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etica e digitale

Riconoscimento facciale, è boom nei luoghi pubblici: quali regole a tutela della privacy

Per conciliare esigenza d’informazioni e rispetto della privacy occorre lavorare su più livelli, adottando un approccio multidisciplinare all’intelligenza artificiale e, nello specifico, ai sempre più pervasivi sistemi di riconoscimento facciale. Ecco perché serve un’etica digitale e cosa rischiamo

08 Mar 2019

Davide Giribaldi

data protection specialist


I sistemi di riconoscimento facciale sono sempre più diffusi. Dai controlli di sicurezza degli aeroporti ai centri commerciali. Senza una regolamentazione adeguata molto presto non esisterà più un posto al mondo dove la nostra privacy potrà essere considerata davvero al sicuro.

Non si tratta di un’affermazione distopica: il nostro volto è unico e sempre più sarà utilizzato per la comprensione degli stati d’animo, delle aspettative e soprattutto dei nostri bisogni. Viene a questo punto spontaneo chiedersi: quali sono le conseguenze per i nostri dati? E fermarsi a riflettere su quanto le attuali normative siano adeguate a proteggerci dalle continue intrusioni (e anche per quanto tempo continueranno a esserlo), che potrebbero essere rapportate a una violazione dei diritti umani.

Gli usi del riconoscimento facciale nel mondo

In Australia, grazie al riconoscimento facciale è possibile effettuare voli aerei senza l’uso dei documenti; negli USA alcune catene di fast food riconoscono le persone in fila ed aiutano i commessi a proporre il menù preferito; in Canada la tecnologia è usata nei casinò per individuare soggetti affetti da ludodipendenza. E’ davvero cosi difficile pensare che queste soluzioni non arrivino anche da noi? La tecnologia nel bene e nel male non è condizionabile dai confini geografici, è solo questione di tempo e molto presto il consenso e la sua revoca non saranno più gli elementi cardine per la corretta gestione dei nostri dati.

In Cina, paese che prima di tutti ha adottato una strategia di sorveglianza globale, è possibile concludere acquisti con il semplice riconoscimento facciale; ma quello che più mi ha impressionato è la mole d’investimenti fatti da aziende cinesi in paesi come lo Zimbabwe, dove la privacy non è certamente una priorità, con lo scopo di fornire tecnologia per avere in cambio l’accesso alla profilazione delle persone tramite il riconoscimento facciale.

Il motivo di questa scelta sta semplicemente nel fatto che dal punto di vista tecnico il riconoscimento delle persone dalla pelle scura è complicato dai bias sugli algoritmi. Dare la possibilità ai sistemi di deep learning di apprendere queste informazioni in maniera estesa, fornirà alla Cina un vantaggio competitivo enorme sulle altre nazioni e poco importa che si tratti di sorveglianza, piuttosto che di social credit o di retail marketing.

Face recognition, privacy e marketing

E’ necessario premettere che praticamente nessuna delle soluzioni di face recognition richiede il nostro consenso e già questo elemento sarebbe sufficiente a farci riflettere, in realtà la questione privacy è abilmente mitigata da altri aspetti che influiscono direttamente sul nostro ego ed abbassano il nostro livello di guardia.

Come sappiamo le tecnologie per il riconoscimento facciale sono usate per garantire la nostra sicurezza ed in questo senso siamo naturalmente orientati a rinunciare a qualcosa come un pezzo della nostra privacy, pur di avere in cambio la sensazione di sentirci protetti.

Quello che probabilmente sfugge ancora ai nostri occhi è che questa stessa tecnologia è diventata un potentissimo strumento di marketing; i software di retail intelligence sono in grado di riconoscere con grande precisione, il sesso, l’età ed almeno 5 stati d’animo (felicità, tristezza, sorpresa, rabbia o neutralità) e da questi fornire elementi preziosi per trasformare la nostra spesa in un momento di piacere.

La tecnica principale consiste nell’individuare tra i 10 ed i 15 punti chiave all’interno di un volto per poterlo definire in maniera univoca anche nel caso in cui sia parzialmente oscurato, osservando per alcuni secondi il soggetto è possibile individuare il suo stato d’animo e tracciarne il comportamento.

Raccogliendo i dati di migliaia di utenti sarà cosi possibile stabilire l’ordine della merce sugli scaffali, il percorso di visita, la giusta illuminazione ed arrivare a sconti personalizzati sui vari prodotti esattamente nel modo atteso dai clienti stessi.

Per realizzare tutto questo, sono sufficienti alcune telecamere nascoste dentro a cartelloni pubblicitari o a totem informativi, che insieme ad un software d’intelligenza artificiale consentono di segmentare gli utenti in funzione della frequenza, dei giorni, degli orari delle visite e di collezionare immense quantità d’informazioni che sfuggono completamente al nostro controllo.

Il marketing di prossimità sfrutta elementi che normalmente sono già a disposizione dei retailers, tra questi gli enormi database delle fidelity cards, le connessioni Wi-Fi degli smartphone e le app personalizzate per le proposte commerciali; quella del volto è solo un’ulteriore informazione da aggiungere in un contesto molto articolato in cui il vero interesse non è tanto la persona quanto i suoi comportamenti, ma ciò non toglie che vi siano pesanti ingerenze nelle nostra sfera privata.

Proteggersi dalle intrusioni si può (ma è complicato)

E’ possibile proteggerci da tutte queste intrusioni? Sì ma è sempre più complicato, tutti i produttori affermano senza timore che la raccolta delle informazioni avvenga in maniera aggregata e quindi anonima, non ho dubbi che ciò sia vero, ma non credo al fatto che la stessa tecnologia sia perfettamente in grado di ricostruire le informazioni con un dettaglio tale per cui ad un volto corrispondano un nome, un cognome, un numero di telefono, una email e guarda caso una serie infinita di altre informazioni sulle nostre abitudini personali.

Almeno per i cittadini europei l’applicazione del GDPR dovrebbe garantire un’adeguata protezione dallo sfruttamento massivo dei dati; il consenso esplicito e la possibilità di revocarlo in maniera semplice sono elementi che dovrebbero aiutarci a mitigare il problema, ma l’intreccio di possibilità fornite dalle diverse tecnologie combinate tra loro è tale per cui di fatto è molto semplice diluire il nostro consenso e farlo passare in secondo piano.

Il giusto equilibrio tra raccolta dati e rispetto della privacy

Big data, soluzioni cloud e connettività sono gli ingredienti base da inserire in un contesto dove l’intelligenza artificiale è in grado di estrapolare quantità impressionanti di informazioni in tempo reale, ma le regole attuali non ci aiutano e la drammatica differenza tra i tempi di attuazione della tecnologia rispetto a quelli delle leggi, rischiano di amplificare ulteriormente il problema.

E’ necessario lavorare su più livelli per poter garantire il giusto equilibrio tra esigenza d’informazioni e rispetto della privacy, certamente occorrerà un approccio multidisciplinare ai sistemi d’intelligenza artificiale, perché non è possibile relegare un argomento cosi delicato al solo aspetto tecnologico. Sarà pertanto necessario elaborare un’opportuna etica digitale che coinvolga tanto i decisori politici quanto le aziende, occorrerà diffondere consapevolezza e condividere universalmente le regole, in pratica potrà essere necessario rapportare le conseguenze dell’applicazione dell’intelligenza artificiale alla violazione dei diritti dell’uomo, perché le nuove opportunità portano nuovi rischi che non possono essere sottovalutati.

La tecnologia non aspetta, sta a noi decidere se governarla od essere sopraffatti.

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