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Guerra ibrida nel Mar Nero, cosa insegnano gli attacchi coi droni ai mercantili


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L’attacco con droni nella ZEE bulgara segna un salto di soglia nel Mar Nero: due mercantili colpiti, un equipaggio disperso e una difesa costiera chiamata a misurarsi con una minaccia ormai arrivata sulle rotte commerciali di un Paese NATO

Pubblicato il 8 ott 2026

Francesco Borgese

Ufficiale Esercito italiano



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Alle tre di notte del 6 ottobre l’equipaggio del traghetto bulgaro Dioscuria vede un’esplosione su una nave in lontananza, a est di Capo Sv. Atanas. Il comandante cambia rotta e si dirige sul punto. Quando arriva, della general cargo Alfa Watan, bandiera del Togo, diretta al porto romeno di Sulina, restano una lancia di salvataggio capovolta e alcuni giubbotti che galleggiano. Dell’equipaggio nessuna traccia.

Poco distante brucia la Able, bandiera di Palau, carica di grano e diretta a sud. I suoi diciotto marittimi, undici turchi e sette indiani, hanno già abbandonato la nave. Il Dioscuria li recupera tutti; due sono feriti gravi, uno con ustioni e uno alla testa, e verranno trasferiti a Varna da un’unità della Marina militare.

A colpire, ha detto poche ore dopo il primo ministro Rumen Radev, sono stati droni aerei e droni di superficie. Il punto dell’attacco si trova circa 70 miglia nautiche al largo di Byala, nel distretto di Varna, dentro la Zona Economica Esclusiva bulgara. È la prima volta che il naviglio mercantile viene attaccato nelle acque economiche di un Paese membro della NATO e dell’Unione europea. Radev ha parlato di un attacco “assolutamente inaccettabile” e di una violazione flagrante del diritto marittimo. Non ha detto chi lo abbia condotto.

L’attacco con droni nella ZEE bulgara e i precedenti regionali

L’attacco di Byala non è un fulmine a ciel sereno. Appena ventiquattro ore prima, il 5 ottobre, un mercantile di armatore turco carico di grano ucraino diretto in Italia era stato colpito da un drone ed era affondato dopo un incendio nella ZEE romena: due morti, undici superstiti. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha attribuito quell’attacco a due droni russi. Lo stesso 6 ottobre, al largo di Odessa, un drone ha centrato una nave con bandiera delle Isole Marshall carica di olio di colza, causando un morto e sette feriti.

È l’ultima fase di una guerra marittima che nel 2026 si è spostata progressivamente verso ovest. Kyiv colpisce raffinerie, depositi e petroliere della cosiddetta flotta ombra, anche in acque turche, per erodere la rendita energetica russa. Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre il sindaco di Mosca ha riferito di 650 droni lanciati verso la capitale. Mosca risponde colpendo i porti ucraini e le navi che trasportano grano e merci da e verso l’Ucraina. Dopo la saturazione di Odessa il traffico si è riorientato sui porti danubiani di Reni e Izmail e sullo scalo romeno di Costanza. La pressione militare lo ha seguito.

Così, nel corso dell’estate, le acque di Romania e Bulgaria sono diventate un ambiente sempre più affollato di vettori armati. Il 20 agosto un F-16 romeno ha distrutto con il cannone di bordo un drone di superficie carico di esplosivo a poche centinaia di metri dalla piattaforma Neptun Alpha: era il primo ingaggio a fuoco contro un drone nella storia militare romena. Il 27 agosto la PROGRESS IV, partita da Reni, è affondata nella ZEE romena dopo aver segnalato un colpo. Con Byala la linea si è spostata ancora più a sud.

I segnali ignorati prima dell’attacco nelle acque bulgare

Per la Bulgaria l’avvertimento era arrivato da tempo, e in più forme. L’8 agosto un drone con una carica esplosiva consistente è entrato dalla Romania ed è esploso in un campo vicino al valico di Kardam, a ridosso del gasdotto Trans-Balcanico. Radev ammise allora che né i radar bulgari né quelli romeni lo avevano visto arrivare. Il Ministero della Difesa lo identificò come un probabile drone esca ucraino di tipo “Maya” e ne escluse l’intenzionalità.

