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Dall’11 settembre all’uso malevolo dell’AI: come cambia il terrorismo


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Nel 2001 il crollo delle Twin Towers sconvolse il mondo: oggi il problema del terrorismo è più ampio e non serve un evento spettacolare per destabilizzare, perché la pressione è costante e la superficie d’attacco non solo fisica. Dalla Jihadisfera alle infosfere convergenti, ecco l’evoluzione cyber-sociale del terrorismo in 25 anni

Pubblicato il 11 set 2026

Arije Antinori

Professore di Criminologia, Sapienza Università di Roma – Senior expert, EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation



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A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, il modo più fuorviante di raccontare il rapporto tra terrorismo e tecnologia è quello di costruire una cronologia di strumenti: prima i forum, poi i social network, quindi Telegram, le criptovalute, i droni, la stampa 3D e infine l’AI, o meglio, il MUAI – Malicious Use of AI. Una simile sequenza descrive il mutamento di superficie, ma non spiega ciò che cambia a livello strutturale.

Nel quarto di secolo successivo al 9/11, la tecnologia ha contribuito a modificare il rapporto tra violenza, attore, audience, identità, conoscenza, target, organizzazione e capacità operativa. Ha reso sempre meno utile la distinzione tra “online” e “offline”, trasformando il terrorismo da fenomeno criminale che usa i media a fenomeno che si sostanzia all’interno di un ecosistema cyber-sociale.

Perché non basta più parlare di terrorismo digitale

Questa evoluzione è divenuta particolarmente visibile dalla pandemia di COVID-19 in avanti, all’interno di contesti sociali talvolta ancora post-pandemica. La crisi sanitaria e la successiva infodemia non hanno creato l’estremismo online, ma hanno accelerato dinamiche già in corso, come isolamento, iperconnessione, polarizzazione, sfiducia istituzionale, mobilitazione anti-governativa, teorie del complotto, disinformazione e passaggio fluido tra narrazioni ideologicamente eterogenee. Si osserva, infatti, una traiettoria coerente. Le identità violente diventano più frammentate, le community più transnazionali, le motivazioni più ibride e il confine tra terrorismo, estremismo violento, criminalità e altri online harms più difficile da leggere senza una prospettiva ecosistemica.

Oggi non è più sufficiente parlare di terrorismo digitale. Occorre comprendere il continuum cyber-sociale della violenza, nel quale attori differenti possono condividere infrastrutture, linguaggi, strumenti, vulnerabilità e persino servizi pur mantenendo finalità differenti. È dentro tale evoluzione nel tempo che devono essere collocati il MUAI, la disinformazione, la Foreign Information Manipulation and Interference (FIMI), le minacce ibride e la Cognitive Warfare. Non perché siano sinonimi di terrorismo, ma perché insistono sul medesimo ambiente umano, cognitivo e tecnologico e possono talvolta alimentarsi e/o moltiplicarsi funzionalmente a vicenda.

La violenza come spettacolo

L’11 settembre 2001 resta il paradigma del terrorismo contemporaneo per la scala degli attacchi, la complessità organizzativa e la capacità di colpire contemporaneamente persone, simboli, infrastrutture e percezione globale della sicurezza. Ma il 9/11 fu anche un evento mediale totale. Le Torri che crollavano erano simultaneamente un fatto fisico e un’immagine destinata a essere osservata, ripetuta, archiviata e incorporata nella memoria collettiva globale. Il target era New York, gli Stati Uniti, l’”impero americano”, mentre l’audience era globale.

Già nel 2007, analizzando il suicide-bombing come forma di guerra asimmetrica, il problema centrale veniva spostato dalla ricerca di un profilo psicologico universale dell’attentatore alla razionalità strategica e comunicativa dell’azione. Il suicide-bombing poteva essere letto come una weapon of psychological warfare nella quale il sistema dei media dilata nel tempo e nello spazio l’effetto della distruzione. L’azione non termina quando si produce il danno, continua nella rappresentazione e nello spettatore.1

Nel 2014 la relazione viene formalizzata nella nozione di weaponizzazione mediale e, soprattutto, di rappresentazione operativa. Il medium non interviene più semplicemente dopo l’attacco, ma può diventare parte della sua progettazione; live reporting, diffusione cross-mediale, documentazione in tempo reale e capacità di entrare nell’agenda pubblica concorrono all’efficacia dell’azione.2 La tecnologia digitale amplia così l’ambito operativo del terrorismo senza necessariamente rendere più sofisticata l’arma finale.

Tale distinzione è essenziale ancora oggi. Un attacco può essere condotto con un coltello e/o un veicolo, ma essere preceduto da radicalizzazione digitale, reconnaissance online, comunicazioni cifrate, download di manuali, ricerca del target e interazioni con comunità transnazionali, ed essere seguito da una propagazione algoritmica globale. La vera innovazione non è sempre nel mezzo che uccide. Spesso è nel sistema che consente all’azione di essere concepita, resa possibile, narrata e replicata.

Jihadisfera e terrorismo cyber-sociale: il primo ecosistema

La crescita del jihadismo online fra la fine degli anni Novanta e i primi dieci anni del 2000 offre il primo caso pienamente osservabile di un’infosfera terroristica che smette di essere soltanto archivio e diviene ambiente cyber-sociale. Forum, siti, magazine digitali, video, social network e poi applicazioni mobili costruiscono un flusso di contenuti, identità e relazioni. Nel passaggio dalla “libreria online per terroristi” alla Jihadisfera, l’elemento decisivo è la trasformazione della conoscenza in esperienza e della propaganda in socialità.3

La “mediamorfosi del terrorismo” descrive precisamente questo passaggio. Il transito da un modello analogico e gerarchico a uno digitale, reticolare e orizzontale non produce soltanto nuovi canali, modifica il terrorismo stesso. La comunicazione one-to-many lascia spazio al many-to-many, l’audience diventa prosumer e la produzione di contenuti si distribuisce tra media ufficiali, supporter, simpatizzanti e follower. L’avatarismo terroristico aggiunge la dimensione identitaria: il soggetto non deve più essere fisicamente dentro una organizzazione per iniziare a vivere simbolicamente all’interno del suo universo di senso.4

Il caso del Daesh

L’Islamic State (IS), o Daesh, ha rappresentato il punto di maturazione di tale modello. È stato territorio, organizzazione, amministrazione, brand, produttore mediale e immaginario collettivo. La sua forza non è dipesa soltanto dalla quantità di contenuti, ma dalla capacità di costruire una cultura partecipativa in cui violenza, estetica, identità, avventura, appartenenza e azione potevano essere combinati in formati adatti alle culture visuali occidentali. Nel 2017 la Jihadisfera era considerata come un ambiente socio-relazionale dinamicamente resiliente capace di costruire, rinforzare e rigenerare la jihadentity e di veicolare interesse tattico-operativo.5

La conseguenza è un cambio nell’unità di analisi. Non basta più osservare l’organizzazione. Occorre osservare l’ecosistema nel quale contenuti ufficiali e non ufficiali, utenti, dispositivi, algoritmi e vulnerabilità individuali interagiscono. Il terrorismo digitale diventa così un fenomeno cyber-sociale.

