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Big Tech e rispetto dei valori pubblici: ecco le responsabilità della politica

Nel libro “The Platform Society. Public Values in a Connected Society”, gli autori J. Van Dijck, Th. Powell, M. de Waal, cercano di capire come insinuare nelle architetture delle piattaforme il rispetto dei valori pubblici, con un forte richiamo alle responsabilità della politica

11 Dic 2019
Stefano Mannoni

giurista, professore di Storia del Diritto Medievale e Moderno e di diritto della comunicazione all'Università degli Studi di Firenze, ex commissario Agcom

Alcuni diritti riservati a dalbera

Le piattaforme online non si limitano a connetterci in modo meccanico, ma orientano e influenzano il modo in cui interagiamo. Questo sarebbe innocuo se la loro dimensione connettiva non minacciasse la dinamica collettiva delle strutture sociali.

E allora, come capire come gestire una rivoluzione tecnologica che rischia di fare rimpiangere le asperità di cui furono lastricate quelle che l’hanno preceduta?

Esattamente a questa incombenza si sono apprestati tre ricercatori olandesi che, dall’osservatorio della scienza delle comunicazioni, hanno cercato di rispondere alla domanda: come insinuare nelle architetture delle piattaforme il rispetto dei valori pubblici? (J. Van Dijck, Th. Powell, M. de Waal, The Platform Society. Public Values in a Connected Society, Oxford University Press, 2018).

Si può ancora parlare di valori pubblici?

Avrà forse ragione Evgenj Morozov quando profetizza il fallimento della “gesticolazione” antitrust contro i big five. Certo la pressione dello scontro geopolitico in atto tra USA e Cina lascia pensare che non vi sia alcun interesse ad indebolire potenti alleati che sono invece pronti ad essere arruolati. E tuttavia questo sacrosanto bagno di realismo non dispensa  dal dovere di capire come gestire una rivoluzione tecnologica che rischia di fare rimpiangere le asperità di cui furono lastricate quelle  che l’hanno preceduta.

Valori pubblici? Se ne può ancora parlare?

Per i tre autori sopra citati si tratta dei valori iscritti nel bene comune, inteso come la partecipazione collettiva nella formazione di un complesso di norme e credenze condivise. Possibile oggi? L’itinerario è molto in salita. La premessa è che le piattaforme sono da una parte onnipresenti e pervasive, al punto di avere obliterato la distinzione tra ciò che è pubblico e quello che è privato. Ma dall’altra si sottraggono completamente alla enorme responsabilità di cui sono oggettivamente investite reclamando soggettivamente uno status ambiguo e sfuggente: Uber si rifiuta di essere considerato una compagnia di taxi; Facebook un editore; Google il più potente algoritmo della terra preposto alla raccolta dei dati e alla costruzione della realtà. Ecco allora che quando proprio Google pretende di entrare nel campo della sanità raccogliendo enormi masse di dati sensibili sui pazienti, e offrendo in cambio ricostruzione analitiche, la reazione non può che essere un sussulto di perplessità da parte di chiunque si chieda dove si fermerà questa appropriazione privatistica delle informazioni e che uso combinatorio ne verrà fatto. E lo stesso discorso si può tranquillamente estendere al settore dell’istruzione e a quello dei trasporti dove l’ideologia neoliberista dello Stato minimo si sposa a meraviglia con la propensione di queste gigantesche infrastrutture ad occupare spazi che il potere pubblico non ha più intenzione di presidiare.

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Il punto è che la retorica delle piattaforme secondo la quale i loro interessi economici non interferiscono con i benefici ricavati dagli utenti dai loro servizi mostra la corda. Dietro questa presa di posizione alligna il disegno ben preciso di liquidare il ruolo dello Stato in nome dell’autonomia del mercato, capace di auto-regolarsi, e dell’esaltazione dell’individuo.

I processi che animano le piattaforme

Ma prima di arrivare a capire come si possa correggere il corso degli eventi in una direzione più rispettosa della democrazia (giacché di questo si tratta), bisogna però mettere a fuoco i processi che animano le piattaforme e che sono riassunti nel libro in tre fasi: la dataficazione (intesa come riduzione a dato); la mercificazione e la selezione.

La prima evoca il potere delle piattaforme di tradurre in dati parti del mondo che erano sfuggite finora alla quantificazione. E attenzione: i dati non sono “crudi” ma “precotti” perché le interfacce e i filtri plasmano gli elementi raccolti online.

La mercificazione trasforma i dati in beni scambiabili, valutabili secondo quattro monete: attenzione, dati, utilizzatori, denaro. Apparentemente questa lavorazione non sembrerebbe mercificare gli individui che si vedono investiti di un potere di scelta e di selezione un tempo prerogativa di altri enti (si pensi banalmente alla scelta di un Hotel o di un taxi ad esempio). Ma scavando appena sotto la superfice si scopre come questo snodo sfrutti e si avvantaggi del contributo stesso degli utenti sia esso culturale o immateriale, per tacere della precarizzazione di tutti coloro che vengono impiegati nei suoi ingranaggi.

Infine, la personalizzazione, esercitata principalmente attraverso l’analisi predittiva.

