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Traslocare gli studenti su un’aula virtuale: l’esperienza

Come accompagnare gli studenti in una piattaforma di apprendimento, Learning management System. Ecco cosa ha imparato una docente, animatrice digitale. Per una didattica innovativa

12 Gen 2018

Tante le cose fatte, ma anche alcune aree da migliorare.

Nel primo episodio della quarta stagione di “Black mirror” un geniale inventore di videogame crea un gioco ad accesso esclusivo, ispirato a Star Trek. Goffo e remissivo nella noiosa vita reale, il protagonista si costruisce un’identità saggia e coraggiosa come comandante di una nave spaziale, che vaga nello spazio alla ricerca di avventure. Dopo aver rubato il dna dei colleghi d’ufficio meno amichevoli, li clona con una speciale stampante, per farli diventare i membri del suo equipaggio. I duplicati digitali si ritrovano così in un ambiente straniante, frutto della fantasia moralista e sociopatica del creatore: sono privati della loro identità sessuale, nonché di qualsiasi possibilità di ribellarsi alle crudeli volontà del comandante.

Il tema della doppia identità, quella reale e quella digitale, è uno degli snodi fondamentali della didattica, che voglia armonizzare e integrare strumenti e ambienti digitali ed è anche uno dei punti caldi del Pnsd, che dedica al tema degli ambienti aumentati e del profilo digitale ben quattro azioni (#4, #8, #9, #10). Confusi dalla obsoleta etichetta di “nativi digitali” e poi affascinati dalle potenzialità carismatiche degli ambienti di apprendimento virtuali, i docenti si sono trovati a dover condurre da soli i loro studenti dall’aula fisica alla piattaforma online. Insomma, come guidare un Tir avendo solo la patente B.

Che cosa succede quando si propone ad una intera classe di traslocare in un luogo ancora misterioso e vuoto, come la navicella spaziale abitata da cloni, e di popolarla di oggetti, di pensieri, di domande, di immagini? Come facciamo a trasferire i nostri studenti, senza che perdano la loro identità o ne acquisiscano una completamente diversa?

Dopo aver frequentato (e creato) da docente e formatrice diversi ambienti della rete per la condivisione di risorse, per la pubblicazione di materiali, per la comunicazione online, ho scelto per i miei studenti una piattaforma con accesso esclusivo, che supportasse quello che gli americani (più esperti di noi, se non altro perché ci stanno dentro da vent’anni) chiamano Learning management System. Se non fosse che è digitale, il nuovo ambiente non dovrebbe poi richiedere competenze così diverse da quelle necessarie a scuola. Anche la classe è un sistema, che i docenti devono gestire globalmente in tutti i suoi aspetti: dalle relazioni interpersonali all’apprendimento, dalla valutazione alla gestione dei materiali, dalla personalizzazione dei percorsi al rispetto delle consegne e delle regole di convivenza civile. E lo dico, per dire che se sappiamo fare questo, non ci spaventi farlo in una piattaforma online. Ma qualcosa cambia, la vita oltre lo schermo non è esattamente la stessa che vediamo scorrere tra i banchi o dopo il suono della campanella. La forma è sostanza.

La scelta della piattaforma è stata ponderata e valutata nel tempo, frutto di ciò che ho imparato guardando come i ragazzi usavano lo spazio alieno, rispetto all’aula. Prima di atterrare lì, ho sperimentato il blog, la pagina Wiki e perfino Facebook, quando nessuno pensava di poter fare attività didattica online e ad accesso controllato (parliamo di dieci anni fa ormai…). Mi sentivo una nerd, in attesa di essere scoperta e denunciata alle pubbliche autorità per abuso di didattica sperimentale.

Ho sempre cercato almeno tre caratteristiche per lo spazio online da condividere con gli studenti: un accesso semplice e controllato, spazi collaborativi con strumenti ben integrati tra loro, la possibilità di monitorare ogni singulto digitale per valutarlo.

Lavorando con studenti minorenni (come la maggior parte dei docenti, d’altronde), sono sempre stata attenta alla normativa di accesso. Sappiamo tutti ormai che ci vogliono tredici anni anche per avere un’email personale e quasi tutti i social (dal 2016 anche WhatsApp, che chiedeva come età minima sedici anni) si sono allineati. Sono aspetti che non vanno trascurati, soprattutto se vogliamo dare il buon esempio e ispirare legalità e spirito di condivisione ad alunni e colleghi.