Un secondo elemento della Jihadisfera merita attenzione perché diventerà comune anche ad altre infosfere: la distribuzione della produzione. Quando l’organizzazione perde il monopolio della narrazione, la propaganda non scompare, cambia forma. Supporter, aggregatori, traduttori, archivisti e utenti trasformano il contenuto ufficiale in una materia prima da ricombinare e (ri-)generare. Dopo la perdita territoriale di IS, tale capacità contribuisce alla resilienza della “jihaspora”, in cui meno centralizzazione mediale non significa automaticamente minore presenza culturale. La memoria digitale consente di recuperare vecchi video, magazine e manuali, ricontestualizzarli e riproporli a nuove audience.

Il fenomeno anticipa una caratteristica comune agli ecosistemi contemporanei: la radicalizzazione non dipende necessariamente dalla produzione originale del gruppo. Un contenuto può essere vecchio, copiato, memetizzato o persino sottratto alla cornice originaria; ciò che conta è la funzione che acquisisce nella community e/o subcultura che lo riutilizza. Tale dinamica è fondamentale per comprendere perché il takedown dell’account ufficiale non equivalga alla scomparsa dell’infosfera e perché la resilienza digitale sia soprattutto una proprietà della rete, non della singola organizzazione.

Terrorismo cyber-sociale e technolution: l’orizzonte della convergenza

Nel 2016, tale traiettoria viene ricomposta in un framework di foresight, ove il concetto di technolution definisce un processo in cui il fattore tecnologico-digitale in continua evoluzione diventa driver del cambiamento terroristico. Ma il dato più importante è che l’evoluzione tecnologica viene esplicitamente collegata ai comportamenti individuali e sociali, quindi device, modelli di comunicazione e impatto sulla socialità non sono trattati come dimensioni separate6.Vengono, altresì, messi in relazione self-radicalization, Jihadisphere, Lone Jihad e Generation T. Si osserva la centralità dei dispositivi mobili, delle applicazioni cifrate, del doxing e delle kill-list.

Cybercrime-as-a-service

Si ipotizza la crescita del Cybercrime_as_a_Service come fattore capace di ridurre il gap di competenze. Vengono richiamati cryptocurrencies, maker-infosharing, learning kits, 3D printing, IoT, droni e sistemi automatizzati. Compare, inoltre, l’ipotesi di attacchi “GoPro style” trasmessi in live streaming a follower remoti, con una trasformazione dell’attacco in esperienza performativa condivisa7, quella che verrà successivamente definita “live-screaming”. Ciò significa che alcuni fenomeni erano già embrionalmente osservabili, altri si sarebbero manifestati in seguito, e altri ancora restano oggi prevalentemente prospettici. Il punto è l’averli collocati dentro una stessa logica: riduzione dei costi, dual-use, convergenza cyber-physical, individualizzazione dell’attore, moltiplicazione dell’audience e trasformazione della conoscenza in capability.

Si anticipa, in tale contesto, la dissoluzione del confine fra “real” e “cyber”. Le raccomandazioni indicano già la necessità di connettere azioni sul terreno e azioni cyber-sociali, rafforzare OSINT e scenario planning, integrare ricerca qualitativa e quantitativa e costruire strutture di cooperazione tra Law Enforcement, security forces, università e settore privato.8

Rexphere e terrorismo cyber-sociale: l’estrema destra performativa

Per anni, in Occidente, il dibattito occidentale sul terrorismo online è stato dominato dal jihadismo, e non senza ragioni. Ma già dopo il primo decennio de XXI secolo emerge con chiarezza una seconda grande infosfera transnazionale: quella del cosiddetto estremismo di destra, suprematista, e/o accelerationista. La Rexphere viene affiancata alla Jihadisphere come ambiente dinamico di hate-based sociality, alimentato da video, sticker, meme e interazioni fra criminali, supporter e follower.9

La differenza rispetto alla Jihadisphere non è soltanto ideologica. Molti ambienti di estrema destra non possiedono strutture organizzative comparabili a IS o al-Qaeda (AQ). La loro forza deriva spesso dalla decentralizzazione, dalla cultura memetica, dal culto degli attentatori, dal copyleft ideologico e dalla capacità di trasformare precedenti mass killer in “santi”, modelli imitabili e punti di riferimento per altri attori. Christchurch nel 2019 rappresenta il paradigma di questo terrorismo performativo: live streaming, manifesto, estetica gamificata e successiva replicazione virale trasformano l’attacco in contenuto e il contenuto in repertorio per attacchi successivi. Gli attentatori di Christchurch, Poway, El Paso, Bærum e Halle appartenevano o si ispiravano a simili comunità transnazionali online.

La propaganda jihadista e quella dell’estrema destra condividevano la tendenza a celebrare gli attentatori come figure esemplari capaci di ispirare azioni autonome. Nel luglio 2020 UN CTED qualificava l’extreme right-wing terrorism come minaccia crescente e sempre più transnazionale, sottolineando il peso dei lone actors e delle online communities nel fornire giustificazione ideologica, ispirazione tattica e supporto sociale. L’accelerazionismo entrava esplicitamente tra le pseudo-ideologie da dover comprendere.11 La Jihadisphere cessava così di essere l’unico modello consolidato di infosfera estremistico-violenta e terroristica.