La trasformazione del panorama editoriale

Tanto è il quadro generale. Passando ad esaminare le sue applicazioni concrete e più eclatanti, il posto d’onore spetta alla trasformazione delle notizie. Il dato più significativo della trasformazione del panorama editoriale è l’imponente disaggregazione delle notizie che vengono riaggregate dalle piattaforme. Il 46% della popolazione che fruisce delle notizie via social media e il 60% delle quote di pubblicità intercettate dalle piattaforme suonano le campane a morto per il giornalismo inteso come controllo editoriale del contenuto e rispetto di una etica professionale nella sua elaborazione. Particolarmente nocivo è il sistema di misurazione personalizzato dell’audience che porta diritto a una spiacevole conseguenza: quello che le testate pubblicano non è o non sarà dettato dal giudizio delle redazioni, bensì dalla quantificazione automatica dei lettori, a sua volta dettata e governata dalle piattaforme. Per comprendere questo sviluppo è essenziale tenere a mente che i giornali appartenevano tradizionalmente al campo dei mercati a due versanti, connettendo lettori e inserzionisti pubblicitari. Senonché questo modello è stato spiazzato dalle piattaforme che esibiscono un mercato a più versanti, connettendo audience, inserzionisti, e fornitori di contenuti. Un vantaggio competitivo che costringe i giornali, se intendono sopravvivere, all’adozione di un modello ibrido, costruito sul forte ridimensionamento della loro risorsa più preziosa: l’autonomia editoriale. E non solo: rassegnandosi anche a rinunciare alla distinzione aurea tra contenuto e pubblicità visto che il confine viene strutturalmente annebbiato.

L’uberizzazione dei trasporti

Se le news sono in cima alla lista dei settori investiti dalla potenza delle piattaforme, a seguire dietro tallonandole sono altri campi cui ho già accennato: trasporti, sanità, istruzione.

L’irruzione di Uber ha reso labile la distinzione tra trasporto pubblico e privato, innanzitutto negli Stati Uniti dove le collettività locali iniziano ad orientarsi verso l’adozione di quel modello per rimpiazzare il costoso trasporto pubblico tradizionale. Mercati a più versanti, le piattaforme interagiscono tra l’utente e il passeggero. Senonché il prezzo praticato difetta dei requisiti di trasparenza che sono alla base del tradizionale trasporto urbano, variando secondo parametri noti alla sola piattaforma. E non basta: ritenendosi estranei al business del trasporto pubblico, questi soggetti non concorrono minimamente al costo delle infrastrutture di cui si avvalgono e meno che mai a finanziare la sicurezza sociale per gli autisti. I quali a loro volta si vedono incapsulati entro il meccanismo di costruzione della loro reputazione professionale in base a dati e parametri che non controllano e che non possono nemmeno esportare altrove in nome della portabilità.

La privatizzazione dei dati sanitari

È il turno della salute. Rimasta celebre è la vicenda del tentato accordo tra Google Deep Mind e il servizio sanitario britannico che prevedeva la cessione di dati del secondo a beneficio del primo. Vietato per la vistosa asimmetria dell’intesa, esso è tuttavia rivelatore di una tendenza sempre più diffusa tra le strutture sanitarie a cedere dati sensibili in cambio della promessa di una loro analisi integrata. A colpire è la privatizzazione di dati da parte dell’ecosistema delle piattaforme che si sentono libere di elaborarli a loro piacimento. Ancora una volta ricorre lo stesso problema: Google vuole appropriarsi dei dati della sanità ma non è un ente sanitario soggetto a obblighi e investito di una missione tipica di quel mondo. Il valore della trasparenza, per cominciare, è completamente calpestato allorché i dati dovrebbero essere accessibile, aperti al controllo, interoperabili e riusabili.

Infine, l’educazione. Osservano gli autori: “rendere i dati e la conoscenza aperti non è necessariamente una garanzia per mantenere l’educazione pubblica”. Di nuovo ci si trova a confrontarsi con lo scarto tra la retorica dell’appropriazione privata dei dati in nome dell’efficienza e la carenza di una visione di questa rinuncia del potere pubblico a concettualizzare i valori pubblici da salvaguardare.

Le responsabilità della politica

Eppure, non vi è motivo per deprimerci troppo al cospetto di quello che il libro chiama un gigantesco outsourcing del governo della società a sistemi sociotecnici. Così come la tecnologia plasma la società, così la stessa incide sulla tecnologia. Il libro non fa sconti a questo riguardo al potere politico: è sua missione quella di riappropriarsi del controllo di processi che devono essere incanalati nell’alveo della legittimazione democratica. Esempi? I dati raccolti nel settore sanitario dalle piattaforme dovrebbero essere aperti ai concorrenti. Così quelli rastrellati nel trasporto urbano dovrebbero essere disponibili per le collettività locali. E ancora: i flussi di dati dovrebbero essere resi trasparenti come se fossero flussi di denaro. Infine, ma la lista potrebbe continuare, gli algoritmi che selezionano le notizie non devono essere schermati dietro un brevetto. Tutta questa imponente mobilitazione è principale responsabilità dei governi, ovviamente. Ma non solo. Gli autori puntano molto sul contributo della società civile sotto forma di associazioni non profit e di spontanee formazioni sociali. La collaborazione è tanto più necessaria quanto impegnativa è la sfida di ridimensionare piattaforme globali altamente centralizzate che detengono un forte vantaggio su chiunque attenti alla loro dominanza e pervasività.

Naturalmente non è un progetto semplice in un contesto nel quale manca addirittura il linguaggio politico-giuridico per dare forma a questa tenzone. Gli autori di questo sono pienamente consapevoli. E tuttavia il loro sforzo ammirevole di riempire di un contenuto sofisticato il troppo spesso vuoto lamento contro la dominanza delle piattaforme non può che incontrare la più ampia condivisione e apprezzamento.

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