In ogni caso, vi consiglio di chiedere tutte le necessarie autorizzazioni ai genitori (ingresso e iscrizione alla piattaforma, pubblicazione di audio e di video, condivisione dati), per poter creare gli accessi e monitorare gli ingressi, senza troppi intoppi burocratici.

Così come si prepara un’aula a settembre prima che l’anno scolastico cominci, pronta ad ospitare nuove attività e nuovi studenti, diversi e cresciuti ogni anno che passa, pure la nostra aula virtuale in piattaforma ha bisogno di presentarsi gradevole e accogliente (anche se l’inaugurazione fosse a marzo): si scelgono delle foto da pubblicare nel profilo della classe, preselezionate da siti dedicati oppure nostre personali produzioni, e si crea un messaggio di benvenuto, che suoni più come un’arpa celestiale, che non come un Achtung! in alto tedesco antico.

Uno dei punti di forza della comunicazione online con gli studenti è che dobbiamo dosare le parole: scrivere poco e senza retorica. In classe, talvolta, le nostre chiacchiere e la prosopopea che segue diventano insostenibili per un bambino o un adolescente. Le vediamo scivolare lentamente sul pavimento, dove rimarranno il tempo del calpestio delle loro sneakers.

L’obsolescenza invece non è una caratteristica della rete, anzi: tutto rimane lì e per sempre. Per questo la nostra essenzialità servirà di esempio anche ai ragazzi. Non è nelle comunicazioni di servizio della chat di classe, dentro l’agorà digitale che allestiamo per loro, che impareranno a elaborare testi o saggi (per quello ci sono altri strumenti), ma servirà lo stesso. È invece molto importante che scelgano le parole e che non ne usino troppe, quando potrebbero usarne meno ed essere più precisi.

I primi passaggi che gli studenti dovranno affrontare sono la creazione di un proprio profilo, se la piattaforma che avete scelto lo prevede, e un saluto ai compagni e ai docenti: deve essere la loro personale risposta al messaggio di benvenuto, come farebbero se incontrassero docenti e compagni fuori da scuola (qui è impossibile far finta di non vederli, il digitale è una spia implacabile).  Di solito bisogna attendere qualche settimana, prima che anche l’ultimo studente completi questi semplici passaggi, compaia sullo schermo e ce ne dia notizia, che tutti festeggeremo senza farlo sentire troppo in colpa.

Si deve avere un po’ di pazienza: è un nuovo inizio e come tutti gli inizi, ha i suoi tempi. Tempi che però voi dovete comunque recintare, per evitare che l’ingresso in piattaforma sia vissuto come un evento accessorio della vita scolastica e non come un nuovo ufficiale accesso ad un luogo di apprendimento.

La piattaforma non è un’astronave con un capitano sadico, ma ad alcuni membri dell’equipaggio potrebbe sembrarlo. Se qualche studente tarda ad entrare, il mio consiglio è sollecitarlo con dolcezza, ma senza lasciare spazi di fuga. Utilizzate i messaggi in piattaforma, ma rigorosamente privati, per evitare il pubblico rimprovero che farebbe ottenere l’effetto contrario: rifiuto della novità e vergogna. Niente sarcasmo, come cantavano i Pink Floyd. Ormai è chiaro che gli studenti utilizzano i dispositivi e il web solo e rigorosamente per ciò, che è di loro esclusivo interesse, se non vengono stimolati a farlo per altri motivi. Se stanno cominciando ora ad usare la rete per imparare, la piattaforma non è ancora un buon motivo, noi siamo sempre docenti e questa è sempre la scuola, quindi non aspettiamoci immotivato entusiasmo e cotillon.

Aspettiamoci invece che qualcuno, che in classe sembrava riservato e quasi assente, si accenda improvvisamente come un petardo a Capodanno; che qualcun altro si sporga con un semplice e timido affaccio; che un altro scriva qualche commento di curiosità e anche qualche critica, che raccoglieremo per quello che, spesso, vuole dirci: “Non mi sento sicuro, anche se pensi che io invece io lo sia, e ho paura di fare figuracce davanti ai compagni: per questo dico che questa roba non mi piace. Così se sbaglio la colpa è tua, che mi hai costretto a fare una cosa nuova, invece delle solite lezioni, durante le quali dormivo o mi facevo i fatti miei”.

