Una scuola "incartata": perché l’editoria scolastica non abbraccia il digitale? | Agenda Digitale

la riflessione

Una scuola “incartata”: perché l’editoria scolastica non abbraccia il digitale?

Anche l’editoria scolastica e per la scuola deve maturare il coraggio di investire sul terreno di una costruttiva innovazione, in chiave digitale, dell’agire didattico. Perché questo non avviene e perché è un problema in più tra quelli che la scuola deve risolvere

01 Apr 2021
Roberto Maragliano

docente di Tecnologie dell'Istruzione e dell'Apprendimento, Università Roma Tre

Negli ultimi tempi sono usciti due libri importanti di argomento scolastico.

Importanti e utili non solo per gli addetti ai lavori ma anche per chi legittimamente si ponga, in sede politica o culturale e comunque esistenziale, interrogativi di portata ampia sull’esperienza di scuola, propria e altrui.

Oltre all’importanza dei contenuti dei due testi, che andremo ad approfondire, un aspetto altrettanto indicativo è il “formato” di queste due pubblicazioni, entrambe uscite solo in edizione cartacea. Potrebbe sembrare un aspetto di secondo piano – soprattutto in questo momento storico così complesso anche e soprattutto per la scuola – ma non è così e voglio provare a spiegare perché.

Una riflessione dal di dentro (anzi, due) sul sistema scolastico nazionale

Partiamo però dai due testi, che sono molto differenti per impianto, stile, articolazione delle tematiche, ma non per l’intento, cui ugualmente rispondono, di ampliare e approfondire i modi e i contenuti del confronto pubblico sull’istruzione, alla luce anche della crisi che stiamo vivendo con la pandemia: una realtà che, per un verso, non sembra avere influito su buona parte della composizione delle due opere di cui intendo dire qui anche se, per un altro, ne ha segnato la redazione e l’allestimento definitivi, nonché, come vedremo, le strategie di promozione, e che, certamente, determina la ricezione e la discussione che se ne fa oggi.

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Il primo, Liberare la scuola. Vent’anni di scuole autonome, a cura di Marco Campione e Emanuele Contu, è uscito nello scorso giugno per Il Mulino, Bologna. Il secondo, di Franco De Anna, Di scuola si soffre. Memorie di un ispettore scolastico, con prefazione di Alberto Alberti, compare adesso, fresco di stampa (febbraio 2021), per le Edizioni Conoscenza, di Roma.

Basterebbero i soli titoli a mostrare quanto diversi siano i temi e i percorsi seguiti, anche se inevitabilmente, a chi voglia leggerli in parallelo, non sfuggiranno echi, convergenze e divergenze tra i due testi.

I primi, cioè le comuni risonanze, hanno a che fare soprattutto con l’esigenza di aiutare a riflettere sul sistema d’istruzione nazionale così come è praticato e vissuto dal di dentro, soprattutto da quando è venuta a tramontare l’idea che, per farne un agente attivo di eguaglianza, fosse possibile provvedere a modificarne l’impianto complessivo attraverso un atto politico generale, ‘dall’alto’, e, di conseguenza, si è intrapresa la via dell’innovazione molecolare, ‘dal basso’. Se volessimo datare quel momento non sbaglieremmo collocandolo nel decennio conclusivo del secolo scorso.

La scuola dell’autonomia

Non è un caso, allora, che i più di venti autori del primo libro, così come l’autore singolo del secondo (che compare anche nel gruppo dei primi), trattino della scuola dell’autonomia: si interroghino insomma su quel che ha prodotto, dentro un complesso e faticoso cammino che sta arrivando a compiere il quarto di secolo, il processo di allontanamento dei comportamenti reali delle scuole dal complesso di vincoli, grandi e piccoli, definiti e imposti, secondo tradizione, da un ‘centro che a tutto provvede’.