Pandemia e terrorismo, l’accelerazione dell’ibridazione

La pandemia di COVID-19 costituisce un vero spartiacque cyber-sociale. Non perché abbia creato nuove ideologie, ma perché ha compresso nel medesimo spazio digitale paura, isolamento, crisi economica, sfiducia, risentimento verso le istituzioni, aumento del tempo online, conflitti sociali e una quantità senza precedenti di contenuti falsi, distorti o decontestualizzati. Le organizzazioni terroristiche e gli ambienti estremisti avevano tentato di sfruttare la pandemia per diffondere propaganda dell’odio, esasperare la sfiducia nelle istituzioni e sfruttare l’aumento del tempo trascorso online. La pandemia aveva aggravato la polarizzazione politica, mentre stress, isolamento e problemi di salute mentale potevano incidere sui percorsi di soggetti vulnerabili. Tutti gli attacchi jihadisti completati del 2020 risultavano condotti da lone actors, alcuni in contatto con soggetti affini o gruppi terroristici.12

La destra estrema incorporava rapidamente nuove narrazioni: anti-lockdown, anti-vax, anti-government, teorie del complotto di livello globale, eco-fascismo, antisemitismo, islamofobia, e soprattutto il Great Replacement. La capacità di incorporare grievance nuove senza abbandonare le precedenti rendeva l’infosfera particolarmente adattiva ed engaging, soprattutto per soggetti sempre più giovani. Anche l’estremismo di sinistra e anarco-insurrezionalista integrava temi relativi alle misure anti-COVID, alla tecnologia e alla scienza, mostrando che ecosistemi ideologicamente opposti potevano appropiarsi della crisi sanitaria.13

Interpol descriveva la disinformazione e le teorie del complotto come “common denominator” capace di attraversare diversi spettri ideologici e indicava tentativi dell’estrema destra di infiltrare e/o radicalizzare movimenti di protesta contro le restrizioni. UN CTED osservava che gli attori dell’estremismo avevano adattato narrazioni online/offline alla pandemia, mentre l’estrema destra occidentale la sfruttava per propaganda e recruitment.14

È qui che la nozione di infosfera diventa insufficiente se intesa come spazio ideologicamente chiuso. La pandemia mostra che le narrazioni possono circolare all’interno di ambienti differenti, essere ricombinate e produrre alleanze temporanee o semplici sovrapposizioni. L’anti-vaccinismo può convivere con il suprematismo, l’anti-globalismo con il complottismo antisemita, il movimentarismo estremitico anti-statale con narrazioni provenienti da subculture non propriamente terroristiche. Il collante non è sempre l’ideologia, quindi, può essere la sfiducia.

Dalle infosfere alla pluralità ibrida

Dal 2020 aumenta progressivamente il peso di variabili trasversali: lone actors, online communities, minori, cospirazionismo, AI, ibridazione e criminalità,in un ambiente fortemente segnato dalla dicotomia jihadismo/right-wing. La propaganda jihadista resta diffusa e resistente alla pressione delle piattaforme. Al contempo, la scena suprematista mostra una dimensione transnazionale ormai evidente dopo Christchurch e gli attacchi imitativi. Già in tale fase la logica della copycat violence e della saint culture indica che la capacità ispirativa può sopravvivere senza una organizzazione centrale.

Durante il primo anno di pandemia, la crisi sanitaria funziona da moltiplicatore. L’aumento del tempo online, la solitudine, la polarizzazione e la disinformazione sono trattati come fattori del nuovo ambiente. Il dato secondo cui tutti gli attacchi jihadisti completati nel 2020 furono condotti da lone actors non descrive soltanto una forma operativa, ma segnala una trasformazione del rapporto tra organizzazione e individuo. L’estrema destra comincia ad essere sempre più radicata nelle online communities giovanili, nel gaming, tra narrazioni eco-fasciste e/o accelerationiste.

Complottismo e terrorismo

Emergono via via forme violente anti-COVID e anti-government non facilmente collocabili nelle tassonomie tradizionali, mentre la propaganda continua a incorporare temi pandemici. In ambito tattico si delinea la formula low-tech attack, high-tech ecosystem, pe cui non serve una tecnologia offensiva avanzata se la tecnologia ha già reso più efficienti radicalizzazione, socializzazione, ricerca e comunicazione.

L’affiliazione organizzativa a IS o AQ perde peso relativo in alcuni segmenti jihadisti. Nell’estrema destra circolano combinazioni di teorie contraddittorie. Terroristi ed estremisti di matrici differenti condividono piattaforme e tecniche, la guerra in Ucraina produce narrazioni e disinformazione capaci di attraversare più ambienti. La transizione importante è dalla purezza ideologica alla compatibilità funzionale: attori diversi possono usare le stesse infrastrutture senza condividere la medesima visione del mondo.

Nel 2024 l’attenzione è rivolta in particolare a giovani, minori, online communities e flessibilità ideologica. Le teorie del complotto vengono collocate esplicitamente nello scenario europeo di crisi multiple. I lone actors vengono descritti come soggetti spesso inseriti in community online; LLM, deepfake e AI entrano stabilmente nell’arsenale informativo. L’interesse per 3D-printed weapons travalica l’estrema destra. Il focus non è più soltanto sul contenuto estremistico, ma sull’interazione tra contenuto, capability e traiettoria del soggetto.

Overlapping ideologico e aumento della complessità

Negli ultimi due anni, l’ibridazione diviene una categoria operativa del threat assessment. Gruppi di minori si radicalizzano insieme online. Emerge in modo significativo l’overlapping in particolare di right-wing, accelerationism, satanismo e occultismo. I contenuti sintetici GenAI raggiungono un’ampia diffusione, mentre digital hawala e criptovalute rappresentano l’ibridazione finanziaria nell’ambito del fenomeno in questione. La violenza comincia a essere letta meno come esito di una singola ideologia e più come possibile punto di convergenza tra percorsi identitari anche molto distanti. Le ideologie “tradizionali” restano comunque importanti, così come il jihadismo continua a essere la minaccia più persistente.

Tuttavia, violenza, identità, narrative cospirazioniste, criminalità e nichilismo violento possono sovrapporsi. Da qui l’attenzione a The Com e ai gruppi che gravitano intorno al medesimo ambiente cyber-sociale, mettendo in luce il fatto che che la radicalizzazione possa emergere anche all’interno di community nelle quali il significato politico è debole, instabile o secondario rispetto a status, appartenenza e performance violenta.

In sintesi, dal punto di vista strategico, negli ultimi anni si assiste all’aumento della complessità interna a tutte le matrici. Pertanto, le tassonomie “tradizionali” restano necessarie per il framework normativo e le statistiche, ma l’attività di intelligence – sia essa di polizia o per la sicurezza nazionale – ai fini della prevenzione e dell’anticipazione delle minacce, si deve dotare di un uteriore livello di analisi basato su ecosistemi cyber-sociali, meta-linguaggi, dinamiche/funzioni “connettive”. Ne deriva inevitabilmente che l’attore contemporaneo è meno prevedibile se osservato soltanto attraverso l’etichetta ideologica.

