Scuola, un piano triennale per uscire dall’emergenza: la proposta | Agenda Digitale

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Scuola, un piano triennale per uscire dall’emergenza: la proposta

Le polemiche sulla DaD lasciano il tempo che trovano. È il momento di pensare a recuperare il deficit di apprendimento che la pandemia ha determinato. Per farlo serve un piano di lungo periodo, che faciliti il recupero innanzitutto della dispersione, ma anche di partecipazione, motivazione, conoscenze e competenze

08 Apr 2021
Gino Roncaglia

docente di Editoria digitale e Informatica umanistica presso l’Università Roma Tre

Il ritorno alla didattica a distanza di emergenza in buona parte del paese ha riacceso polemiche, in verità abbastanza inutili, sulle ‘scuole chiuse’ e sull’efficacia (o la non efficacia) della didattica online.

Piuttosto che soffermarsi sulle polemiche, però, sarebbe il caso di capire come fare a recuperare il deficit di apprendimento che la didattica emergenziale ha inevitabilmente generato. Perché questo avvenga serve un piano organico e di lungo periodo, almeno triennale, che riesca a portare la scuola fuori dall’emergenza e a risolvere i problemi che la pandemia non ha fatto che accentuare – dalla dispersione scolastica alla partecipazione, ma non solo.

Le scuole non sono mai state “chiuse”

Prima di entrare nel vivo delle proposte inerenti a un possibile “piano triennale” per la scuola, è bene ricordare – anche per rispetto verso il personale docente e ATA, le famiglie, le studentesse e gli studenti impegnati in un lavoro non facile per far funzionare al meglio il dialogo didattico anche in questa difficile situazione – che le scuole non sono (e non sono mai state) chiuse, e che nell’ultimo anno tutto il lavoro didattico è stato emergenziale:

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  • quello in presenza, segnato dai vincoli del distanziamento, delle mascherine, di una organizzazione degli spazi e dei tempi orientata non già alle esigenze proprie della formazione e dell’apprendimento ma a quelle – comprensibili e condivisibili nel contesto dell’emergenza, ma certo non funzionali didatticamente – della limitazione dei contatti interpersonali e delle possibili occasioni di contagio;
  • quello a distanza, che ha inevitabilmente usato in forma sostitutiva strumenti digitali e di rete pensati per accompagnare l’interazione in presenza e non certo per rimpiazzarla, e che – in una situazione di continui stop and go determinati dalle specifiche situazioni locali – non è stato quasi mai possibile prevedere e progettare in maniera adeguata e si è basato quasi esclusivamente sulla metodologia della lezione frontale a distanza;
  • quello svolto in forma integrata, comunque caratterizzato da vincoli (come la proporzione fissa del 50% in presenza e del 50% a distanza, spesso anche all’interno della stessa classe) del tutto estranei a un rapporto funzionale fra attività in presenza e on-line.

È bene anche ricordare che il lavoro didattico è stato emergenziale non certo per scelte ideologiche ma per la necessità di ridurre per quanto possibile la diffusione del virus. La scuola è la nostra principale agenzia educativa: farla funzionare al meglio è un’assoluta priorità. Ma la scuola è anche parte della società: nel momento in cui si chiede al corpo sociale un sacrificio nel nome della sicurezza di tutte e di tutti, e in particolare dei più deboli, isolare la scuola in una bolla artificiale di pretesa intangibilità è non soltanto – come si è visto – poco realistico, ma anche poco educativo.

Come recuperare il deficit di apprendimento legato alla didattica emergenziale

Anziché continuare a discutere a vuoto di DAD e scuole chiuse, sarebbe necessario discutere piuttosto delle forme migliori per recuperare quel deficit di apprendimento che quest’anno di didattica emergenziale, in tutte le sue forme, ha indubbiamente determinato[1]. Un deficit che si manifesta innanzitutto nell’aumento preoccupante della dispersione scolastica, in particolare in alcune aree geografiche, ma che è spesso legato anche a un calo di motivazione e partecipazione e a un arretramento metodologico dovuto al prevalere, per i vincoli imposti dalla situazione, della didattica frontale e di una rigidità ancor maggiore del solito nelle barriere fra gruppi classe e fra discipline. Un deficit legato sicuramente anche alle troppe diseguaglianze in competenze, infrastrutture, tecnologie che questo anno di forte dipendenza dagli strumenti di rete ha non già creato (le diseguaglianze esistevano anche prima) ma certo fatto emergere in tutta la sua criticità.

Per recuperare questi deficit, la scuola ha bisogno di un piano organico e di lungo periodo, che accompagni fuori dall’emergenza e faciliti il recupero innanzitutto della dispersione, ma anche di partecipazione, motivazione, conoscenze e competenze. Un piano che:

  • tenga conto delle differenze geografiche e di percorso formativo, concentrando maggiori risorse e attenzione nei territori, negli ordini e nei gradi scolastici in questo periodo più svantaggiati; per farlo, occorrerà anche affrontare il tema del buon funzionamento e dei limiti della regionalizzazione del nostro sistema educativo: la pandemia ci ha mostrato chiaramente – in primo luogo in campo sanitario, ma anche in quello dell’istruzione – che dove la regionalizzazione non è accompagnata da un robusto coordinamento centrale, dove si trasforma in una perniciosa (e costosa) moltiplicazione di centri decisionali, di agenzie di servizi, di politiche spesso in contrasto fra loro e con quelle centrali, il rischio è quello di aumentare anziché ridurre inefficienze e diseguaglianze, di perdere anziché acquistare trasparenza, di disperdere anziché ottimizzare risorse ed energie;
  • porti a un uso non più emergenziale ma pienamente consapevole e metodologicamente accorto della didattica digitale integrata, avviando un piano straordinario di formazione dei docenti che integri l’aspetto tecnologico e quello metodologico (finora assai trascurato, come mostra il già ricordato prevalere assoluto – nelle esperienze di DAD e didattica digitale integrata fatte durante l’emergenza – del modello della lezione frontale a distanza);
  • promuova, anche attraverso adeguate previsioni all’interno del Fondo per il diritto allo studio, azioni specifiche per assicurare a tutti i livelli del nostro sistema formativo la disponibilità – tanto per studentesse e studenti quanto per docenti e istituzioni scolastiche – delle dotazioni strumentali e infrastrutturali necessarie per un uso inclusivo e di qualità del digitale e della rete all’interno dei processi didattici e di apprendimento;
  • avvii una riflessione su tipologie, caratteristiche ed efficacia dei contenuti di apprendimento, digitali e tradizionali, utilizzati dalle nostre istituzioni formative, promuovendo in particolare un’azione sistematica di produzione, raccolta e diffusione di risorse educative aperte (Open Educational Resources – OER) validate e di qualità, garantendo una formazione specifica sulle migliori modalità e metodologie per il loro riuso e coinvolgendo in questo lavoro, accanto alle istituzioni formative, anche i soggetti editoriali pubblici e privati attivi in questo campo;
  • favorisca azioni trasversali rispetto ai gruppi classe e alla didattica disciplinare, promuovendo – anche attraverso patti locali fra scuola e territorio, che accompagnino e bilancino la necessità già ricordata di un più forte coordinamento centrale – l’idea di una scuola più diffusamente presente nel tessuto sociale, che esprima la propria autonomia anche attraverso un dialogo capillare e diretto con il contesto professionale e culturale che la circonda;
  • costruisca con le famiglie un rapporto meno occasionale e non legato unicamente all’educazione dei figli ma anche al ruolo di presidio culturale territoriale che l’istituzione scolastica deve saper recuperare, attraverso l’organizzazione di lezioni aperte, gruppi di lettura e di discussione, iniziative di formazione permanente;
  • promuova – anche attraverso la creazione di un ufficio specifico all’interno del Ministero, finora assente – la crescita delle biblioteche scolastiche innovative e il loro ruolo come terzi spazi laboratoriali dedicati ad attività educative di supporto alla didattica e allo studio e di promozione della lettura, ad attività di documentazione e di formazione alla ricerca e all’uso delle fonti, ma anche (e si tratta di un compito ancora troppo spesso trascurato) ad attività finalizzate all’approfondimento degli interessi personali di studentesse e studenti, in dialogo con famiglie e territorio;
  • sfrutti l’occasione dell’uscita dall’emergenza per ripensare gli spazi scolastici, sostituendo alla deprimente uniformità delle classi del distanziamento una politica di differenziazione funzionale degli ambienti, che segni anche visivamente un allontanamento dall’epoca della centralità assoluta del gruppo classe e delle aule di classe;
  • favorisca un recupero di attenzione verso la cultura, in una prospettiva di maggiore integrazione fra culture umanistico-sociali e tecnico-scientifiche, attraverso misure come il rafforzamento della terza missione in ambito universitario, l’impegno diretto di agenzie di servizio pubblico come la RAI, la creazione di una carta di credito culturale e formativo;
  • estenda a tutta la fascia dai 14 ai 18 anni il bonus cultura finora limitato ai diciottenni, che – a quanto rivelano i dati ISTAT[2] – ha mostrato una notevole capacità di migliorare la propensione alla lettura e alla partecipazione culturale nel target specifico al quale è stato rivolto.

I benefici di un piano di lungo periodo

Un piano di largo respiro offrirebbe un contesto più efficace anche ad alcune delle misure di cui si è parlato per la prossima estate: non tanto l’allungamento di un paio di settimane della frequenza scolastica (previsione forse astrattamente utile ma che deve tener conto anche della stanchezza accumulata in una situazione che è stata e rimane assai faticosa per tutti, dal corpo docente a quello studentesco e al personale ATA), quanto l’ipotesi di tenere aperti gli istituti scolastici durante i mesi estivi per attività culturali integrative e non obbligatorie. Idea sicuramente interessante, anche in prospettiva, ma che senza un progetto di cornice e di più lungo periodo rischia di risultare velleitaria e occasionale, e di più difficile realizzazione proprio nelle aree e situazioni scolastiche più disagiate.

Conclusioni

Il piano straordinario di cui il nostro sistema formativo ha insomma bisogno innanzitutto di organicità, deve coprire un arco di tempo decisamente più lungo, dell’ordine dei tre o quattro anni, e deve farlo non attraverso un allungamento degli orari curricolari ma attraverso un’offerta integrativa e differenziata, mirata in primo luogo a stimolare la motivazione all’apprendimento.

Quello abbozzato qui sopra è un elenco certo parziale ma credo abbastanza rappresentativo del tipo di misure che potrebbero aiutare il nostro sistema formativo a uscire in positivo dall’emergenza COVID-19. Il nostro paese ha le forze e le competenze per farlo: ci sarà anche la necessaria capacità politica?

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Bibliografia

  1. Un bilancio articolato e largamente condivisibile è in Christian Raimo, Al di là dello schermo. Un anno di scuola d’emergenza, a distanza, sperimentale, in crisi, in «Slow News», https://www.slow-news.com/al-dl-la-dello-schermo-scuola-emergenza/.
  2. Cfr. Gino Roncaglia e Giovanni Solimine, La circolazione dei libri nel 2020: questioni aperte e ipotesi interpretative, in corso di pubblicazione su «AIB Studi» v. 61 n. 1, 2021.

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