Se però un lettore ‘disinteressato’ provasse ad immergersi in queste pagine avendo come riferimento non tanto e non solo come la scuola ha parlato di se stessa nei mesi dell’emergenza sanitaria ma soprattutto come se ne è parlato fuori, da parte degli utenti e soprattutto dei media della comunicazione, ivi compresi i social, non potrebbe evitare di ricavarne l’impressione che la cultura dell’autonomia sia ben lontana dall’essersi affermata, visto che per il trattamento di qualsiasi problema, anche del più minuto, si è ancora portati a ricorrere, nel bene come nel male, a prescrizioni e indicazioni che provengono dal decisore centrale, amministrativo o politico che sia. Sfogliando gli organi di stampa nazionali di questi mesi sarebbe arduo, infatti, rinvenire accenti che, nel dar conto di quel che si fa o non si fa nelle scuole, siano riconducibili agli ambiti della decisione autonoma degli istituti.

Per male che vada, leggere i due libri in parallelo servirà al lettore ‘esterno’ a decentrarsi, almeno in parte, e dunque ad entrare dentro una logica, quella dell’autonomia, che, affermatasi sia pure in modo parziale e perennemente sottoposta alle non poche resistenze di fatto e di principio, è comunque presente nell’orizzonte materiale, oltre che ideale, dell’odierno agire scolastico. Potrà intuire questa possibilità componendo in un’unica prospettiva di scambio ciò che i due volumi presentano di sostanzialmente diverso, l’approccio storico/politico l’uno e quello cronachistico l’altro, ovvero il dover essere e l’essere.

La scuola tra sofferenza e liberazione

Paradossalmente (ma ciò dipende dalla diversità già sottolineata di impianto, destinatario, volontà politica dei due prodotti) il taglio enciclopedico del primo, dove ci si misura con le questioni affrontate e solo in parte risolte dall’autonomia in termini di principi, pratiche e prospettive, denuncia le reali condizioni di sofferenza della scuola, spesso dilaniata da un conflitto fra quel che fa e quel che pensa di poter o dover fare. Al contrario, lo spirito cronachistico del secondo, dove campeggia l’afflato di partecipazione umana di cui si fa tramite il narratore, fa intravedere come, al di là dei vincoli d’ogni tipo, soprattutto burocratici, che stringono e limitano gli spazi decisionali dei singoli e dei gruppi, esistano e vengano praticati, là dove prevalgono dati di sensibilità per così dire ‘extraprofessionale’, percorsi di effettiva liberazione della scuola.

Alla luce di questa mia proposta di lettura parallela dei due titoli, volta ad arricchire di sentimento la ricezione del primo e di ragione la ricezione del secondo, sarebbe interessante chiedersi se e come le quasi seicento pagine dei due volumi (ugualmente leggibili per quote, essendo quello enciclopedico sull’autonomia composto di una ventina di saggi indipendenti, e quello di memorie scolastiche costituito da un numero di poco inferiore di racconti di vita vissuta) aiutino a capire meglio perché ci si sia incartati nei mesi scorsi, almeno a giudicare le cose dal di fuori, sul dilemma ‘scuola in presenza’ contro ‘scuola a distanza’. Perché, insomma, non si sia stati capaci, se non in ambiti molto marginali della cultura pubblica, di individuare a cosa di profondamente immobile, inscritto nella componente inconscia e storica della cultura scolastica, questo dilemma e la sua automatica risoluzione rispondessero. Né ci si sia impegnati a cogliere le differenze di esperienza, di lingua, di accento, e dunque di diversa valorizzazione dell’agire autonomo, emergenti dalle diverse realtà scolastiche, sia in generale (dentro la sempre più anacronistica divisione di fatto tra i livelli: iniziale, intermedio, superiore) sia in particolare (dentro la varietà dei modelli organizzativi praticati da istituti anche dello stesso livello).

Siamo ancora in tempo per cambiare atteggiamento, grazie anche a queste pagine?

Se lo si facesse sarebbe inevitabile chiedersi quale dialettica si sia venuta a costituire, nei fatti, là dove si è stati capaci di innescarla, tra le attività di didattica online di tipo sincrono e le attività di tipo asincrono e se e in che misura questo innesco abbia influito sulla praticabilità dei progetti didattici via via messi a punto, ammesso che ce ne siano stati di originali (ed è indubbio che le scuole più spregiudicate sul versante dell’autonomia siano state in grado di produrre e attuare qualcosa di significativo; peccato solo che non siano stati offerti loro adeguati megafoni).