Complottismo, estremismo, terrorismo: distinzione semantica e analitica

In tale quadro il complottismo merita una distinzione analitica precisa. Una teoria del complotto non è di per sé terrorismo, estremismo violento o disinformazione organizzata. La maggior parte delle persone che aderisce a narrazioni cospirazioniste non commette violenza. Ma alcune teorie possono funzionare come infrastrutture narrative, semplificando la complessità, identificando un nemico occulto, attribuendo intenzionalità malevola a eventi incerti, quindi trasformando il dissenso in prova del complotto, anche attraverso la legittimazione del concetto di “difesa” violenta.

Si passa, quindi, da un modello nel quale l’ideologia organizza l’identità e da questa deriva l’azione, a un modello in cui grievance, appartenenza, cospirazionismo e fascinazione per la violenza possono comporsi in ordine diverso. Il soggetto non deve necessariamente aderire a un corpus dottrinario completo, ma può costruire un’identità modulare.

Accelerazionismo e incelosfera

Fra 2020 e 2024 il panorama si pluralizza ulteriormente. Nell’estrema destra, l’accelerazionismo assume un ruolo crescente: il collasso sociale non è soltanto atteso, ma può essere auspicato e accelerato attraverso violenza, sabotaggio, terrorismo e polarizzazione. L’ambiente Terrorgram come rete relativamente fluida di canali Telegram orientati al militant accelerationism, mostra come magazine, meme, manualistica e “saints culture” possano replicare alcuni meccanismi già osservati nella Jihadisfera: serializzazione, post-branding, celebrazione dell’attentatore, DIY knowledge e trasformazione dell’azione individuale in contributo a una strategia collettiva immaginata.18

Accanto a tali spazi si sviluppano altre subculture online. L’incelosfera ne costituisce un esempio importante, tuttavia non si tratta di un movimento terroristico unitario, così come non ogni spazio incel è violento. Esistono tuttavia segmenti nei quali misoginia, determinismo biologico e pseudo-scienza, risentimento, culto di precedenti mass killer e fantasie di punizione collettiva possono produrre un frame estremistio-violento. GNET ha descritto nel 2024 l’incel subculture come una community online organizzata e numericamente rilevante, caratterizzata da una visione gerarchica delle relazioni e da un ecosistema per larga parte estremizzato.19

Lo stesso vale per la manosfera più ampia; qui la presenza di misoginia estrema non consente automaticamente di parlare di terrorismo, ma può interagire con altri milieu violenti. Il punto analitico è la cross-fertilisation. Identità maschiliste, suprematiste, anti-LGBTQ+, anti-governative, conspiracy-based e accelerationiste possono condividere meme, influencer, estetiche, fonti e community.

L’infosfera contemporanea non si comporta come una biblioteca ordinata per scaffali ideologici, ma come un arcipelago in cui ponti, copie, remix e migrazioni sono continui. Il TE-SAT 2023 di Europol fotografa già questa tendenza: terroristi ed estremisti violenti, pur avendo radici diverse, condividono interessi e pratiche, utilizzano gli stessi ambienti digitali e adottano tecniche analoghe per diffondere contenuti. Il report rileva inoltre che nella destra estrema circola una grande quantità di teorie spesso contraddittorie e combinate fra loro e che piattaforme decentralizzate, social, messaging apps, forum e gaming spaces diventano parte dello stesso ambiente operativo.20

La migrazione tra piattaforme

A questa pluralizzazione contribuisce la migrazione continua tra piattaforme. Le piattaforme mainstream offrono reach e visibilità, mentre le app cifrate e i canali chiusi offrono maggiore controllo. I siti autonomi garantiscono persistenza, le piattaforme fringe riducono la pressione moderativa, i gaming environments e le community adiacenti offrono socialità e linguaggi giovanili, i sistemi decentralizzati riducono la dipendenza da un singolo provider. Non esiste più “la piattaforma dell’estremismo”, ma un’architettura multi-piattaforma nella quale funzioni differenti vengono distribuite tra servizi differenti.

La presenza di estremisti nel gaming non implica che sso produca radicalizzazione. Tuttavia, alcuni ambienti gaming-adjacent possono essere usati come luoghi di socializzazione, recruitment, meme circulation o contatto con minori. La questione non riguarda il videogioco in sé, ma l’uso cyber-sociale delle sue infrastrutture e community. La distinzione è essenziale per evitare moral panic e, nello stesso tempo, non ignorare un ambiente nel quale giovani e giovanissimi trascorrono porzioni significative della propria vita sociale.

Lo stesso vale per gore, true-crime communities e fandom di mass killer. La maggioranza degli utenti che consuma true crime non è violenta, ma segmenti estremizzati possono trasformare l’attenzione per l’autore di stragi in parasocialità, culto, imitazione e performance. Quando l’estetica della violenza diventa valuta reputazionale, il confine tra consumo e partecipazione può divenire più poroso.

Estrema sinistra e anarco-insurrezionalismo

La pluralizzazione qui rappresentata non riguarda soltanto jihadismo e destra radicale. Gli ambienti dell’estrema sinistra e anarco-insurreionalisti europei hanno continuato a utilizzare siti, blog, canali di messaggistica e piattaforme per comunicati, rivendicazioni, solidarietà transnazionale, propaganda e condivisione di campagne, con una certa persistenza in Italia, Grecia e Spagna, e con un repertorio operativo che resta spesso centrato su incendi, esplosivi artigianali, danneggiamento di proprietà e target istituzionali o economici. Anche qui la rete non sostituisce il territorio, ma collega nuclei, diffonde rivendicazioni, crea memoria di azioni precedenti e costruisce solidarietà attorno a prigionieri o cause.

Le infosfere etno-nazionalistiche e separatiste seguono a loro volta logiche differenti. Possono essere più ancorate a comunità territoriali, diaspora, lingua e memoria storica, ma utilizzano le medesime infrastrutture digitali per fundraising, propaganda, community building e mobilitazione. Ciò conferma che la categoria “infosfera” non coincide con una specifica ideologia, descrive piuttosto il modo in cui una comunità narrativa e operativa occupa e organizza lo spazio informativo. Esistono infine gli ambienti single-issue e anti-sistema, nei quali temi ambientali, animalisti, anti-tecnologici, anti-governativi o anti-istituzionali possono sedimentarsi all’interno di sacche di radicalizzazione, fino alla legittimazione della violenza eterodiretta.

Anche in questo caso il rischio maggiore consiste nell’equiparare movimenti di protesta legittimi a fenomeni terroristici. La soglia analitica deve rimanere la violenza o il sostegno concreto alla violenza, non la radicalità dell’opinione. La cyber-socializzazione e la costruzione identitariamente “connettiva” rendono più complesso ed evanescente il confine.

