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La proposta

Software libero, grande assente nel Piano Nazionale Scuola Digitale

Privilegiare il software libero nella Pubblica Amministrazione è da anni un obbligo del Codice dell’Amministrazione Digitale, ma è spesso eluso. Però il contesto della scuola è particolare, rende più stringente l’obbligo. Ecco perché e come rimediare

28 Apr 2017

Nello Iacono, Stati Generali dell'Innovazione

Open data Toscana

Nei corsi per Dirigenti Scolastici che ho tenuto nei mesi scorsi, ho provato a capire lo stato della diffusione del software libero nelle scuole dal punto di vista della percezione, della conoscenza e delle difficoltà incontrate.

E questo perché (come evidenziano molti blog di animatori digitali) il software libero è uno degli assenti chiave del Piano Nazionale Scuola Digitale, dove c’è la giusta enfasi per i dati aperti e per le OER (Open Educational Resources), con azioni dedicate.

Le risposte si sono collocate su sponde estreme:

  • da un lato chi ha scelto l’approccio al software libero, e lo ha adottato sia in area amministrativa (sistema operativo, sito web, applicazioni gestionali, produttività individuale) sia in area didattica, affrontando e superando le resistenze del personale senza particolari problemi;
  • dall’altro, chi non ha pensato alla possibilità di scegliere o ha ritenuto di non disporre di competenze e risorse adeguate per un percorso di questo genere.

Non ho riscontrato situazioni di progetti non andati a buon fine. Per avviare un progetto, però, la competenza è sempre requisito necessario, in mancanza, anche, di un supporto esterno (Ufficio Scolastico Regionale o Miur) e di un indirizzo chiaro nazionale.

L’approccio al software libero non viene sostenuto abbastanza, nonostante la dipendenza dai fornitori, legata a competenze digitali spesso poco diffuse nella dirigenza scolastica e amministrativa, faccia sì che le scelte sulla digitalizzazione amministrativa siano compiute in un contesto di scarsa capacità di azione.

Privilegiare il software libero nella Pubblica Amministrazione è da anni un obbligo del Codice dell’Amministrazione Digitale, non sempre rispettato, spesso eluso.

Ma il contesto della scuola è particolare, rende più stringente l’obbligo.

Non solo perché le scuole sono tante, con poche risorse, e il livello di negoziazione nei confronti dei fornitori è da sempre molto basso.

Non solo perché così i dati delle scuole spesso risiedono in cloud pubblici, in data center privati (e di cui non sempre è nota alle scuole la politica di disaster recovery).

Non solo perché così i requisiti dei processi amministrativi sono definiti dai prodotti.

Non solo. Ma perché il software libero rappresenta un approccio alla conoscenza, da insegnare. Con le parole di Stallmann: “La scuola ha una missione sociale: insegnare a chi studia a diventare cittadino di una società forte, capace, indipendente, collaborativa e libera. Dovrebbe promuovere l’uso del software libero così come promuove la protezione dell’ambiente, o il diritto di voto. Se la scuola insegna l’uso del software libero, potrà sfornare cittadini pronti a vivere in una società digitale libera. Ciò aiuterà la società nel suo insieme a evitare di essere dominata dalle multinazionali”.

Un approccio alla conoscenza che promuove il lavoro collaborativo, l’essere proattivo, e quindi il pensiero critico.

Riprendendo una delle proposte avanzate per la Buona Scuola (e che non hanno avuto, fin qui, adeguato recepimento): “La conoscenza e l’uso del sw libero (ad es. LibreOffice per la produzione di documenti e di Scratch per il coding) non solo rende i ragazzi consapevoli degli strumenti usati ma fa capire loro il valore della conoscenza condivisa e della collaborazione. Usare sw libero significa far conoscere i meccanismi di funzionamento delle community, insieme alle opportunità (e ai rischi) della Rete”. E ancora “L’uso di formati aperti introduce concetti importanti per la cittadinanza digitale quali la trasparenza e la possibilità per tutti di accesso ai documenti illimitato nel tempo. Per queste ragioni e molte altre le scuole dovrebbero scegliere software libero, potendo reinvestire le risorse risparmiate nell’acquisto di licenze in connettività e hardware. Crescere i ragazzi a pane e software libero, in una scuola dove non vi sia il monopolio delle idee, significa dar loro la possibilità di scegliere e non essere scelti.”

In ciascuna scuola si riparta da qui: dal tema non eludibile dell’insegnare a collaborare, in un mondo in cui sempre più la capacità di condividere e co-realizzare diventa una delle competenze chiave. E il primo passo della conoscenza di una community in rete sia anche una semplice installazione di un word processor open source. Imparando da chi questa esperienza l’ha già fatta.

Ma il Miur, presto, giochi un ruolo attivo sul software libero, anche per sostenere le scuole in una corretta e sostenibile digitalizzazione. L’approccio alla “Openness”, necessario, richiede un passo avanti anche su questo fronte.

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