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Oltre le guerre ibride: come funzionano le guerre diffuse



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Le guerre diffuse descrivono un conflitto che non “scoppia” e non “finisce”, ma si distribuisce nella normalità e la degrada. Non è solo una combinazione di strumenti diversi: cambia la grammatica stessa della guerra, perché il fronte si dissolve e l’attacco si confonde con i flussi che tengono in piedi società, economie e istituzioni

Pubblicato il 4 feb 2026

Alessandro Curioni

Fondatore di DI.GI Academy, specializzato in Information Security & Cybersecurity – Data Protection



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CIA e AI; Ai cybersecurity




Il nostro immaginario della guerra continua a essere ancorato a rappresentazioni relativamente stabili: fronti contrapposti, confini attraversati, dichiarazioni ufficiali, una linea temporale che separa il prima dal dopo.

Anche quando parliamo di “guerre ibride”, l’idea di fondo resta quella di un conflitto riconoscibile, che combina strumenti diversi (militari, economici, informativi), ma conserva una struttura leggibile: cambiano i mezzi, non la grammatica.

Le guerre diffuse rompono proprio questa grammatica. Non sono una versione più sofisticata delle guerre ibride, né la loro naturale evoluzione: sono un cambio di paradigma. La loro caratteristica distintiva non è la varietà degli strumenti impiegati, ma la dissoluzione del fronte, la dispersione del conflitto nello spazio sociale e la sua capacità di operare senza mai presentarsi come guerra nel senso classico del termine.

Guerre diffuse e normalità: il conflitto dentro le infrastrutture

Una guerra diffusa non ha un teatro operativo privilegiato: non si combatte “là”, mentre la vita continua “qui”.

Si svolge dentro le infrastrutture che rendono possibile la normalità: reti energetiche, catene logistiche, sistemi finanziari, flussi informativi, apparati amministrativi. È una guerra che non chiede mobilitazione, ma adattamento continuo: non sospende la normalità, piuttosto la utilizza come veicolo.

Che cosa cambia rispetto alla guerra “riconoscibile”

La differenza tra la guerra ibrida e quella diffusa è sottile, ma decisiva.

La prima presuppone ancora un centro, un soggetto riconoscibile che orchestra la combinazione dei mezzi. La seconda, invece, frammenta il conflitto in una costellazione di azioni minime, spesso ambigue, difficilmente attribuibili come atti ostili in senso pieno: non punta allo shock, ma all’erosione; non cerca la vittoria rapida, ma l’instabilità prolungata.

La soglia che scompare: tempi, attribuzione e zone grigie

In una guerra diffusa non esiste un momento chiaro in cui “si entra in guerra”.

Il conflitto si insinua gradualmente, sfruttando zone grigie giuridiche, sovrapposizioni di competenze, ritardi decisionali. È proprio questa ambiguità a renderlo efficace: se non si è certi di essere sotto attacco, la risposta è tardiva, frammentaria, spesso inadeguata. Intanto la soglia della reazione si alza, mentre l’azione ostile continua a produrre effetti.

Il bersaglio non è soltanto lo Stato inteso come apparato politico-militare, ma l’intero ecosistema che lo sostiene. Imprese, cittadini, infrastrutture civili, fiducia collettiva diventano elementi di un campo di battaglia distribuito. La distinzione tra civile e militare, già fragile nelle guerre moderne, perde progressivamente rilevanza operativa: non perché venga negata in linea di principio, ma perché non è più utilizzabile come criterio di difesa.

Guerre diffuse come attrito sistemico: perché la complessità diventa fragilità

Le guerre diffuse sono guerre di attrito sistemico che operano sul lungo periodo.

Accumulano effetti minimi ma persistenti e sfruttano la complessità delle società avanzate come punto di vulnerabilità. Più un sistema è interconnesso, efficiente, ottimizzato, più è sensibile a perturbazioni distribuite. Ciò che in un contesto meno complesso sarebbe un incidente, in un sistema altamente integrato può diventare un moltiplicatore di instabilità.

Un altro tratto distintivo delle guerre diffuse è la loro capacità di mimetizzarsi con la normalità: non interrompono i flussi, ma li deviano. Non distruggono apertamente: degradano.

Il conflitto non si manifesta come evento eccezionale, ma come una sequenza di disfunzioni, rallentamenti, anomalie che, prese singolarmente, sembrano gestibili. Nel loro insieme, però, producono una perdita di controllo.

Quando il conflitto diventa condizione

In questo senso, la guerra diffusa non è solo una modalità di conflitto, ma una condizione.

Non richiede una dichiarazione formale, né un riconoscimento reciproco tra avversari: le basta essere praticata. Proprio l’assenza di una soglia simbolica chiara la rende così difficile da nominare e, quindi, da contrastare.

Se la guerra tradizionale era una sospensione dell’ordine e quella ibrida una sua deformazione, la guerra diffusa è la sua erosione permanente. Non arriva all’improvviso e non finisce con un trattato: riduce progressivamente la capacità di un sistema di riconoscere, interpretare e governare ciò che gli accade. Quando ce ne accorgiamo, il conflitto è già diventato ambiente.