Crisi geopolitiche e terrorismo cyber-sociale: polarizzazione e accelerazione

La pandemia non è l’unico acceleratore. Dal 2022 in avanti, la guerra russa contro l’Ucraina e, dal 7 ottobre 2023, la guerra a Gaza hanno fornito narrazioni disinformative a una molteplicità di ambienti, indipendentemente dalla specifica ideologia.21

In un contesto di crisi multiple, le teorie del complotto prosperano e circolano a livello globale. Giovani adulti e minori partecipano alla produzione di propaganda e alla pianificazione di attacchi, i lone actors sono spesso inseriti in online communities che incoraggiano la violenza. Jihadisti, destra estrema e altri attori possono usare AI, LLM e deepfake per propaganda, disinformazione, identità false e pianificazione, mentre l’interesse.22

La guerra a Gaza produce un ulteriore effetto di narrazioni convergenti. Jihadisti, right-wing, left-wing e anarchisti violenti possono appropriarsi dello stesso evento da prospettive opposte, ma generare simultaneamente polarizzazione, antisemitismo, odio anti-musulmano, delegittimazione delle istituzioni e incitazione alla violenza. Il fatto che l’evento sia comune non significa che le ideologie si fondano, ma che la stessa crisi alimenta ecosistemi differenti nello stesso tempo, amplificando tensioni reciproche.

La digitalizzazione comprime, inoltre, la radicalizzazione, in particolare nella distanza tra esposizione a contenuti estremistici e azione violenta. Questo non permette di inferire causalità lineari, ma rende più difficile l’early warning basato sui modelli tradizionali di progressione ideologica. Se il soggetto può attraversare rapidamente le community, narrazioni e e repertori, la prevenzione deve osservare non soltanto “cosa crede”, ma come interagisce, quale funzione ha la violenza nella sua identità e quale capacità sta acquisendo.

Terrorismo cyber-sociale tra minori, occultismo e ideologie ibride

Nel 2024 l’EU registra 58 attacchi terroristici, con il jihadismo al primo posto per numero di attacchi e letalità; al contempo cresce il coinvolgimento di minorenni e giovanissimi. Si osservano gruppi di minori che si connettono online, si radicalizzano insieme e pianificano attacchi. Nel milieu dell’estrema destra emerge un crescente engagement con comunità occultiste e sataniste.23

Il dato più importante non è però la presenza del satanismo in sé, molte community online che reclutano minori presentano overlap ideologici con jihadismo, estremismo violento di destra e accelerazionismo, ma anche satanismo e occultismo, producendo una ibridazione delle forme tradizionali di ideologia terroristica. Tale scenario appare decisamente coerente con una trasformazione già visibile nel concetto di Swarm Wolf, in cui la Jihadisfera era stata descritta come un potenziale “hub of hate” capace di far convergere violenza, xenofobia, hate speech, estremismo e terrorismo.25 Nel 2025, tuttavia, la convergenza non riguarda più soltanto l’espansione dei confini jihadisti, è l’intero ambiente cyber-sociale a divenire poroso.

Un problema di identità: la violenza come riconoscimento

Il jihadismo resta la forma di terrorismo più diffusa nell’EU, ma si assiste a un numero crescente di attori per i quali la violenza diventa strumento di identità, riconoscimento e appartenenza. Pertanto, le motivazioni si frammentano e possono combinare ideologie estremistiche, criminalità, narrazioni cospirazionistiche e violenza nichilistica. Il caso più emblematico è The Com, una loose network di fringe online groups con una visione misantropica e nichilistica, priva di una ideologia unitaria e di una struttura centrale. In alcuni sottogruppi compaiono elementi di estrema destra e accelerationisti, mentre in altri, la violenza è principalmente un mezzo per il raggiungimento di status e notorietà.

Social media, messaging apps e gaming platforms vengono usati per reclutare, manipolare e vittimizzare minori; le pratiche possono includere self-harm, animal torture, sextortion, CSAM e violenza fisica, spesso documentata o condivisa in live-streaming per ottenere capitale sociale interno alla community. Questa è una discontinuità importante. Nella Jihadisfera la violenza era inscritta in una narrazione pseudo-religiosa totalizzante. Nella Rexphere accelerationista era spesso legata a una visione apocalittica della race war o del collasso. Nei circuiti nichilistici la violenza può diventare linguaggio di appartenenza, prima ancora che mezzo di sovvertimento, all’interno di una cyber-social ecology of violence, non un’unica ideologia, ma un ambiente nel quale online harms, cybercrime, estremismo, violenza sessuale, auto-lesionismo e terrorismo possono toccarsi, condividere attori e servizi, pur mantenendo differenze giuridiche e fenomenologiche fondamentali.

Un ulteriore elemento distintivo delle community nichilistiche è la relazione tra vittimizzazione e condotta criminale. In alcune reti, il giovane può essere attratto da contenuti estremi, divenire vittima di grooming o sextortion, essere costretto a produrre atti di autolesionismo e, in una fase successiva, partecipare alla coercizione di altri. Questo circuito si distingue da molti modelli interpretativi tradizionali, nei quali vittima e autore occupano posizioni separate. La prevenzione deve invece considerare traiettorie in cui vulnerabilità, coercizione, status e agency cambiano nel tempo. La logica reputazionale modifica anche il significato della propaganda. Nei gruppi terroristici tradizionali il contenuto deve persuadere, legittimare e/o mobilitare.

Nelle community di violenza nichilistica il contenuto può servire soprattutto a provare l’estremità dell’atto, ottenere clout, salire nella gerarchia informale e/o testimoniare appartenenza e dedizione totale. La performance non illustra la violenza, ma diventa il criterio con cui la community assegna valore. È una trasformazione che rende ancora più attuale il passaggio dalla rappresentazione operativa alla violenza performativa.

Lone actor terrorism: la connettivita diffusa

Il lone actor terrorism è la sottocategoria fenomenica in cui l’evoluzione qui rappresentata diviene più evidente. La ricerca empirica aveva già mostrato che “lone” non equivale a “isolated” poiché molti autori lasciano segnali, comunicano intenzioni, interagiscono con movimenti e/o usano Internet per apprendere, confermare convinzioni e acquisire capacità.29

La sequenza concettuale che va da Gen-T al Jihadi Wolf e allo Swarm Wolf aiuta a leggere il passaggio dalla solitudine come assenza di comando alla solitudine come autonomia tattica dentro un “sistema connettivo”. Un individuo può non ricevere ordini, non appartenere formalmente a un gruppo e non conoscere personalmente altri terroristi, ma essere profondamente inserito in ambienti che forniscono identità, repertori, modelli di attacco, pubblico, e soprattutto feedback in termini di rinforzo positivo. Il modello si estende oltre il jihadismo, in quanto il soggetto può muoversi tra più milieu, adottare narrazioni differenti e attribuire alla violenza una funzione identitaria o reputazionale.

