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istruzione

Smartphone a scuola, come aiuta la didattica: gli esempi concreti

di Alfonso D’Ambrosio, docente di Matematica e fisica, IIS Cattaneo Mattei

02 Ott 2017

2 ottobre 2017

Non è vietandolo che risolviamo la questione smartphone a scuola. Occorrono nuove forme di utilizzo di questo dispositivo, ma soprattutto una sensibilità e consapevolezza didattica. Ecco qualche idea pratica

Utilizzare lo smartphone in maniera efficace significa ripensare i tempi e gli spazi della lezione, significa ragionare, in termini pedagogici, sul ruolo della tecnologia portatile. Utilizzare lo smartphone in classe significa pensare ad attività didattiche che prevedono la condivisione di informazioni, l’analisi dei dati, significa lasciare spazio alla creatività e all’ingegno.

Si parla di smartphone a scuola ormai da dieci anni, ma raramente si discute su quale sia o possa essere il suo valore educativo.

Cosa serve alla didattica? Come lo smartphone può diventare efficace in classe?

Sono domande che un docente deve porsi. E quindi ha senso discuterne sempre e comunque.

Durante le mie formazioni (proprio sul Byod, Bring your own device) incontro tanti docenti e mi capita di sentire spesso affermazioni del tipo: parlate di robotica educativa, di mondi virtuali a scuola, di digitale, ma in molte delle nostre aule non abbiamo neppure la Lim e l’aula di informatica è obsoleta, la scuola ha problemi più importanti che discutere di smartphone sì o no.

Affermazioni del genere non hanno luoghi e tempo, accade da nord a sud.

Non vi parlerò di normativa, ma vi dirò perché utilizzo lo smartphone nelle mie attività curricolari (insegno matematica e fisica in un liceo in provincia di Padova).

Cinque anni fa mi capitò di insegnare in una scuola che aveva le aule con finestre rivolte sulla strada. Era una frustrazione unica avere le finestre chiuse, perché anche il passaggio di un’auto si faceva sentire. La situazione si esasperò quando iniziarono dei lavori di rifacimento del manto stradale: quanto rumore!

Rumore? Volume? “Prof quanti decibel saranno questi rumori?”. “Cosa dice la normativa sull’inquinamento acustico?”. “E se ci allontanassimo di qualche metro quanti decibel in meno percepiremmo?”.

Vi confesso che erano domande troppo affascinanti per un fisico curioso come me e se poste da studenti, come educatore, avevo il dovere di rispondere.

Fu da quel giorno che iniziai a guardare lo smartphone con occhi diversi.

Ricordo che mi svegliavo la mattina presto, mi dotavo di 2/3 smartphone, di qualche pannello di plexiglass, alcune cannucce e bicchieri di acqua. Cosa facevo? Avevo notato che erano uscite delle App che permettevano di accedere alla lettura dei tanti sensori presenti nello smartphone e di fornire dati sul volume percepito (microfono), frequenze, campo magnetico (di solito utilizzato per il GPS), accelerometro (per i giochi ad esempio).

Avevo trovato anche l’app che permetteva di misurare i decibel all’interno di una stanza.

Sapevo cosa cercare, la motivazione era nata da quei rumori di rifacimento del manto stradale.

Ne nacque un lavoro sull’acustica con smartphone che pubblicai anni dopo e che oggi è presente online sulla rivista dell’ITS CNR di Genova [1].

Mi si aprì un mondo nuovo.

Utilizzavo già lo smartphone con i miei studenti, solitamente per fare qualche ricerca veloce in rete, per realizzare dei gruppi classe (10 anni fa si utilizzavano i forum), ma niente che non potesse essere fatto anche con un pc!

Avevo trovato, invece, qualcosa che rendeva lo smartphone unico nel suo genere, uno strumento che tra le sue peculiarità permette non solo di telefonare ma di aprire una finestra sul mondo grazie ai suoi sensori.

Sembravo un bambino insieme ai miei alunni.  Ferro, plastica e un’auto assumevano un significato diverso.

Cosa accade alle accelerazioni registrate da uno smartphone sopra una macchinina che urta contro un muro? E se metto degli airbag davanti alla macchinina prima dell’urto o uso materiali diversi?

Come cambia la percezione sonora utilizzando materiali fonoassorbenti?

Lo smartphone risponde a tutte queste domande, analizzando suoni, rotazioni, campi magnetici, temperature.

Lo smartphone è diventato così uno strumento che ci ha fornito e ci fornisce nuovi occhi [2, 3].

Alcuni studenti lo hanno messo dentro la ruota del loro motorino, altri hanno osservato gli insetti del parco cittadino, altri hanno rilevato la radioattività vicino alle discariche di rifiuti [4] o rilevato le “onde gravitazionali” [5].

Con lo smartphone la mia didattica ha guardato sempre più al processo di apprendimento che al suo prodotto.

Se lo smartphone diventa un laboratorio scientifico nelle tasche dei nostri studenti, è nel processo di condivisione, elaborazione dati, analisi e diffusione che ha ancora tanto da dire.