Perché così poco si parla di queste cose, di queste carenze? Perché così poca intelligenza stiamo investendo, noi tutti, sull’esigenza di dar conto della componente umana che emerge dalle esperienze maturate da tutti gli attori in campo nella scena scolastica (docenti, dirigenti, studenti, famiglie, ecc.) in questi difficili frangenti e così tanto impegno dedichiamo invece a ribadire e collocare quelle che sono evidenti ovvietà (fare didattica in classe è altra cosa che farla online) dentro un’insanabile contrapposizione tra i principi del bene e quelli del male, tra verità e falsità? Perché, come conseguenza della troppo limitata intelligenza che dedichiamo a questi problemi, ci troviamo a difendere come baluardo di socializzazione educativa una condizione di immobilità fisica e spesso mentale come quella vigente in tanta parte della vita tradizionale e ‘normale’ delle classi e a condannare come distrazione consumistica l’esperienza di mobilità mentale e pure materiale che caratterizza la socializzazione di rete?

L’editoria scolastica che resiste (al digitale)

Ma non è questo, o almeno non è solo questo il senso del ragionamento che propongo qui, a margine e dentro la lettura concomitante di un prontuario sull’autonomia parziale del comparto istruzione e di una raccolta di novelle veritiere sulla vita delle scuole. C’è un altro aspetto che mi preme mettere in evidenza, a partire dalle due pubblicazioni, e non escludendo le altre che stanno uscendo proprio ora, a distanza di un anno dall’inizio dell’emergenza, molte delle quali orientate a trattare, secondo uno stile manualistico ormai affermato nella letteratura di settore, il che fare di una didattica compromessa con l’online.

La questione che voglio sollevare, attinente alle incognite di un futuro della scuola da decidere ora, è relativa al fatto che i due libri che ho preso in considerazione, così molti degli altri di analogo contenuto, escono soltanto in versione cartacea. Non sembri, questa, una notazione di poco conto, interpretabile nei termini di una scelta condizionata da provvisorie esigenze di tipo commerciale. Basti, per rendersene conto, prendere in considerazione il fatto che la massima parte della produzione di novità di uno dei due editori in gioco esce contemporaneamente nella duplice versione, cartacea e digitale, e in questo caso no (malgrado si tratti di un volume di considerevole peso); né si potrà evitare di far notare che l’editore dell’altro volume è di ambito sindacale e dunque tende a privilegiare un particolare tipo di utenza. Provo a mettere assieme le due cose e ne ricavo l’impressione che l’editoria destinata alla scuola intenda fortemente attestarsi sulla difesa della carta, continuando, come ha fatto fin qui, almeno nel nostro paese, a delegittimare e limitare attivamente il mercato del libro digitale.

Le conseguenze della resistenza al digitale

Non so se tale politica, perseguita da tempo, sia stata produttiva: non è possibile, infatti, disporre di dati significativi che vengano da scelte alternative a questa, assunta un po’ da tutti, nel settore. So, però, che proprio in questi mesi lo spazio della scuola aperto ad impegni ‘aziendali’ di tipo culturale ha subito una scossa non da poco, di cui a breve si vedranno gli effetti. Alludo, con questo, al fatto che all’editoria è stata concessa finora una condizione di quasi monopolio di fatto, figurando essa come la sola azienda di servizio e supporto materiale alla didattica. Ma nel frangente del Covid-19, piaccia o non piaccia, è avvenuto che sul ‘mercato scolastico’ sia entrato (sia stato fatto entrare) un contendente di non poco peso, l’azienda digitale.