Sofia convocò comunque l’ambasciatore di Kyiv e annunciò lo spostamento di truppe e sistemi anti-drone verso i confini. Restava un dato difficile da ignorare: un ordigno armato aveva attraversato lo spazio aereo di due alleati senza essere tracciato.

Nel frattempo la costa si era trasformata nella discarica del conflitto. Da maggio i genieri della Marina hanno gestito decine di ritrovamenti: un drone da ricognizione sulla spiaggia di Byala, un altro fatto brillare in mare a sette miglia da Kranevo, oggetti in tre località a metà agosto. Fra questi c’è un velivolo spiaggiato a Primorsko che fonti specializzate bulgare hanno identificato come russo. A fine agosto, con il vento di nord-est, ne sono arrivati a riva circa sei in pochi giorni, tra Kabakum, Pasha Dere, Kamchia e Pomorie. Le spiagge della Riviera venivano cordonate in piena stagione turistica.

Il 4 ottobre, due giorni prima dell’attacco, due elicotteri Cougar con specialisti della Marina hanno localizzato a 40 miglia da Capo Shabla la Emil. È un mercantile colpito da un drone nella regione di Odessa il 5 agosto, abbandonato dall’equipaggio e trascinato dalle correnti dalla ZEE romena verso quella bulgara. Un relitto senza governo su una rotta commerciale, segnalato ai naviganti con un avviso urgente.

Per mesi, insomma, Sofia ha affrontato la guerra alle porte come un problema di bonifica e di protezione civile: artificieri, cordoni sulle spiagge, avvisi ai naviganti. Il 6 ottobre ha imposto di trattarla come un problema di difesa.

Droni aerei e navali nell’attacco al largo della Bulgaria

Il dettaglio che più colpisce gli addetti ai lavori è quello che Radev ha consegnato quasi di passaggio: l’impiego combinato di droni aerei e di superficie. Se l’analisi dei rottami lo confermerà, non si tratta del colpo opportunistico di un singolo drone d’attacco a lungo raggio. È un’operazione con una sua architettura.

Le capacità necessarie per colpire

Colpire di notte due mercantili in movimento a 70 miglia dalla costa richiede almeno quattro capacità. Serve anzitutto un quadro aggiornato del traffico: il segnale AIS commerciale aiuta, ma può essere spento o falsificato e va integrato da ricognizione aerea o satellitare. Servono poi vettori con autonomia sufficiente: per un drone di superficie significa transitare per centinaia di chilometri da qualunque costa ostile, oppure partire da un’unità madre in mare. A quella distanza serve un collegamento per la guida terminale, satellitare o tramite ripetitore aereo, perché la linea di vista radio da terra non arriva. E serve la capacità di riconoscere il bersaglio giusto fra navi molto simili, al buio.

Gli effetti sulle navi e i limiti della difesa

Anche gli effetti raccontano qualcosa. Una nave è affondata rapidamente, l’altra ha preso fuoco ma è rimasta a galla. È un esito compatibile con impatti diversi: in prossimità della linea di galleggiamento, tipico di un drone navale, e sulle sovrastrutture, tipico di un drone aereo. L’ipotesi resta da verificare. Pesa anche l’età delle unità: il numero IMO dell’ALFA WATAN rimanda a una costruzione degli anni Settanta, con standard di compartimentazione e di stabilità in avaria lontani da quelli attuali.

Per chi difende, è una minaccia scomoda su ogni piano. Un drone di superficie lento e basso sull’acqua si confonde nel riverbero radar del mare. Un drone aereo a quota di cresta d’onda sfugge ai radar costieri oltre l’orizzonte, che per un sensore installato a 30–40 metri di quota si ferma a poche decine di miglia. Nelle stesse acque galleggiano relitti, droni alla deriva di entrambi i belligeranti, pescherecci: i falsi allarmi sono frequenti e il tempo per decidere è breve.

Quanto all’ingaggio, abbattere un drone con il cannone di un F-16, come ha fatto la Romania, funziona ma non è sostenibile su larga scala, e i missili sono sproporzionati per costo.

Il campo di battaglia ucraino ha già indicato la soluzione: sorveglianza persistente, intercettori economici, protezione passiva degli obiettivi di valore. Oggi la Bulgaria non dispone in forma matura di nessuno di questi strati.