Lo smartphone è una finestra sul Web, permette di accedere ad una serie di informazioni utili per una discussione di filosofia o di arte (Carneade, chi era costui?). Consente di condividere testi ed immagini all’interno di una classe virtuale. Permette di realizzare App inclusive per la disabilità o di interesse civico. Permette di portare la Scuola fuori dalle quattro mura e di racchiudere in una “nuvola” sogni e desideri, conoscenze e competenze!

Già la Scuola fuori le mura…perché un rischio nell’utilizzare lo smartphone c’è: il rischio è quello di cambiare la nostra didattica, ripensando spazi e tempi.

Lo smartphone che fornisce dati ambientali (temperatura, velocità del vento, campo magnetico, radioattività) o che analizza dati ambientali (da microcontrollori quali l’italiano Arduino o i board desktop quali Raspberry), porta necessariamente lo spazio-scuola nei nostri parchi, nelle case, abbracciando a spirale il territorio.

Oggi utilizzo lo smartphone, con i miei studenti, per realizzare dei synth, “entità artificiali” che conducono esperienze scientifiche fornendo dati al suono della nostra voce. Lo smartphone, ancora una volta, diventa strumento già nelle nostre tasche, che permette di sintetizzare ed analizzare voci, di interfacciarsi con gli oggetti, dotandoli di nuovi significati (Internet of Things).

È nelle scuole di periferia che lo smartphone si sostituisce alle Lim mancanti e alle tecnologie assenti, diventando un ambiente di apprendimento.

Mi piace guardare i passanti che nelle strade hanno lo sguardo rivolto verso il loro smartphone dimenticando di guardare cosa accade intorno (non a caso hanno creato dei semafori a terra), vedo talvolta delle auto che procedono invadendo leggermente la carreggiata perché i guidatori sono distratti a scrivere qualcosa su un social, dal mio barbiere tanti adulti sono presi nelle chat di messaggistica e dimenticano che hanno delle persone reali di fronte.

Quanto pesano per la nostra anima questi 120 grammi?

Mi affascina capire in che modo lo smartphone ha cambiato o come sta cambiando la nostra vita, fatta da relazioni che sono molto diverse da quelle di 20 anni fa.

Non è quindi vietandolo che risolviamo la questione smartphone a scuola.

Occorre ripensare a nuove forme di utilizzo di questo dispositivo, ma soprattutto ad una sensibilità e consapevolezza didattica. Occorre sempre educare al suo utilizzo e progettare attività didattiche che lo includono in maniera significativa.

Non ho una soluzione assoluta, ma ho trovato la mia soluzione includendolo nelle mie lezioni come risorsa integrante. Gli studenti sono persino più felici se sanno che il loro prof utilizza il loro smartphone per guardare le stelle (ponendo un teleobiettivo davanti alla fotocamera).

La Scienza con lo smartphone diventa multidisciplinare e supera i suoi confini intrecciandosi con altri ambiti disciplinari: dai synth alla coscienza artificiale, dai sensori al riscaldamento globale [6], dai gruppi di classe virtuale al cyberbullismo, dai bot alla condivisione del sapere.

Persino i rischi della dipendenza (addiction) da social sullo smartphone, possono trasformarsi in opportunità, per ridiscutere il nostro concetto di umanità.

Diamo nuovi occhiali ai nostri studenti per vedere lo smartphone non solo come prolungamento di sé stessi ma anche come uno strumento intrinseco a sé stesso per ridimensionare ma non negare le sue funzioni e per far capire che siamo noi a decidere come e cosa vogliamo fargli fare.

Mi piace concludere con le Indicazioni Nazionali per il curricolo dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del 2012:

Le relazioni fra il microcosmo personale e il macrocosmo dell’umanità e del pianeta oggi devono essere intese in un duplice senso. Da un lato tutto ciò che accade nel mondo influenza la vita di ogni persona; dall’altro, ogni persona tiene nelle sue stesse mani una responsabilità unica e singolare nei confronti del futuro dell’umanità.  

La scuola può e deve educare a questa consapevolezza e a questa responsabilità i bambini e gli adolescenti, in tutte le fasi della loro formazione. A questo scopo si deve comprendere che il bisogno di conoscenze degli studenti non si soddisfa con il semplice accumulo di tante informazioni in vari campi, ma solo con il pieno dominio dei singoli ambiti disciplinari e, contemporaneamente, con l’elaborazione delle loro molteplici connessioni. È quindi decisiva una nuova alleanza fra scienza, storia, discipline umanistiche, arti e tecnologia, in grado di delineare la prospettiva di un nuovo umanesimo.

 

 

 

Bibliografia
[1] http://ijet.itd.cnr.it/article/view/819
[2] https://www.youtube.com/watch?v=vcNOoJlIpxY&t=36s
[3] http://www.rivistabricks.it/wp-content/uploads/2017/08/02-DAmbrosio.pdf
[4] http://www.ilgazzettino.it/pay/padova_pay/istituto_kennedy_un_telefonino_si_misura_la_radioattivita-1028913.html
[5] http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-teoria-della-relativita-verificata-dal-cellulare/
[6] http://www.lafucinadellescienze.it/wordpress/archives/3981

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