Da qui deriva una formula più utile di “lupo solitario”, ossia autonomia tattica – connettività cyber-sociale – identità modulare. È una configurazione più difficile da prevenire perché riduce il valore in termini analitici derivato dall’appartenenza ideologica tradizionale.

Terrorismo e convergenza cyber-physical

La seconda grande linea di convergenza riguarda il rapporto tra infosfera e mondo fisico. Un ambiente digitale maturo non produce necessariamente armi più sofisticate. Produce maggiore accessibilità alla capability. Già nel 2016 la distinzione tra sfruttamento di tecnologie sofisticate e uso sofisticato, multidimensionale e seriale di tecnologie grezze o popolari indicava un principio che oggi è ancora più evidente.32 La sofisticazione del sistema non coincide con quella del mezzo finale.

Il ruolo delle criptovalute

Le criptovalute ne sono un esempio, l’uso di virtual assets e crowdfunding nel terrorism financing, evidenziano che l’infrastruttura finanziaria può diventare ibrida, combinando canali vecchi e nuovi in funzione dell’opportunità.33

Droni e stampa 3D

I droni mostrano un passaggio ancora più netto. L’esperienza di IS ha documentato sourcing commerciale, adattamento, ricognizione, propaganda e impiego offensivo degli UA.

La stampa 3D rappresenta un livello di evidenza differente ma significativo. Studi recenti documentano l’uso e l’acquisizione di 3D-printed firearms in ambienti di estrema destra, mentre Europol segnala che l’interesse per tali armi si è diffuso oltre tale matrice.35 Il significato teorico è profondo, in quanto il file stesso diviene parte integrante della supply chain materiale.

Modello as-a-service

Il passaggio successivo è l’as-a-service. Cybercrime-as-a-Service, fraud-as-a-service, bot services, access brokers, money laundering services e mercati illeciti riducono il bisogno che un singolo attore possieda tutte le competenze. Tale dinamica ovviamente consente l’incontro tra differenti attori malevoli.

Si assiste inoltre al cosiddetto Violence-as-a-Service, in cui la violenza o le capacità necessarie a produrla possono essere esternalizzate, acquistate, richieste, facilitate o affidate a soggetti vulnerabili. Non significa che il terrorismo diventi semplicemente un mercato, ma che la catena del valore della violenza può diventare modulare.

MUAI e terrorismo cyber-sociale: la personalizzazione offensiva

Con la Gen-AI il modello cyber-sociale acquisisce un moltiplicatore qualitativamente nuovo. Il Malicious Use of Artificial Intelligence (MUAI) riguarda tanto la dimensione logica quanto quella socio-relazionale. Sul primo versante, AI e Machine Learning possono potenziare phishing, malware, exploit discovery, frodi, social engineering e automazione. Sul secondo, possono produrre deepfake, deepaudio, bot, profili sintetici, disinformazione, visual storytelling tossico e targeting personalizzato.37

Qui, il salto riguarda quattro variabili: scala, velocità, personalizzazione e plausibilità. Un contenuto estremistico non deve più essere prodotto manualmente in una sola lingua e distribuito a una audience indistinta. Può essere tradotto, adattato culturalmente, trasformato in testo, immagine, audio o video e indirizzato a segmenti differenti.

Un bot può interagire, un profilo sintetico può simulare appartenenza, un deepfake può alterare la percezione di un evento, un sistema di analisi dei dati può identificare vulnerabilità e preferenze. Serve però la stessa disciplina dell’evidenza applicata alle tecnologie precedenti. L’AI sta già cambiando produzione e manipolazione dei contenuti, non esiste ancora la stessa evidenza per tutte le ipotesi di impiego offensivo autonomo avanzato. Confondere capacità teorica e uso operativo significherebbe ripetere gli errori del dibattito sul cyberterrorismo dei primi anni Duemila.

Minacce convergenti: FIMI e cognitive warfare

A questo punto è necessario compiere un passaggio ulteriore, ma anche stabilire confini chiari. Terrorismo, estremismo violento, disinformazione, FIMI, Cognitive Warfare e Hybrid Threats non sono la stessa cosa. Hanno attori, finalità, basi giuridiche e strumenti diversi. Tuttavia possono convergere sullo stesso ecosistema cyber-sociale e sfruttarne le medesime vulnerabilità. La disinformazione è una pratica o un prodotto informativo intenzionalmente falso o ingannevole che può essere utilizzata da Stati, gruppi politici, terroristi, criminali, influencer o semplici opportunisti.

La FIMI è più specifica in quanto si colloca nel campo della manipolazione e interferenza informativa da parte di attori stranieri, spesso organizzata, coordinata e supportata da infrastrutture, proxies e service providers. Il secondo report EEAS ha analizzato 750 incidenti fra dicembre 2022 e novembre 2023; i report successivi hanno spostato l’attenzione dalle singole narrazioni all’infrastruttura della manipolazione, fino al Deterrence Playbook del 2026 orientato a colpire nodi, intermediari e supply chain.39

L’AI generativa consente contenuti più credibili e adattati culturalmente; reti di proxy e attori commerciali possono occultare il committente; le operazioni informative possono essere combinate con azioni sul terreno o nel dominio cyber.40

La Cognitive Warfare aggiunge un livello ancora diverso, in quanto costituisce l’insieme di attività sincronizzate con altri strumenti di potere per influenzare, proteggere o compromettere la cognizione individuale e collettiva, modificando atteggiamenti e comportamenti. Cyber, disinformazione, psyops e social engineering possono convergere sul cervello umano in quanto target.41

Gli Hybrid Threats costituiscono il contenitore strategico più ampio: combinazione coordinata di strumenti militari e non militari, statali e non statali, cyber, economici, informativi, coercitivi e proxy, spesso al di sotto della soglia di conflitto aperto. In tale scenario Hybrid Threats e FIMI possono sostenere e/o amplificare ambienti estremistico-violenti.42

Il punto di convergenza non è dunque la finalità. È il sistema vulnerabile. Una società sempre più onlife, iperconnessa, emotivamente polarizzata, dipendente da infrastrutture digitali, attraversata da flussi informativi globali e sempre più esposta a contenuti sintetici e operazioni di influenza.