Lo conferma un dettaglio della mattina del 6 ottobre: per la ricognizione sull’area è stato inviato un Su-25, un aereo d’attacco al suolo, in mancanza di pattugliatori marittimi.

Chi può aver condotto l’attacco con droni in Bulgaria

Al momento nessun governo ha formulato un’attribuzione ufficiale. Reuters ha riportato la valutazione preliminare di una fonte della sicurezza marittima, rimasta anonima, che indica un probabile coinvolgimento russo; alcuni media bulgari, citando proprie fonti, parlano di droni russi. La NATO ha rinviato ogni domanda alle autorità di Sofia.

Gli indizi sui bersagli e l’ipotesi russa

In attesa delle prove, il profilo dei bersagli è l’indizio più eloquente. La Able trasportava grano verso sud, cioè seguiva il flusso tipico delle esportazioni ucraine. L’Alfa Watan puntava su Sulina, imbocco del corridoio danubiano. Entrambe, dunque, erano legate alla via commerciale che Mosca colpisce sistematicamente come ritorsione per gli attacchi alle sue infrastrutture energetiche. La contiguità con l’affondamento del 5 ottobre rafforza l’idea di una campagna più che di un episodio. È l’ipotesi oggi più solida, anche se non certa.

Perché l’ipotesi ucraina regge meno

L’ipotesi ucraina regge meno. Kyiv dispone dei droni navali più maturi del teatro e ha già colpito petroliere della flotta ombra in acque terze. Le bandiere di comodo di Togo e Palau, frequenti anche fra le navi che aggirano le sanzioni, potrebbero suggerire un bersaglio di quel tipo. Ma colpire una nave che esporta grano contraddirebbe l’interesse primario ucraino, che è tenere aperto il corridoio, ed esporrebbe Kyiv a un costo politico enorme con Sofia e Ankara. Lo scenario cambierebbe solo se emergessero legami dell’Alfa Watan con la logistica russa.

L’errore o la deriva spiegano male due colpi coordinati su bersagli distinti nella stessa notte. Un’operazione sotto falsa bandiera non trova al momento alcun indicatore.

Il punto debole dell’ipotesi russa è proprio la componente di superficie: la produzione e la dottrina russe sui droni navali d’attacco sono molto meno documentate di quelle ucraine. Dopo quasi tre anni di confronto nel Mar Nero, però, l’imitazione delle tattiche avversarie è più che plausibile.

Le risposte arriveranno da quattro elementi: l’analisi forense dei rottami, con motori, elettronica e componentistica occidentale o cinese; le tracce radar e di guerra elettronica raccolte dagli alleati; il manifesto di carico e la storia commerciale dell’Alfa Watan; le testimonianze dei diciotto marittimi della Able. La prudenza è d’obbligo: a Kardam il drone si rivelò ucraino, mentre nel caso di Neptun Deep Bucarest accusò Mosca dopo la smentita di Kyiv.

ZEE bulgara, la zona grigia del diritto marittimo

Scelto o meno a tavolino, il luogo dell’attacco è giuridicamente ideale per chi lo ha condotto. La Zona Economica Esclusiva non è territorio sovrano. La Convenzione ONU sul diritto del mare riconosce allo Stato costiero diritti sulle risorse e una giurisdizione funzionale su installazioni e ambiente, mentre lascia a tutti la libertà di navigazione e di sorvolo. Gli obblighi di Sofia sono anzitutto di soccorso e di tutela ambientale. Radev lo ha detto esplicitamente: lo Stato deve salvare chiunque navighi nella sua zona, chiunque sia il responsabile. Ora le autorità monitorano anche il rischio di sversamenti dal relitto.

Se l’autore è uno Stato belligerante, entra in gioco il diritto della guerra navale. Una nave mercantile, anche neutrale, può diventare un obiettivo militare legittimo solo se contribuisce in modo effettivo all’azione militare, per esempio trasportando materiale bellico. Il grano non rientra in questa categoria; il carico dell’ALFA WATAN, invece, non è noto. Restano in ogni caso gli obblighi di distinzione, proporzionalità e precauzione, compreso il soccorso dei naufraghi, che un attacco notturno con droni rende di fatto impossibile all’attaccante.

