Report IPCC

Rapporto Onu sul clima: l’agenda di IPCC per invertire la rotta adesso

Questa è l’ultima chiamata degli scienziati, poi toccherà solo alla politica per evitare il punto di non ritorno. Ma c’è ancora tempo, purché le riduzioni delle emissioni di CO2 siano profonde, veloci e durature. Gli esperti ci spiegano cosa dice l’ultimo report di IPCC

Pubblicato il 24 Mar 2023

Mirella Castigli

ScenariDigitali.info

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L’ultimo Rapporto Onu sui cambiamenti climatici non è l’ultimo grido di allarme degli scienziati, ma il report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è una sintesi, frutto di due anni di lavoro.

E soprattutto è una lista di cose da fare. “Non è nulla di nuovo”, come afferma Luigi di Marco, segretario AsVis (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), ma ci sprona a passare all’azione con urgenza e radicalità: “I toni sono più severi perché il tempo si sta riducendo”.

CAMBIAMENTI CLIMATICI 2023: RAPPORTO DI SINTESI DELL'IPCC - AR6

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Il report lancia un’agenda di priorità, ma soprattutto ruota “intorno a tre concetti: l’urgenza, la rapidità e la speranza“, commenta Elena Verdolini, autore del report IPCC (nel gruppo di lavoro 3), Senior Scientist alla EIEE, professore di economia politica all’Università degli Studi di Brescia: “Una chiave di lettura interessante perché ci permette di portare avanti un messaggio drammatico e urgente, ma allo stesso tempo in grado di fornire una potenziale soluzione”.

Il report infatti ci avverte che non abbiamo fatto abbastanza, ma che c’è ancora tempo, soprattutto “possiamo fare molto in questo momento”, sottolinea Verdolini. Dobbiamo dimezzare le emissioni e abbiamo le tecnologie per attuare riduzioni “profonde, veloci e durature”. Ecco come.

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Secondo il report IPCC non c’è più tempo, dopo il record di emissioni registrato nel 2022, dopo due anni di pandemia. Infatti, “se continuassimo con questo ritmo per il decennio, ci siamo già giocati l’aumento del 1,5 gradi Celsius”, avverte Luigi di Marco: “E anche nel conto del budget del carbonio che abbiamo ancora disponibile è un quinto di quello che abbiamo già consumato. Oltretutto abbiamo raggiunto una popolazione di 8 miliardi, ed eravamo la metà quando abbiamo iniziato a preoccuparci di un futuro ecologico sicuro”.

Dopo nove anni migliaia di scienziati provenienti da 195 Paesi tornano a firmare il nuovo rapporto sui cambiamenti climatici e riscaldamento globale che dovrebbe dare la sveglia ai governi. “Il rapporto ci dice che il clima è già cambiato, siamo già a +1,1 gradi Celsius sopra la temperatura media globale”, mette in guardia Elena Verdolini: “E ciò conduce a delle conseguenze: dobbiamo imparare ad adattarci perché il clima è già cambiato”.

Il gruppo intergovernativo di esperti sotto l’egida dell’ONU conferma che la causa dei cambiamenti climatici sono le emissioni di CO2 (37 miliardi di tonnellate all’anno) e gas serra di origine umana, dovute alla nostra dipendenza dai combustibili fossili. “E se continuiamo così”, evidenzia Elena Verdolini, “cambieremo il clima ancora di più, e ci imporrà un adattamento ancora più imponente ai climate change. Ma all’avvicinarsi dei tipping point, non basterà più aprire l’aria condizionata, per esempio”.