Dall’infosfera all’ecologia della minaccia

Lo scenario delle minacce convergenti può essere rappresentato come un ecosistema composto da tre livelli.

Attori

Il primo è il livello degli attori: organizzazioni terroristiche, lone actors, violent extremists, criminalità organizzata, cybercriminali, gruppi proxy, attori statali ostili, mercenari digitali, influencer e comunità online. Non condividono obiettivi, ma possono condividere strumenti o entrare in relazioni di opportunità.

Infrastrutture e capability

Il secondo è il livello di infrastrutture e capability: social media, encrypted messaging, gaming spaces, alt-platforms, dark web, crypto, AI, bot, deepfake, UAS, 3D printing, data brokerage, exploit, malware, service providers e mercati as-a-service. Queste tecnologie sono quasi sempre dual-use: la loro pericolosità dipende dal contesto di impiego e dalla combinazione con altri fattori.

Effetti

Il terzo è il livello degli effetti: polarizzazione, perdita di fiducia, mobilitazione, weaponizzazione, reclutamento, acquisizione di capability, finanziamento, vittimizzazione, coercizione, disruption, violenza fisica e destabilizzazione. Qui terrorismo, criminalità, FIMI e hybrid threats possono produrre effetti cumulativi pur restando fenomeni distinti.

Tale lettura consente di comprendere perché una campagna FIMI possa non essere terroristica, ma alimentare polarizzazione sfruttabile da estremisti; perché un network criminale possa vendere servizi utili a terroristi; perché un gruppo nichilistico possa incorporare simboli accelerationistici senza divenire un’organizzazione politica; perché un minore possa essere contemporaneamente vittima di coercizione e autore di violenza; perché un evento geopolitico possa essere sfruttato contemporaneamente da attori con ideologie opposte.

È questo il passaggio dall’infosfera all’ecologia della minaccia.

Sicurezza cyber-sociale, verso l’ecosystem intelligence

Se il problema è ecosistemico, la risposta non può limitarsi alla rimozione di contenuti. Il content moderation resta indispensabile per ridurre la circolazione di materiale terroristico e violent extremist, ma l’esperienza dell’ultimo decennio mostra la resilienza delle reti: migrazione fra piattaforme, mirror, alt-tech, siti terrorist-operated, archivi, repost, codici visivi, meme e contenuti apparentemente borderline. L’ibridazione delle minacce cyber-sociali, in cui contenuti terroristici ed estremistico-violenti, CSAM, image-based sexual abuse, disinformazione e MUAI possono intersecarsi.

La frammentazione delle piattaforme produce inoltre un problema di osservabilità. Più l’ecosistema si distribuisce fra servizi grandi e piccoli, pubblici e chiusi, cifrati e decentralizzati, più l’analisi rischia di vedere soltanto frammenti. La risposta non può essere una sorveglianza indiscriminata, ma una migliore capacità di collegare segnali eterogenei: contenuti, comportamenti, migrazioni di account, pattern finanziari, contatti, acquisizione di capability e cambiamenti improvvisi nella modalità di interazione.

È qui che OSINT e intelligence devono evolvere da raccolta di contenuti a ecosystem intelligence. Il contenuto rimane importante, ma conta anche il percorso: da dove proviene, chi lo traduce, chi lo amplifica, in quale community viene reinterpretato, quali altri servizi vengono utilizzati, quali connessioni esistono con spazi criminali o con campagne di manipolazione. Una stessa immagine può essere propaganda in un contesto, meme ironico in un altro e segnale di appartenenza in un terzo. Senza contesto, la detection produce rumore; senza diritti e proporzionalità, produce sfiducia. Tale evoluzione rispecchia le raccomandazioni formulate nel 2016.45

Lo scenario: destabilizzazione endemica

Nel 2001 il terrorismo globale dimostrò che un attacco fisico poteva produrre effetti cognitivi, politici ed economici planetari. Nel 2026 il problema è divenuto più ampio, non è più necessario un unico evento spettacolare per generare destabilizzazione. La pressione può essere persistente, distribuita, cumulativa e multimodale. Una campagna FIMI può erodere fiducia senza produrre violenza. Una community accelerationista può radicalizzare senza impartire ordini. Un network nichilistico può produrre vittime e autori senza un progetto politico coerente. Un gruppo criminale può vendere capacità. Un chatbot o un profilo sintetico possono personalizzare un’interazione. Un attore terroristico può appropriarsi di tutto ciò selettivamente.

Per questo il concetto di sicurezza cyber-sociale diventa più ampio della cybersecurity e più rappresentativo della semplice “sicurezza online”. La superficie d’attacco è tecnica, ma anche socio-cognitiva, relazionale, identitaria e sociale. La resilienza non può quindi essere affidata soltanto a firewall, takedown o intelligence. Richiede capacità critica, alfabetizzazione mediale, protezione dei minori, fiducia istituzionale, cooperazione intersettoriale e una cultura dell’evidenza capace di non scambiare il dissenso per estremismo né la previsione per certezza.

Note

1. Arije Antinori, “Shahada e suicide-bombing: Fenomenologia del terrorismo suicida” (Roma: Edizioni Nuova Cultura, 2007), 69–72, 84–92.

2. Arije Antinori, “Weaponizzazione mediale. Dal terrorismo internazionale alla digitalizzazione del neo-terrorismo,” in *Profili di criminologia e comunicazione*, a cura di Gemma Marotta (Milano: FrancoAngeli, 2014), 169–194.

3. Arije Antinori, “Propaganda estremistica sul Web e radicalizzazione violenta,” relazione, Camera dei Deputati, Roma, 15 giugno 2017.

4. Arije Antinori, “La ‘mediamorfosi’ del terrorismo jihadista tra iconoclastia e stato sociale,” *Federalismi.it* 17 (2015): 2–17; Arije Antinori, “Cyber-jihad. Weaponizzazione mediale ed avatarismo terroristico,” *Safety & Security* (2015).

5. Arije Antinori, “Propaganda estremistica sul Web e radicalizzazione violenta,” 2017.

6. Arije Antinori, “Remarks at the Special Meeting of the United Nations Security Council Counter-Terrorism Committee on ‘Preventing the Exploitation of Information and Communication Technologies (ICT) for Terrorist Purposes, While Respecting Human Rights and Fundamental Freedoms,’” United Nations Headquarters, New York, 30 novembre 2016, 1–2.

