la sperimentazione

Smartphone a scuola anche per educare contro le fake news

La scelta del Byod a scuola è per certi versi obbligata e apre allo stesso tempo a nuove opportunità didattiche. Ecco le prime considerazioni da una sperimentazione pluriennale relativa all’uso a fini didattici dei device personali degli studenti della scuola secondaria di secondo grado

20 Ott 2017
Fulvio Oscar Benussi

Docente di diritto ed economia, Liceo Carlo Tenca di Milano e socio AIDR

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E’ possibile usare con profitto lo smartphone a scuola, a supporto delle attività didattiche, ma ad alcune condizioni. Una sperimentazione pluriennale condotta ci ha permesso di scoprire sul campo i modi più congeniali. Per esempio, sviluppare un senso critico utile anche a riconoscere le fake news online.

Per comprendere appieno, è utile tuttavia una premessa.

La figura Lifelong and lifewide learning, illustra come le persone, a seconda della loro età, utilizzano il tempo di veglia a loro disposizione.

L’immagine, nel sito, evidenzia in arancione la percentuale di tempo, ore di veglia, che le persone in tutta la durata della loro vita trascorrono in ambienti di apprendimento scolastico, universitario e di formazione organizzata.

Le aree evidenziate in azzurro invece indicano il tempo residuo in cui i soggetti usufruiscono di occasioni di apprendimento in ambienti informali

L’immagine predisposta dal LIFE Center evidenzia come l’influsso della scuola sulla crescita della persona e sulla sua educazione sia condiviso, oltre che con le famiglie, con altri agenti formativi. Quindi la scuola da tempo non possiede il monopolio della formazione, bensì opera in un contesto educativo policentrico. L’avvento delle nuove tecnologie della conoscenza hanno “amplificato la concorrenza” e ancora di più la la scuola risulta essere: – agente formativo “tra gli altri” –

Un elemento problematico di tale novità, come è apparso con evidenza nel recente passato, è che l’apprendimento veicolato dalla Rete rischia di passare attraverso l’acquisizione di informazioni non corrette veicolate da fake news e bufale artatamente diffuse a fini propagandistici.

Per arginare il problema l’OCSE ha assunto la decisione di inserire nei test Ocse-Pisa un test specifico sulle competenze di pensiero critico.

Nel tempo le metafore utilizzate per “rendere conto” della progressiva diffusione dei device personali tra gli studenti hanno visto il passaggio da “scuola media assediata”, espressione usata quando i computer si diffusero nelle case degli studenti a “scuola media invasa” espressione utilizzata quando i cellulari prima e degli smartphone poi divennero una presenza costante all’interno della scuola.

Oggi, vista l’apertura del Miur ad un loro utilizzo nella didattica, una metafora evocativa della nuova situazione potrebbe essere quella di: “scuola media aumentata”.

E’ ragionevole ipotizzare che una “scuola media aumentata” potrebbe ottenere risultati di apprendimento da parte degli studenti che gli sarebbe difficile, se non impossibile, raggiungere utilizzando esclusivamente le risorse tecnologiche presenti attualmente negli istituti scolastici.

Sostanzialmente la scelta “Bring Your Own Device” è la scelta di: fare di necessità virtù. Infatti, visto che le risorse economiche disponibili per potenziare la dotazione di apparecchiature elettroniche nelle scuole di tutto il territorio nazionale sono scarse, una buona soluzione diventa quella di consentire, anzi incentivare, l’utilizzo a scuola dei device di proprietà degli alunni e degli studenti.

Ma: come utilizzare produttivamente i device a scuola?

Come segnala Alessandra Rucci nel suo articolo Smartphone a scuola, ecco cosa gli “apocalittici” non capiscono  con riferimento ai device a scuola segnala che essi: […] sono strumenti del “fare”, servono a fare ricerche, condividere documenti, rispondere a quiz istantanei, si comportano come sensori e molto altro ancora. La didattica per l’apprendimento di competenze infatti non si riduce alla trasmissione di saperi, ma ne promuove l’applicazione in contesti di realtà o che simulano la realtà.

Con alcune classi del primo biennio della scuola secondaria di secondo grado da vari anni conduciamo una sperimentazione relativa all’uso a fini didattici dei device personali degli studenti. Le prime considerazioni che proponiamo riguardano la possibilità di utilizzare a scuola quiz istantanei. Tale utilizzo è stata sperimentato per ottenere un feedback immediato della comprensione di lezioni frontali svolte in classe. Il feedback veniva ottenuto tramite test a risposta multipla proposti utilizzando un servizio Internet gratuito e i cui esiti venivano visualizzati in tempo reale sulla LIM.

