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decreto sblocca cantieri

Telecamere in asili e ospizi, ecco i criteri per garantire equilibrio tra sicurezza e privacy

La possibilità di introdurre telecamere negli asili e ospizi risponde a una domanda pressante seguita ai troppi eventi di cronaca. I pregi di un intervento che scongiura soluzioni disomogenee sul territorio nazionale ma che forse non dovrebbe essere applicato in modo indiscriminato. Ecco come garantire tutela e privacy

30 Mag 2019

Marcella Esposito

Consulente


Con l’emendamento al decreto “sblocca cantieri”, approvato in Commissioni Lavori pubblici e Ambiente al Senato, sarà possibile introdurre telecamere per la videosorveglianza in tutte le aule degli asili pubblici e nelle strutture adibite all’assistenza e cura di anziani e disabili, provvedimento che sarà possibile finanziare grazie ad un piano di fondi pubblici ad hoc.

Ma, quale l’impatto di tale provvedimento sul diritto alla riservatezza, non solo degli operatori ma anche dei minori che saranno ripresi?

I pregi del provvedimento

Innanzitutto, è importante sottolineare l’importanza dell’intervento del Legislatore teso a regolare una esigenza sempre più caldeggiata dai, non pochi, fatti di cronaca e fortemente voluta dalle famiglie dei soggetti deboli.

Ma non solo, si è scongiurato, con tale provvedimento, il rischio che tale esigenza venisse elaborata in maniera difforme all’interno dello Stato con ripercussioni e potenziali disomogeneità tra una Regione e l’altra. All’uopo, ricordiamo che in alcuni asilo nido comunali, ad esempio quello di Cosenza, adempiute le obbligatorie previsioni di legge sulle informative e raccolte dei consensi, si è anticipata l’immissione delle telecamere nelle aule, accordando in tal modo l’effettività della tutela della garanzia di sicurezza dei piccoli minori.

Dunque, il primo pregio di rilievo da ascrivere all’intervento del Legislatore è quello di aver regolamentato e cercato di mantenere un equilibrio, almeno sul piano astratto, nella disciplina della materia, garantendone l’uniforme applicazione sul territorio nazionale, regolamentazione ispirata al rispetto dei vincoli dettati dalla normativa per la protezione dei dati.

L’impatto sui lavoratori

Infatti, seppur la ratio ispiratrice dell’intervento è da ricercare nella tutela dei soggetti particolarmente indifesi e vulnerabili, dunque esposti al rischio di abusi e violenze, nonché agevolare la ricerca delle prove da parte degli operatori di Polizia Giudiziaria, in caso di indagini dove le potenziali vittime, proprio per le loro condizioni, non possono fornire un utile contributo alla ricostruzione degli eventi, non può sottovalutarsi il grande impatto che la videosorveglianza ha sul lavoratore, e non solo.

Inoltre, “atipico” risulterebbe lo schema nel quale inquadrarla, posto che generalmente la finalità è quella della protezione dei beni dell’azienda e non la protezione di un soggetto terzo rispetto alle due parti della vicenda.

Svolte le necessarie premesse, in cui inquadrare l’intervento del Legislatore nazionale, è opportuno descrivere quali sono i criteri concordati per garantire anche il rispetto del diritto alla riservatezza.

I criteri per garantire il rispetto della privacy

In primis, quelli “canonici” di adeguatezza, proporzionalità e necessità.

Tali criteri risulterebbero soddisfatti dal sistema di videosorveglianza dotato di telecamere criptate a circuito chiuso, al fine di evitare il rischio di poter accedere ad un controllo a distanza, unitamente alla previsione che le immagini saranno visionabili esclusivamente dalle Forze dell’Ordine a seguito di formale denuncia di reato presentata alle Autorità competenti. Inoltre, le immagini riprese dovranno essere automaticamente cifrate, già al momento dell’acquisizione e il flusso dei dati cifrati in output dalle telecamere, sarà trasmesso via cavo ethernet o con soluzione wifi cifrata a un server interno non configurato per la connessione ad internet, così da minimizzare il rischio di un possibile attacco.

Con tali misure, il provvedimento andrà a cercare un equilibrio tra le esigenze di tutela della sicurezza dei minori e, contestualmente, garantire il diritto alla riservatezza, in primis degli operatori che, tuttavia, analizzando la vicenda da un altro punto di vista, proprio dall’introduzione della videosorveglianza potrebbero trovare un ausilio difensivo idoneo a respingere eventuali accuse infondate.

Sarebbe opportuno, tuttavia, non rendere “indiscriminatamente” obbligatoria l’installazione delle telecamere in tutti gli istituti e in tutte le classi, operando una valutazione non sull’analisi astratta della probabilità del verificarsi del rischio del perpetrarsi di abusi, violenze, ecc, ma in concreto, non tralasciando alcun fattore nell’esame della situazione, in particolare cercando di comprendere se la stessa esigenza di tutela possa trovare risposta anche in misure meno invasive della videosorveglianza e, determinarsi all’installazione delle telecamere solo come “extrema ratio”.

A questo punto, resta da chiedersi solo come e in che misura possa, in tale situazione, ritenersi ancora “genuino” il rapporto che l’operatore va ad instaurare con il minore, consapevole della presenza delle telecamere e come, poi, incida tutto ciò sul rapporto fiduciario “scuola/famiglia”.

Auspicabile, sarebbe investire maggiormente nella formazione e nella implementazione del cosiddetto “fattore umano” che, sempre in ambito privacy, risulta fare la differenza ed evitare che, come caldeggiato anche dallo stesso Garante, l’installazione delle telecamere non si riduca ad una “scorciatoia tecnologica”.

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