7. Ibid., 2–5.

8. Ibid., 6–8.

9. Arije Antinori, “Terrorism in the Early ‘Onlife’ Age: From Propaganda to ‘Propulsion,’” in *Terrorism and Advanced Technologies in Psychological Warfare* (New York: Nova Science Publishers, 2020).

10. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2020* (The Hague: Europol, 2020), https://www.europol.europa.eu/publications-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-te-sat-2020.

11. United Nations Security Council Counter-Terrorism Committee Executive Directorate (CTED), *Member States Concerned by the Growing and Increasingly Transnational Threat of Extreme Right-Wing Terrorism*, Trends Alert, July 2020, https://www.un.org/securitycouncil/ctc/.

12. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2021* (The Hague: Europol, 2021), https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2021-te-sat.

13. Ibid.

14. INTERPOL, “Terrorist Groups Using COVID-19 to Reinforce Power and Influence,” 2020, https://www.interpol.int/; UN CTED, “The Impact of the COVID-19 Pandemic on Terrorism, Counter-terrorism and Countering Violent Extremism,” 2020.

15. Canadian Security Intelligence Service (CSIS), *Public Report 2022*, sezione “Ideologically Motivated Violent Extremism,” https://www.canada.ca/en/security-intelligence-service/.

16. U.S. Department of Homeland Security, *Homeland Threat Assessment 2024* (Washington, DC: DHS, 2023), https://www.dhs.gov/.

17. UK Home Office, *CONTEST: The United Kingdom’s Strategy for Countering Terrorism 2023* (London: Home Office, 2023), https://www.gov.uk/government/publications/counter-terrorism-strategy-contest-2023.

18. Matthew Kriner and Bjørn Ihler, “Analysing Terrorgram Publications: A New Digital Zine,” GNET, 12 settembre 2022, https://gnet-research.org/.

19. International Centre for the Study of Radicalisation, *The Incel Subculture*, GNET, 26 luglio 2024, https://gnet-research.org/.

20. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2023* (The Hague: Europol, 2023), https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2023-te-sat.

21. Ibid.

22. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2024* (The Hague: Europol, 2024), https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2024-eu-te-sat.

23. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2025* (The Hague: Europol, 2025), https://www.europol.europa.eu/publication-events/main-reports/european-union-terrorism-situation-and-trend-report-2025-eu-te-sat.

24. Ibid.

25. Arije Antinori, “The ‘Swarm Wolf’: Understanding to Prevent the Evolution of Terror,” in *Identification of Potential Terrorists and Adversary Planning: Emerging Technologies and New Counter-Terror Strategies* (Amsterdam: IOS Press, 2017), 51–59.

26. Europol, *European Union Terrorism Situation and Trend Report 2026* (The Hague: Europol, 2026), https://www.europol.europa.eu/.

27. Europol, “Europol-led Action against Nihilistic Violent Extremist Network ‘The Com’,” 24 luglio 2026, https://www.europol.europa.eu/.

28. EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, “Nihilistic Extremism in the Digital Age,” 2026, https://home-affairs.ec.europa.eu/; GNET/GIFCT, *Beyond Extremism: Platform Responses to Online Subcultures of Nihilistic Violence* (2026).

29. Paul Gill, John Horgan, and Paige Deckert, “Bombing Alone: Tracing the Motivations and Antecedent Behaviors of Lone-Actor Terrorists,” *Journal of Forensic Sciences* 59, no. 2 (2014): 425–435; Paul Gill et al., “Terrorist Use of the Internet by the Numbers,” *Criminology & Public Policy* 16, no. 1 (2017): 99–117.

30. Polizia di Stato, “La Polizia di Stato esegue 22 perquisizioni nei confronti di giovani evidenziatisi in contesti estremisti di matrice suprematista, accelerazionista, antagonista e jihadista,” 31 luglio 2025, https://questure.poliziadistato.it/.

31. Polizia di Stato, “Eseguita nei confronti di un 16enne la misura cautelare del collocamento in comunità per radicalizzazione suprematista, neonazista e jihadista,” 2 settembre 2026, https://questure.poliziadistato.it/.

32. Antinori, “Remarks at the Special Meeting,” 5.

33. Financial Action Task Force (FATF), *Crowdfunding for Terrorism Financing* (Paris: FATF, 2023), https://www.fatf-gafi.org/; Europol, *EU TE-SAT 2025*.

34. Don Rassler, *The Islamic State and Drones: Supply, Scale, and Future Threats* (West Point, NY: Combating Terrorism Center, 2018); UNOCT and Conflict Armament Research, *Global Report on the Acquisition, Weaponization, and Deployment of Unmanned Aircraft Systems (UAS)* (New York: United Nations, 2024).

35. Yannick Veilleux-Lepage, “Printing Terror: An Empirical Overview of the Use of 3D-Printed Firearms by Right-Wing Extremists,” *CTC Sentinel* 17, no. 6 (2024); Europol, *EU TE-SAT 2024*.

36. Europol, *EU TE-SAT 2026*; INTERPOL, *Global Financial Fraud Threat Assessment 2026*, https://www.interpol.int/.

37. Arije Antinori, “Malicious Use of Artificial Intelligence (MUAI): L’uso malevolo dell’intelligenza artificiale nell’ecosistema cyber-sociale,” *Sicurezza e scienze sociali* 13, no. 2 (2025): 29–40.

38. Tech Against Terrorism, “Facing the Online Terrorist Threat in 2024,” 28 gennaio 2024, https://techagainstterrorism.org/; GIFCT, *Artificial Intelligence: Threats, Opportunities, and Policy Frameworks for Countering VNSAs* (2025), https://gifct.org/.

39. European External Action Service (EEAS), *2nd Report on Foreign Information Manipulation and Interference Threats* (Brussels: EEAS, 2024) e *4th EEAS Annual Report on FIMI Threats* (2026), https://www.eeas.europa.eu/.

40. SGDSN/VIGINUM, “L’état de la menace informationnelle,” 15 maggio 2026, https://www.sgdsn.gouv.fr/.

41. NATO Allied Command Transformation, “Cognitive Warfare,” https://www.act.nato.int/activities/cognitive-warfare/.

42. G7 Interior and Security Ministers, “Communiqué,” ottobre 2024, sezione “Hybrid threats including foreign information manipulation and interference (FIMI).”

43. Tech Against Terrorism, *Hybridisation of Online Threats* (2025), https://techagainstterrorism.org/.

44. European Commission, EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, *Digital P/CVE for First-Line Practitioners* (2025), https://home-affairs.ec.europa.eu/.

45. Antinori, “Remarks at the Special Meeting,” 6–7.

Bibliografia

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