Le risposte inviate in modo pressoché immediato dagli studenti mediante i loro smartphone, sul sito internet che offriva il servizio, generavano dei grafici a barre che restituivano un’evidenza visiva immediata dell’efficacia raggiunta con la spiegazione. Questa sperimentazione ci ha fatto capire che utilizzare un tale metodo per ottenere feedback da una classe che mediamente è formata da un numero di studenti generalmente compreso tra i 20 e i 30 ragazzi semplicemente non ha senso. Riteniamo infatti più utile, oltre che per l’esito informativo ottenuto anche per il rafforzamento della relazione insegnante-studenti, procedere come tradizionalmente si è sempre fatto. Diverso è stato il giudizio che abbiamo dato di questo modo di procedere nel caso di lezioni-conferenze tenute in aula magna alla presenza di un numero di studenti compreso tra i 100 e i 200 ragazzi. In questo caso abbiamo avuto modo di apprezzare l’efficacia dello strumento per ottenere un feedback immediato e condiviso dell’attività in svolgimento.

Un secondo e più importante filone di ricerca prevedeva il libero utilizzo degli smartphone per proporre a studenti, suddivisi in piccoli gruppi di lavoro, attività di literacy di articoli giornalistici relativi alle discipline insegnate in quelle classi (l’insegnamento impartito era relativo alle discipline di diritto e di economia). I ragazzi, da molti definiti “nativi digitali”, hanno dimostrato una scarsa dimestichezza ad un utilizzo mediato dall’uso di tali strumenti quando abbia come scopo l’apprendimento di competenze di literacy. A fronte delle difficoltà e degli errori commessi in questa tipologia di attività formativa nella successiva fase di meta riflessione sulle strategie seguite nello svolgimento del compito abbiamo predisposto in modo socializzato una procedura per svolgere efficacemente consegne di questo tipo (vedi figura).

Durante le riflessioni successive alle varie attività di literacy proposte abbiamo dovuto sempre ricordare l’importanza di utilizzare gli esiti delle ricerche terminologiche su Internet solo a patto che provenissero da siti attendibili. Abbiamo anche dovuto regolarmente rimarcare che per svolgere l’attività era innanzitutto necessario svolgere con grande attenzione la fase di problem finding (e ciò per ognuna delle domande presenti nella consegna) affinché rispondendo non si rischiasse di andare inconsapevolmente fuori tema. Infine, abbiamo dovuto insistere ripetutamente sull’importanza di tenere conto della collocazione della parola nella discorso considerato, ciò al fine di poter individuare il reale significato della parola nel preciso contesto in cui era inserita evitando così di effettuare una mera ricopiatura acritica del significato reperito su Internet.

Un ultimo utilizzo dei device personali degli studenti che abbiamo avuto modo di sperimentare ha riguardato una proposta di lavoro da svolgere durante la pausa estiva. Il compito che i ragazzi, da soli o in piccoli gruppi, dovevano svolgere era relativo alla realizzazione di un breve video che illustrasse un articolo della Costituzione. In questo caso il risultato è stato, nella maggioranza dei casi, molto soddisfacente. I ragazzi hanno realizzato lo storyboard e successivamente il video in completa autonomia e hanno realizzato prodotti ricchi di spunti e utili all’obiettivo di apprendimento disciplinare sotteso (approfondimento della Costituzione).

In chiusura vogliamo segnalare un problema che viene ad aggiungersi a quello spesso segnalato e relativo a utilizzi impropri dello strumento durante le attività didattiche (attivazione di social network2, ecc,). Ci riferiamo qui all’utilizzo del device durante l’intervallo da parte dei ragazzi che in questo modo perdono l’opportunità di relazionarsi con i compagni e tendono invece ad estraniarsi. In questo caso la strategia che abbiamo seguito è stata quella di “obbligare” tutti gli studenti a uscire dalla classe durante l’intervallo e ciò nella speranza che il dover lasciare le “propria nicchia di isolamento tecnologico” li portasse a una maggiore disponibilità a socializzare, senza esprimere alcuna esortazione a essere disponibile coi compagni.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

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