La piattaforma è una grande maestra anche per noi docenti. Alcune dinamiche come queste descritte, i docenti possono controllarle quasi meglio in piattaforma; ci danno l’occasione di riflettere su come gestire analoghe relazioni in classe. Se solo riuscissimo a rendere fluido il passaggio dall’una all’altra, ci accorgeremmo di quanto i due ambienti integrati possano reciprocamente alimentare comportamenti virtuosi, non solo virtuali.

Un prof digitale è h24”. Lo scrissi sul mio blog tanti anni fa e lo penso ancora. Quello che mi sento di dire è che è bene mettere un limite alla frequentazione oraria della piattaforma. Mi è capitato di gioire, scoprendo che alcuni miei alunni erano collegati anche a tarda sera, per guardare un video e finire un compito, ma mi sono resa conto subito che era più importante che sapessero porsi un limite, anche in quello. E siamo noi a doverlo dare e controllare anche che lo rispettino. Nella mia classe virtuale oltre le 22.00 non rispondo più a nessuno e invito la classe a fare lo stesso. La piattaforma che uso ha la sua  app, quindi sia io che i miei studenti riceviamo le notifiche sullo smartphone o il tablet ogni volta che qualcuno pubblica qualcosa. C’è una netiquette e un galateo che vanno recuperati, davvero. La rete fagocita noi adulti, pensiamo che cosa può provocare ad un ragazzo ancora in crescita, magari con qualche difficoltà nell’autoregolazione dei comportamenti. In base all’età e alla classe, stabilite voi il limite, basta che ci sia. Messi i paletti al tempo in cui non ci siete, dovete però esserci veramente nel tempo legittimo. Rispondete sempre, velocemente e in modo sintetico, soprattutto alle richieste di aiuto, e fate sapere agli alunni che voi ci siete e che li state comunque osservando e seguendo. La sindrome del sito abbandonato è pericolosissima: se volete che funzioni, dovete stare sul pezzo.

Una volta che tutti sono dentro, si comincia. L’inizio è fondamentale. Dovete dare il ritmo, è compito del docente, e far capire che siamo tutti lì perché c’è qualcosa per cui vale la pena spendersi. La risorsa più preziosa nostra e dei nostri ragazzi è il tempo. Stiamo chiedendo loro di dedicare più tempo allo studio, alla scuola, ai compiti: anche se è suonata la campanella e sono a casa, in camera mia, la prof.ssa può continuare a parlare con me e io a lei. Lo stiamo chiedendo a tutti, anche a quelli che se la sarebbero cavata stiracchiando il libro e copiando sul quaderno gli esercizi fatti dal compagno di turno, anche e soprattutto a quelli che non riescono a seguire le spiegazioni, troppo lunghe, monodirezionali.

Il digitale non perdona: c’è un timer che segna il minuto e il secondo, in cui il tuo studente ha pubblicato il lavoro chiesto, c’è un sistema che registra tutte le volte che si collega e per quanti minuti è rimasto inchiodato al video, che abbiamo preparato per lui; se scrive una cosa e ne fa un’altra lo leggono tutti, rimane una traccia, una impronta di ciò che è accaduto.  Ne deve valere la pena e il monito vale anche per noi.

Preparate un’attività capovolta, una esperienza di apprendimento avvincente e motivante, non banale e sfidante, collaborativa, che non duri più di due o tre settimane: pensate bene le istruzioni, le scadenze, scrivetele chiaramente nello spazio online, parlatene in classe. Raccogliete commenti e domande in piattaforma, rispondete, organizzate e pubblicate materiali, chiedete la loro collaborazione (anche tecnica, se serve), parlatene in classe. Fate esempi, mostrate immagini e mi raccomando dichiarate subito come sarà valutata e che potranno autovalutarsi, esprimete frasi di incoraggiamento, parlatene in classe, riparlatene in classe, quella reale e quella virtuale. Partiti. Che la forza sia con voi.

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