Gli articoli 4 e 5 della NATO

E la NATO? L’articolo 5 del Trattato di Washington, allo stato dei fatti, non si applica. L’articolo 6 definisce l’attacco rilevante come quello contro territorio, forze, navi o aerei degli Stati membri, mentre le due navi battevano bandiera togolese e palayana e nessun assetto bulgaro è stato toccato. Resta invece pienamente disponibile l’articolo 4, la richiesta di consultazioni quando la sicurezza di un alleato è minacciata. La Polonia lo ha invocato dopo l’incursione di droni russi del settembre 2025, e un attacco con vittime a 70 miglia dalla costa bulgara rientra senza forzature nella definizione. La decisione di invocarlo, però, è politica.

Il vincolo della Convenzione di Montreux

C’è infine un vincolo che pesa su ogni risposta navale: la Convenzione di Montreux. Dall’inizio della guerra la Turchia applica le restrizioni sul transito delle unità da guerra dei belligeranti, e per le Marine non rivierasche valgono limiti di tonnellaggio e di permanenza. Di fatto la sicurezza del Mar Nero occidentale ricade sulle tre Marine NATO che vi si affacciano: turca, romena e bulgara.

La risposta di Sofia all’attacco nelle sue acque economiche

La risposta bulgara va letta alla luce di un quadro politico profondamente cambiato. Dopo sette elezioni in quattro anni, il voto di aprile ha consegnato una larga maggioranza all’ex presidente Radev, che buona parte della stampa internazionale descrive come vicino a Mosca. Il suo governo ha annunciato lo stop alle forniture d’armi a Kyiv, dopo che la Bulgaria era stata uno dei principali fornitori di munizioni di standard sovietico. Secondo alcune fonti ha anche bloccato l’inserimento del patriarca Kirill nelle sanzioni europee. Appena il 1° ottobre il premier aveva avvertito che Putin dispone di una “carta nucleare”.

Sul piano formale, la condanna dell’attacco è stata netta. Manca però un nome. È una prudenza che può dipendere dal rigore istruttorio, ma anche dalla riluttanza ad accusare Mosca, e saranno i prossimi giorni a dire quale delle due prevalga. Intanto il tema è entrato nella campagna per le presidenziali, che vede la presidente uscente Iliana Yotova nettamente in testa: 44,5% contro il 26,1% di Andrei Gyurov nell’ultimo sondaggio Alpha Research. Le opposizioni accusano Yotova di non aver ancora convocato il Consiglio consultivo per la sicurezza nazionale.

Pesa anche l’opinione pubblica. La costa del Mar Nero è il cuore dell’economia turistica e portuale del Paese, da Varna a Burgas. Un’estate di spiagge cordonate e ora un affondamento a poche ore di navigazione rendono la questione concreta per gli elettori, qualunque sia il loro orientamento geopolitico.

Il rischio, visto da Bruxelles, non è che Sofia si sottragga alla cooperazione: la Bulgaria resta integrata nella struttura militare alleata e ospita una presenza multinazionale sul proprio suolo. Il rischio è la lentezza: un’attribuzione rinviata, nessuna richiesta di consultazioni, la preferenza per un canale bilaterale con Ankara invece che per quello atlantico. In una strategia di pressione per gradi, l’esitazione del bersaglio viene letta da chi attacca come un via libera.

NATO e difesa del Mar Nero dopo l’attacco in Bulgaria

La prima reazione della NATO, un rinvio alle autorità nazionali, è formalmente ineccepibile ma strategicamente fragile. Dopo le incursioni di droni in Polonia del settembre 2025, l’Alleanza ha dimostrato di saper rafforzare in fretta la difesa aerea del fianco orientale. Il Mar Nero è rimasto in buona parte fuori da quello sforzo, anche per i vincoli di Montreux. Lo strumento più vicino a una cornice di sicurezza regionale è il gruppo di contromisure mine creato nel 2024 da Turchia, Romania e Bulgaria per bonificare le rotte commerciali. Ma è pensato per mine alla deriva, non per vettori d’attacco in movimento.

La lezione di Byala è che la sorveglianza persistente adottata sul fianco terrestre va estesa al mare, con ricognizione aerea alleata, condivisione in tempo reale del quadro di situazione e regole d’ingaggio comuni contro i droni di superficie.