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Come invertire la rotta

Il report afferma che siamo ancora in tempo per invertire la rotta, rallentando e mitigando l’emergenza climatica in atto. “Infatti il report dà molte indicazioni tecniche da seguire, bisogna capire se c’è la volontà di seguirle”, commenta Luigi di Marco. Bisogna “fare qualcosa”, come avverte Verdolini, adottare soluzioni, anche tecnologiche, fattibili e concrete già sul tavolo. “Ci sono tante opzioni percorribili in questo momento, e in tutti i settori: soluzioni tecnologiche e non solo. Opzioni già sviluppate negli anni precedenti, che, anche se non ci aiutano a raggiungere appieno gli obiettivi ideali di Parigi (sotto i 2 gradi Celsius, ma preferibilmente non oltre il +1,5 gradi Celsius)”, sottolinea Verdolini, “ci permettono di intraprendere buona parte della strada nella giusta direzione. Nel momento in cui le mettiamo in atto, stiamo già risolvendo parte del problema”. Ma bisogna farlo adesso e con risolutezza, perché è l’ora dello sprint, come ha dichiarato Hoesung Lee dell’IPCC in conferenza stampa per presentare il report. “Qualsiasi cosa facciamo va bene, perché è meglio del non fare niente“, aggiunge Verdolini, “ma ci sono tante potenziali soluzioni”. Soluzioni tecnologiche, ma anche “culturali e antropologiche”, sottolinea Luigi di Marco.

Energie rinnovabili: eolico e solare

Per dimezzare le emissioni entro il 2030, nei tempi previsti dall’ultimo Rapporto Onu sui cambiamenti climatici, la prima tecnologia è quella del passaggio alle energie rinnovabili. “Le rinnovabili per il settore elettrico, i veicoli elettrici, l’efficienza energetica sono le opzioni tecnologiche da adottare subito”, spiega Elena Verdolini: “Soprattutto l’efficienza energetica è da fare ora: per motivi economici, abbassando le bollette, superando anche barriere culturali e finanziarie”.

Secondo l’International Energy Agency (Iea), il crollo dei prezzi fra il 2010 e il 2019, ha ridotto il cost dell’energia solare dell’85%. I costi dell’eolico si sono dimezzati nello stresso arco temporale. Oggi eolico e fotovoltaico sono le più economiche fonti energetiche. Negli Usa perfino più convenienti di mantenere le esistenti centrali a carbone (e altrove in parità). “Infatti negli ultimi anni sono stati compiuti importanti passi avanti”, sottolinea Verdolini, “quelli più significativi, sebbene non sufficienti, riguardano un’importante diminuzione dei costi nel settore energetico legato a solare ed eolico. E nessuno si aspettava che il calo avvenisse così in fretta”.

Solare ed eolico, inoltre, rappresentano ottimi investimenti finanziari. Infatti il report enfatizza un miglior accesso ai finanziamenti, specialmente per i Paesi in via di sviluppo . Ciò potrebbe accelerare le azioni per il clima.

“I soldi non risolvono tutto, ma sono critici per colmare il divario fra i Paesi più vulnerabili e quelli che cercano maggior sicurezza”, sottolinea Lee.

Ridurre le emissioni di metano: da combustione fossile e spreco di cibo

Il taglio della CO2 è importante, ma per farlo è essenziale ridurre le emissioni di metano. Sulla breve distanza il gas metano è un gas climalterante 80 volte più potente dell’anidride carbonica. L’obiettivo dell’1.5 °C richiede un crollo di un terzo delle missioni fra il 2019 e il 2030, secondo il report dell’IPCC.

Per raggiungere questo risultato, bisogna tagliare le emissioni delle produzioni di petrolio e gas e dello spreco di cibo.

L’IEA ritiene che sia necessario un investimento annuale pari a 11 miliardi di dollari per “pulire” il settore, ma il valore del metano catturato potrebbe essere sufficiente per coprire i costi.

“Il report ci dice di agire urgentemente, investendo nell’efficientamento energetico, nella riduzione degli sprechi e nell’elettrificazione. Questa soluzione è percorribile in tanti settori, ma non in tutti: purtroppo nel settore chimico o nell’agricoltura bisogna investire in ricerca e sviluppo“.

Proteggere gli ecosistemi naturali per assorbire il carbonio

La maggior parte delle emissioni di CO2 arrivano da trasporti, settore energetico ed edifici, ma circa il 20% delle emissioni globali, pari a un quinto, arriva dall’agricoltura, silvicoltura e cambiamenti nell’uso del suolo. Secondo il Rapporto Onu, gli impatti dei cambiamenti climatici causati dall’uomo “minacciano l’ecosistema e la stessa natura”, afferma Lee. Conservare e ripristinare gli ecosistemi naturali è non solo la chiave per preservare la biodiversità, ma anche per ottenere benefici sul fronte delle emissioni. Infatti, sono i maggiori “pozzi di assorbimento del carbonio“.