Come sappiamo, non fosse altro perché l’abbiamo imparato dalle vicende degli ultimi due decenni, l’ingresso del contendente digitale dentro gli spazi circoscritti e controllati dalle aziende storiche di settore è destinato a sconvolgere l’intero campo, soprattutto se questo non è stato sufficientemente preparato da quanti lo controllavano prima. Vero è che, anche a livello internazionale, e pure fuori della scuola l’editoria ha trovato la forza di resistere agli appetiti dei giganti della rete (non dimentichiamo che Amazon parte di lì, dal libro) ma è altrettanto vero che sua resistenza le è costata moltissimo, in termini di riduzione degli spazi e dei margini di impresa (nonché di cultura!). Per restare al caso nazionale, si pensi a quanto l’editoria di quotidiani ha dovuto pagare per resistere, con la carta, all’aggressione del digitale, e al fatto che solo ora, col rischio di arrivare fuori tempo massimo, s’è decisa ad investire costruttivamente nel settore, cioè non solo riversando sul digitale il contenuto dell’offerta cartacea ma dando anche qualcosa di più e di diverso.

Del resto, la storia più recente dei media della conoscenza e della comunicazione ci dice che là dove si è provveduto per tempo a investire sull’innovazione, l’avvento del digitale non ha totalmente azzerato le figure e le competenze precedenti: è andata così, a livello mondiale, nei settori del cinema e della televisione, meno, molto meno nel settore della musica, non fosse altro per una questione di tempi.

In questo quadro di (inevitabile?) vampirizzazione da parte del digitale, l’editoria s’è distinta, in tutto l’occidente, per aver scelto (coraggiosamente?) la linea della resistenza.

Come nel vecchi western si trova però, allo stato attuale, a dover fronteggiare un accerchiamento sempre più stringente da parte dei pellirosse, e le munizioni cominciano a mancare. Nel caso italiano, la difesa dell’editoria cartacea, e del suo pesante apparato di distribuzione, ha comportato, di fatto, negli ultimi anni, un significativo aumento dei prezzi di copertina, deciso per via legislativa. Gli acquirenti questo lo sanno bene, avendo comprato, negli ultimi anni, un minor numero di volumi ed avendoli pagati di più. I prodotti tradizionali della stampa rischiano così, a fronte di quelli dell’audiovisione e del digitale, di tornare ad essere ‘di nicchia’, come erano agli albori del processo di democratizzazione scolastica, ma in una condizione generale del tutto nuova, che vede un consumo massiccio di idee incorporate in figure e sentimenti dalla parte della “massa”, a fronte di una élite intellettuale sempre più rarefatta e disunita in tutto fuorché nell’affezione per le idee pure.

Il discorso, qui, si fa inevitabilmente politico. Si dirà che questo è un problema troppo grosso e ingombrante per essere trattato nell’ambito di una discussione sulla scuola e sulle sue prospettive di autonomia. No, ribatto, non è così.

Conclusioni

L’istituzione scolastica non è solo il luogo degli insegnanti, anche se scelte politiche unilaterali ci hanno abituati a rappresentarcela in questa chiave. È anche e prima di tutto lo spazio dei giovani, il luogo dentro il quale essi si inscrivono nel mondo e il mondo si inscrive in loro. Come non pensare al rischio che corriamo nell’indurli ad associare, nelle loro abitudini di esplorazione della realtà, libro cartaceo a scuola? Come non ipotizzare che le ricerche che vengono proposte a conferma dell’indissolubile rapporto produttivo tra lettura su carta e apprendimento scolastico siano parametrizzate sui criteri di un sapere prevalentemente riproduttivo, piuttosto che su quelli di un sapere produttivo, più coerente con le caratteristiche non tanto di una società in cambiamento quanto di una società già profondamente cambiata rispetto a quella di mezzo secolo fa, che sta ancora aspettando la riforma (dall’alto) della scuola?

Insomma, tra i tanti auspici che facciamo in vista di un futuro non facile per un modello di istruzione sollecitato a mutare (rendendosi autonomo anche rispetto ad un pesante retaggio storico e istituzionale), c’è anche questo, di cui davvero non andrebbe trascurata l’importanza: che anche l’editoria scolastica e per la scuola maturi il coraggio di muoversi, e voglia investire la parte migliore del suo sapere sul terreno di una costruttiva innovazione, in chiave digitale, dell’agire didattico.

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