanti, rispettivamente 3,7 miliardi di persone e 2,7 miliardi.

Il pensiero di restare a lungo “senza internet” è paragonabile oggi alla prospettiva di un blackout  prolungato negli anni ’70, come descriveva Roberto Vacca nel saggio “Il medioevo prossimo venturo”.

Eppure, se pensiamo alla Pubblica Amministrazione e alla scuola, le immagini che si formano nella nostra mente sono piuttosto diverse.

Non “vediamo” cittadini che interagiscono tramite smartphone con l’Agenzia delle Entrate o l’INPS per questioni fiscali e previdenziali o con la Azienda Sanitaria Locale, ad esempio per prenotare una visita o sapere in anticipo, in tempo reale, quanta coda c’è al locale Pronto Soccorso (funzionalità peraltro già disponibili in alcune realtà). Tanto meno “vediamo” impiegati che lavorano (magari da casa) condividendo documenti su sistemi cloud.

La dematerializzazione/digitalizzazione degli uffici pubblici sta procedendo, certo, ma, nella maggior parte dei casi, mantenendo le stesse identiche procedure (e la stessa mentalità).

E a scuola, cosa troviamo?

In buona parte, ancora molta diffidenza e apprensione.

In un gruppo Facebook di insegnanti, una professoressa pubblica la fotografia della sua classe, disposta “al contrario”, con gli studenti che rivolgono la schiena alla cattedra. Racconta di averli disposti così per controllarli meglio durante la versione di latino. Preventivamente ha chiesto loro di depositare i cellulari ma non si fida, più di uno studente consegna infatti il “telefono della nonna” e conserva probabilmente il moderno smartphone!

In molti hanno commentato, suggerendo modalità più o meno ingegnose per impedire la copiatura, pochi hanno provato a sostenere che, forse, è il compito a non essere più adeguato.

Nel frattempo, apprendiamo che i genitori di uno studente al quale era stato “sequestrato” lo smartphone a scuola, hanno pensato bene di sporgere denuncia ai Carabinieri!

Sui social network non si contano le discussioni su argomenti del genere, e ogni tanto si trova qualche interlocutore convinto di avere la soluzione in tasca. È semplice: i telefoni a scuola non si usano e basta. Effettivamente, sembra semplice, ma sarà davvero così?

Contemporaneamente, preparando materiali per un incontro di formazione, mi imbatto in una ricerca statunitense nella quale si evidenzia il “paradosso della tecnologia in classe”: nonostante la diffusione capillare di dispositivi e connessioni a internet, più della metà degli studenti (scuola superiore) sembra non usarli in modo efficace per scopi didattici.

In effetti, nel 2015, Andreas Schleicher, direttore del Directorate for Education and Skills dell’OCSE, scriveva sul suo blog: “adding 21st-century technologies to 20th-century teaching practices will just dilute the effectiveness of teaching”.

Appunto, carrozze senza cavalli!

E cosa dire della dematerializzazione nelle segreterie scolastiche? Da un lato, proliferano software proprietari per la “gestione digitale della segreteria”, che si vanno ad affiancare ai già diffusissimi Registri/Pagelle elettronici. Il primo pensiero che circola tra dirigenti scolastici e direttori amministrativi è sempre lo stesso: ma il MIUR proprio non poteva pensare ad un appalto nazionale per questi servizi? Almeno per la conservazione digitale dei documenti, qualcosa di sarebbe potuto fare?

Ad oggi niente da fare, dunque ogni singola istituzione scolastica (circa 8200) si sta affannando da mesi per selezionare, installare, formare il personale e… partire per la grande avventura digitale, salvo scoprire che, risparmio di carta a parte (spesso solo virtuale, il risparmio, perché l’abitudine di avere “comunque una copia” è ancora molto diffusa!), i processi interni e il workflow documentale non solo non sono cambiati di una virgola rispetto a prima, ma in alcuni casi prevedono tempi più lunghi e un ulteriore carico burocratico!

Anche la terminologia è interessante: ritrovare il “libro firma” all’interno della “segreteria digitale” può essere forse rassicurante, un po’ come la custodia per il frustino, probabilmente presente nelle prime carrozze senza cavalli.

Fuor di metafora, sembra evidente a molti che per l’amministrazione, ed in particolare per l’amministrazione scolastica, sia necessario un forte rinnovamento, prima di tutto a livello legislativo, per poter dar corso ad una reale innovazione. Domandiamoci quale sia il senso nel replicare pedissequamente in digitale ogni singolo processo tipico dell’organizzazione cartacea!