Bruxelles si è mossa sul piano politico. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito gli sviluppi “preoccupanti”. Il giorno prima la Commissione aveva annunciato 130 milioni di euro aggiuntivi per le capacità di droni e contro-droni degli Stati membri, e valuta nuove restrizioni ai diplomatici russi per contrastare le minacce ibride. Per Sofia, però, il contributo più utile potrebbe venire dai servizi di sorveglianza marittima satellitare e con droni di Frontex e dell’Agenzia europea per la sicurezza marittima.

Le capacità che mancano alla Bulgaria

Il nodo vero sono le capacità nazionali. La Marina bulgara schiera poche unità maggiori, in larga parte acquistate di seconda mano, affiancate da due pattugliatori di nuova costruzione. Non dispone di velivoli da pattugliamento marittimo dedicati. L’Aeronautica è in piena transizione verso gli F-16 Block 70, ancora in fase di consegna. I radar costieri vedono poco oltre l’orizzonte, e il caso Kardam ha dimostrato i limiti della copertura a bassa quota anche sulla terraferma.

Le priorità sono chiare: droni da sorveglianza a lunga autonomia, sensori sulle piattaforme offshore, armi navali a tiro rapido con munizionamento programmabile, elicotteri armati e intercettori senza pilota, cioè risposte a basso costo per una minaccia a basso costo.

Il costo economico dell’insicurezza marittima

Poi c’è il conto economico, che rischia di arrivare prima di qualsiasi decisione militare. Se il mercato assicurativo londinese estenderà le aree a rischio guerra alle ZEE bulgara e romena, i premi crescerebbero su tutte le rotte verso Varna, Burgas, Costanza e i porti del Danubio, con effetti diretti sulla competitività degli scali alleati e indiretti sul corridoio del grano ucraino. Ed è probabilmente questo uno degli obiettivi di chi ha colpito: rendere il transito costoso, prima ancora che pericoloso.

Droni nella ZEE bulgara, gli scenari dei prossimi mesi

Nei prossimi tre mesi lo scenario più probabile è la persistenza: attacchi intermittenti contro mercantili con bandiere di comodo legati al corridoio ucraino, nelle ZEE romena e bulgara. È la forma di pressione che massimizza il danno economico e riduce al minimo il rischio di una reazione collettiva, perché le bandiere di Togo, Palau o Panama fanno da schermo giuridico.

Meno probabile, ma tutt’altro che remota, è un’escalation orizzontale: navi di bandiera o armatore alleato, infrastrutture offshore come Neptun Deep o i blocchi esplorativi bulgari, attacchi più vicini alle acque territoriali. Potrebbe innescarla una nuova ondata di attacchi ucraini contro l’industria energetica russa.

La terza strada, la più stretta, passa per la mediazione turca: un accordo di sicurezza sulla navigazione civile nel Mar Nero che Ankara sta cercando di costruire.

I segnali da seguire

Per capire quale traiettoria prevarrà, alcuni segnali andranno seguiti con attenzione. Il primo è l’esito dell’analisi forense e il linguaggio con cui Sofia lo comunicherà.

Poi la convocazione del Consiglio per la sicurezza nazionale e un’eventuale richiesta di consultazioni alleate; l’arrivo di ricognizione aerea NATO e di sistemi anti-drone in Bulgaria e Romania; le decisioni degli assicuratori sulle aree a rischio guerra; l’andamento del traffico sulla rotta tra Sulina e il Bosforo. Infine, la comparsa di droni di superficie entro le 12 miglia delle acque territoriali o vicino alle piattaforme.

Il 6 ottobre il Mar Nero occidentale ha perso lo status implicito di retrovia sicura della guerra russo-ucraina. Non per un singolo attacco, ma per una sequenza che in dieci giorni ha prodotto due affondamenti nelle acque di due alleati, e per la constatazione che quelle acque sono difese con strumenti pensati per la bonifica, non per l’interdizione. L’attacco al largo di Byala è un test di soglia, e la risposta o la sua assenza dirà a chi l’ha condotto fin dove può spingersi la prossima volta.

Per una Bulgaria politicamente in bilico e per un’Alleanza attenta a non allargare il conflitto, la tentazione di archiviarlo come un incidente sarà forte. Sarebbe un errore destinato a costare sempre di più.

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