Il digitale nelle guerre diffuse: uno strato che distribuisce il conflitto

È all’interno del quadro delle guerre diffuse che quella cyber trova la sua collocazione reale.

Non come un “nuovo dominio” accanto a terra, mare, aria e spazio, ma come uno strato trasversale che attraversa e amplifica tutti gli altri. Parlare di cyberwar come di un ambito separato rischia di essere fuorviante, perché suggerisce l’esistenza di un fronte specifico, di una zona delimitabile del conflitto. Nelle guerre diffuse, invece, il digitale non è un luogo: è il mezzo attraverso cui il conflitto si distribuisce.

La guerra cyber non introduce il conflitto nella società digitale: è la società digitale che rende possibile una forma di guerra continua, a bassa intensità apparente e ad alta persistenza.

Il digitale fornisce al conflitto una caratteristica inedita: la capacità di operare simultaneamente su più piani, senza richiedere una sincronizzazione visibile. Un’azione cyber può restare latente per mesi, integrarsi nei sistemi, raccogliere informazioni, preparare condizioni di vulnerabilità e attivarsi solo quando il contesto lo rende più efficace. In molti casi, quando l’attacco diventa visibile, il danno è già avvenuto.

Asimmetria e amplificazione: conoscere, colpire, raccontare

In una guerra diffusa, il cyber non serve soltanto a colpire.

Serve a preparare, a testare, a sondare, a misurare i tempi di reazione, la qualità delle difese, il livello di coordinamento tra attori diversi. È uno strumento di conoscenza ostile prima ancora che di distruzione. Questa dimensione esplorativa rende il conflitto particolarmente asimmetrico: chi attacca apprende, chi difende si limita a scoprire.

Il digitale agisce anche come moltiplicatore di effetti. Un’interruzione di servizio, un attacco a una rete logistica, una compromissione di dati non producono solo un danno tecnico: generano conseguenze economiche, reputazionali, politiche.

In un sistema iperconnesso, ogni perturbazione si propaga rapidamente lungo catene di dipendenza spesso invisibili. Un singolo punto di fallimento può produrre effetti sproporzionati rispetto all’azione che lo ha innescato.

La dimensione cognitiva: fiducia e percezioni come bersaglio

Questo effetto di amplificazione riguarda in modo particolare la dimensione cognitiva del conflitto.

Le operazioni cyber si intrecciano naturalmente con la disinformazione, con la manipolazione delle percezioni, con la polarizzazione del dibattito pubblico. Il danno tecnico diventa immediatamente narrazione: qualcuno accusa, qualcuno nega, qualcuno sfrutta l’incertezza.

Il conflitto non si limita a colpire i sistemi: erode la fiducia nella loro affidabilità e, più in generale, nella capacità delle istituzioni di governare ciò che accade.

Continuità pace-conflitto: soglia bassa e ambiguità del “dual use”

Nelle guerre diffuse, il digitale contribuisce anche ad abbassare la soglia dell’azione ostile.

Colpire attraverso il cyber riduce i costi politici immediati, rende più semplice la negazione plausibile, complica l’attribuzione. Questo non elimina il rischio di escalation, ma lo rende più difficile da gestire. Le risposte tendono a essere tardive, frammentarie, spesso sproporzionate rispetto a minacce che non sono mai chiaramente definite come tali.

Un ulteriore elemento critico è la continuità tra pace e conflitto. Nella dimensione cyber non esiste una distinzione netta tra tempo di guerra e tempo di pace.

Le stesse attività che in un contesto sono considerate legittime (monitoraggio, raccolta dati, ottimizzazione dei sistemi), in un altro assumono una valenza ostile. Il concetto di “dual use” nel digitale diventa regola e non eccezione. La guerra diffusa prospera proprio su questa ambiguità funzionale, trasformando la normalità operativa in una risorsa strategica.

Difendere la tenuta del sistema: sicurezza come condizione instabile

Per questo la cyber security non può più essere pensata come una disciplina puramente tecnica.

Difendere i sistemi significa difendere la tenuta complessiva del contesto: economico, sociale, informativo. Ogni vulnerabilità tecnica è anche una vulnerabilità organizzativa, culturale, politica. Ogni attacco riuscito non colpisce solo un’infrastruttura, ma la percezione stessa di controllo.

Il punto decisivo è che il digitale non rende il conflitto più visibile, ma più pervasivo.

Non introduce la guerra nella vita quotidiana: la rende indistinguibile da essa. Le guerre diffuse non si combattono mentre la società osserva: si combattono mentre la società funziona, lavora, comunica. Ed è proprio questa continuità a renderle difficili da riconoscere e, di conseguenza, estremamente efficaci.

Se all’inizio abbiamo visto come la guerra diffusa dissolva il fronte, qui emerge il suo completamento: il digitale dissolve anche la soglia simbolica della guerra.

Non c’è più un momento in cui il conflitto inizia: c’è solo un progressivo adattamento a un ambiente degradato, in cui la sicurezza non è più uno stato, ma una condizione instabile da negoziare continuamente.

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