Un piccolo esempio: ha ancora senso mantenere il  titolario associato al protocollo o forse quella struttura era pensata per un archivio cartaceo? Quanto è realmente utilizzato per le ricerche? A me ricorda Yahoo, con la sua Directory, chiusa nel 2014, un tempo il più importante sistema di ricerca su web. Ci pensarono AltaVista prima e, soprattutto, Google a cambiare il paradigma dei motori di ricerca!

Da questo punto di vista, tuttavia, sembra incoraggiante l’approccio del Commissario straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, Diego Piacentini: “dobbiamo iniziare a scrivere meno leggi e più software”.

Per concludere, torniamo alla didattica: pochi giorni fa Vittorio Campione titolava su Agenda Digitale Italiana: “La scuola digitale richiede modelli didattici innovativi e aperti”. Forse sarebbe il caso, a questo punto, di fermarsi un attimo e ragionare su quali siano tali modelli.

Il Piano Nazionale per la Scuola Digitale è nel pieno del secondo anno di esercizio, la formazione del personale procede a tappe forzate (anche se alla fine la percentuale del personale coinvolto risulterà comunque ridotta, come ha recentemente evidenziato la collega Silvia Mazzoni), i progetti PON “infrastrutturali” (LAN/WLAN e Ambienti) sono ormai giunti a conclusione pressoché ovunque.

Vi sono però ancora diversi bandi i cui progetti sono ancora in fase di valutazione e certo i tempi lunghi di questi procedimenti, pur essendo certamente giustificati dalla necessità di un esame approfondito dei progetti, non aiutano le scuole a programmare risorse e progettazione. Tanto più che, alla luce del recente avviso quadro PON, sono previsti ulteriori dieci avvisi a scadenze ravvicinate. Anche in questo caso, si potrebbero forse ipotizzare modalità organizzative diverse, tenendo conto dei vincoli imposti dalla natura dei finanziamenti comunitari?

Al di là delle inevitabili criticità, tuttavia, è fuori di dubbio che mai come in questi ultimi due anni si stia investendo sulla scuola (l’aggettivo digitale è superfluo), invertendo una tendenza pluriennale di tagli e scarsità di risorse.

Il dilemma che ci si pone davanti è dunque ancora più carico di implicazioni etiche e politiche: questi investimenti saranno davvero funzionali ad un rinnovamento del “sistema”?

A che serve avere copertura Wi-Fi in tutti gli ambienti scolastici se la didattica rimane legata a modalità e prassi basati sul paradigma precedente?

Non si tratta certo di inseguire l’ultima moda tecnologica, ma di comprendere e fare proprie le nuove istanze culturali del mondo digitale.

La scuola in realtà avrebbe già le infrastrutture di base necessarie: da un lato quella tecnologica, forse ancora non a punto perfettamente ma certamente migliorata negli ultimi tempi, dall’altro l’impostazione metodologica costituita dall’orientamento deciso verso la didattica per competenze, che ha in sé le potenzialità per condurre ad un cambiamento radicale nelle prassi, ancora troppo legate alla triade docente/classe/disciplina.

Come si fa però a parlare di didattica basata sulle competenze e procedere poi con il consueto modello “lezione – libro di testo – studio individuale/compiti a casa – compito in classe – interrogazione”?

E che senso ha una scuola “digitale” (sottintendendo che sia anche “innovativa”), se rimane costretta negli angusti confini di un’autonomia sempre più limitata?

L’OCSE ha pubblicato nel 2015 il documento “Schools for 21st-Century Learners” nel quale, tra l’altro, si indicano alcune idee per la creazione di ambienti di apprendimento innovativi. L’incipit del capitolo ci riporta al rapporto tra tecnologie e innovazione: “Innovation in education is not just a matter of putting more technology into more classrooms; it is about changing approaches to teaching”, proseguendo poi con alcuni suggerimenti  operativi (“regrouping teachers, regrouping learners, rescheduling learning, and changing pedagogical approaches”). Un esercizio interessante, sia per i policy maker sia per ogni operatore della scuola (ed in particolare per i dirigenti scolastici), è provare a leggere queste proposte e immagine quali e quante di esse siano oggi davvero praticabili nelle nostre scuole.

Il digitale non è innovativo di per sé, la metafora delle carrozze senza cavalli ce lo ricorda quotidianamente. Il problema, oggi, sembra essere trovare il coraggio per andare oltre.

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