Il report dell’IPCC conferma l’importanza delle politiche globali contro la deforestazione. L’obiettivo 30×30 di proteggere il 30% delle terre e delle acque del Pianeta importanti per la biodiversità, entro la fine del decennio è stato raggiunto da 196 Paesi nel dicembre 2022, alla COP15 di Montréal.

Efficienza energetica nei veicoli, case ed industria

Il passaggio al trasporto pubblico e alla bicicletta è un modo economico per contenere le spese e limitare le emissioni, mentre si migliora l’efficienza dei veicoli. Ma le politiche pubbliche devono intanto diventare più efficaci per misurare l’efficienza, secondo il report.

I guadagni in termini di efficienza possono produrre significativi progressi climatici in settori come l’aviazione e la navigazione, i più difficili da rendere ecosostenibili a lungo termine.

Molte soluzioni sono le stesse di cui IPCC ed altri parlano da decenni. “Se avessimo agito in maniera lungimirante dal 1990, avremmo un’ampia gamma di opzioni disponibili oggi”, ha spiegato il climatologo e autore del report IPCC, Peter Thorne durante la conferenza stampa.

Ora c’è solo un percorso chiaro. “Dobbiamo passare dalla ‘climate procrastination’ alla climate action, dalla continua procrastinazione all’azione climatica”, afferma Andersen, “e dobbiamo iniziare oggi”.

“Il report, infine, mette l’accento su soluzioni che non sono tecnologiche, ma che hanno impatto significativo, in particolare i cambiamenti comportamentali e il ruolo delle azioni dal basso per avere successo, a partire dalle scelte individuali, cittadine, regionali e a livello di Paese”.

Il Pnrr va nella giusta direzione

“Il PNRR è uno strumento molto interessante perché è frutto del periodo pandemico, periodo buio della nostra storia”, conferma Verdolini, “è un piano che prevede l’utilizzo dei fondi strutturali europei: fondi di investimento, non da usare nella spesa corrente, ma è una grandissima opportunità per focalizzare i Paesi europei sugli investimenti, il passo necessario per costruire le soluzioni di medio e lungo periodo per le tecnologie che ci serviranno per decarbonizzare. Il piano va nella direzione giusta, anche se migliorabile nelle declinazioni, ma il suo valore sta nel modus operandi e nel fatto che obbliga i governi a ragionare in termini di investimenti futuri e nel monitoraggio degli obiettivi da raggiungere”.

Conclusioni

Gli scienziati ci avvertono che entro la fine del decennio dobbiamo ridurre le emissioni di CO2, purché i tagli siano “profondi, veloci e duraturi”. Questo è l’ultimo messaggio dell’IPCC, che è un manuale di sopravvivenza. Poi toccherà solo alla politica. E a noi mettere pressione alla politica per fare le coste giuste, mentre ognuno di noi fa la propria parte. Mentre “l’Europa dà il passo ed è molto avanzata”, come afferma Elena Verdolini, in Italia, però, basterebbe la messa a terra del PNRR per avviare il percorso, oltre a seguire l’agenda, settore per settore, dell’IPCC evitando il peggiore dei pericoli: la politica del non fare.

Possiamo ancora evitare di superare la soglia invalicabile dell’aumento di +1,5 gradi, “e se ci lamentiamo del fatto che i governi non fanno abbastanza, ricordiamoci che siamo noi ad eleggere i parlamentari che creano la maggioranza con cui fare il governo. Resta il fatto che la preoccupazione per i cambiamenti climatici è un tema caldo e nessuno prende più sottogamba i rapporti di valutazione”, conclude Verdolini.

“Purtroppo molti ancora accusano l’Europa di fornire soluzioni ideologiche, ma questa reciproca accusa di essere ideologici non aiuta il dialogo, crea un muro. Invece le direttive parlano di bilanci carbon neutral, senza alcuna indicazione ideologica, ma bisogna ragionare su come portare avanti una transizione equa e giusta per le persone. Le direttive puntano a ridurre le emissioni, a fare economia circolare e a ridurre i consumi”, mette in evidenza Luigi di Marco, “bisogna imparare a discutere insieme per risolvere i problemi e guardare gli obiettivi comuni, allineando i nostri legittimi di parte all’interesse comune“.

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