l'analisi

Fondo startup e pmi innovative: in arrivo il decreto, ma molti problemi restano

La Corte dei Conti ha finalmente firmato il decreto attuativo, in ritardo, per il fondo startup e pmi innovative da 200 milioni. Le lungaggini hanno causato disservizi all’ecosistema innovazione, ma soprattutto permangono vari dubbi sul sistema di funzionamento.

04 Nov 2020
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

La Corte dei Conti ha appena firmato il decreto attuativo per il fondo startup e pmi innovative da 200 milioni e la Gazzetta Ufficiale dovrebbe pubblicarlo a giorni, a quanto risulta ad Agendadigitale.eu.

Bene, ma fino all’ultimo, così come nei scorsi mesi, l’incertezza attanaglia il settore, che teme di perdere i relativi incentivi, in scadenza a dicembre. E in ogni caso, come vedremo, i ritardi hanno causato problemi all’ecosistema innovazione italiano. La burocrazia italiana ci ha fatto perdere insomma almeno un po’ dei vantaggi connessi all’idea del fondo.

Non solo: i meccanismi del fondo suscitano di più di una perplessità agli operatori, come questa testata ha raccontato anche attraverso una rubrica dedicata, Innovatori di Ventura.

Il decreto attuativo per il Fondo startup e pmi innovative

In generale, c’è l’amaro in bocca per com’è andata con una misura che – per quanto ancora potenzialmente utile al settore – avrebbe potuto ancora di più fare la differenza.

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Inserito a maggio dal Decreto “Rilancio” (articolo 38, comma 3), finito a luglio in gazzetta ufficiale, l’iter procedeva spedito con la firma del Ministro Patuanelli del decreto attuativo ad agosto e l’invio alla Corte dei Conti per la verifica finanziaria. A questo punto, però, qualcosa deve essersi inceppato e l’attesa per quelle risorse si è prolungata fino a oggi.

“Il fatto che il fondo previsto dal decreto Rilancio, quindi ben 5 mesi fa, non sia ancora partito preoccupa. Nella speranza che parta al più presto, servirebbe anche agevolare l’apertura del mercato ai prodotti delle startup e delle Pmi innovative”, fa sapere Giovanni De Lisi del board di InnovUp.

Va ricordato che il decreto stabilisce che le risorse, allocate sul fondo di sostegno al Venture Capital istituito presso il MiSE, verranno affidate al Fondo Nazionale Innovazione per sostenere investimenti nel capitale di startup e PMI innovative in co-investimento con investitori regolamentati o qualificati. Attraverso il Fondo potranno essere erogate risorse fino a un massimo di 4 volte il valore dell’investimento degli investitori privati, nel limite complessivo di 1 milione per singola impresa ad alto contenuto tecnologico o di innovazione.

Dal MiSE fanno sapere che il decreto è stato all’esame della Corte dei Conti per il vaglio delle coperture e che i ritardi sono dovuti a lungaggini procedurali, interni alla stessa magistratura contabile, passaggi relativi alla trasmissione degli atti, mentre si escludono problemi sulle coperture.

I ritardi hanno causato problemi all’ecosistema innovazione

Qualunque problema sia, i tempi record iniziali si sono dilatati oltremisura e il vantaggio accumulato si è del tutto azzerato. La via italiana all’innovazione, purtroppo, ancora una volta, è lastricata di buone intenzioni ma irta di ostacoli burocratici. Ritardi che mal si conciliano con l’emergenza in corso.

Le norme, infatti, prevedono nei primi sei mesi di operatività del Fondo anche una procedura accelerata di valutazione per imprese già beneficiarie dello strumento Smart&Start (gestito da Invitalia), nonché per le startup e PMI che hanno subito una riduzione dei ricavi realizzati nel primo semestre del 2020 di almeno il 30% rispetto ai ricavi ottenuti nel primo semestre o nel secondo semestre del 2019.

Mentre altri Paese europei danno prova di essere più rapidi nel sostegno alle startup, tant’è che già tra giugno e luglio le forme di sostegno erano già operative, nel nostro apparato amministrativo la situazione resta ancora tortuosa. “Il regolamento è già stato approvato dal CdA del Fondo Nazionale – ha dichiarato il sottosegretario Manzella del MiSE – e per tagliare i tempi la piattaforma e il team di gestione sono già pronti: la registrazione del decreto è attesa a giorni, poi nel giro di tre settimane il Fondo sarà operativo”.

I dubbi del settore sui meccanismi di funzionamento del fondo

Per gli addetti ai lavori, il problema non si limiterebbe alle sole tempistiche esecutive del Fondo; ci sarebbero dubbi anche sui meccanismi di funzionamento, tant’è che nel mercato del venture capital italiano, tra gli operatori, si starebbe creando una incrinatura. Le SGR di gestione di Venture Capital, uniti nell’associazione VC Hub Italia, che si fronteggiano con gli altri operatori (ricerca, incubatori, business angels, corporate, family offices, startup) tutti alleati tra loro. Le norme su come suddividere concretamente le risorse, starebbero perciò generando frizioni tra gli operatori.

Il Fondo dovrebbe operare entro un duplice paletto: non potrebbe superare il limite di 1 milione per operazione (a cui si affiancherebbero 250 mila euro di investimento privato); l’intera capienza del Fondo (200 milioni) sarebbe da ripartire tra diversi operatori. Secondo il decreto attuativo, che dovrebbe essere pubblicato entro pochi giorni, poco più dei due terzi andrebbero a investitori “qualificati” (incubatori, acceleratori, business angels, anche di nazionalità estera) e la parte restante a quelli “regolamentati”, gestori di fondi esistenti vigilati da Banca d’Italia. Su questa ripartizione si registrano i mal di pancia.

Eppure l’inserimento di questa doppio tetto (1 milione a operazione e la riserva dei due terzi per gli investitori qualificati), in ottica sistemica, è senz’altro una scelta politica apprezzabile. Tuttavia la coperta degli investimenti in capitali di rischio è corta e una parte sta tentando di ampliare la propria sfera di influenza. La partita è tra chi gestisce organismi esistenti e chi punta alla partecipazione di tutti gli operatori, che vorrebbero che i capitali circolassero in maniera da far crescere un mercato competitivo, aperto alla concorrenza, promuovendo una nuova cultura dell’imprenditorialità in Italia​.

Un altro punto di disaccordo è tra chi sostiene che il rischio di frammentare le risorse sia troppo alto, che spinge per una concentrazione verso i propri portafogli, dando per scontato che in questi ci sia un livello qualitativo più alto (tutto da dimostrare, vista la storia delle operazioni di investimenti di questi fondi), e chi sostiene che vada agevolato un portafoglio più ampio, quello dell’intero ecosistema. Insomma una spaccatura incomprensibile se si vuole far ripartire il Paese e non dividerlo. “Ma davvero siamo di fronte a divisioni simili durante un’emergenza socioeconomica?”, si chiede Gianmarco Carnovale, presidente dell’associazione Roma Startup e tra i massimi esperti di policy di innovazione startup.

In conclusione

Al di là del ritardo burocratico, che sembra essere in via di superamento, occorre tenere presente che siamo di fronte a un Fondo di capitale di rischio di origine governativa; con i soldi dello Stato andrebbero evitate situazioni di vantaggio oligopolistico, inquadrabili come cartelli, puntando invece a rafforzare tutte le startup che hanno dimostrato capacità di attrarre capitale di rischio professionale, mettendo a regime, e non in standby, un intero ecosistema in cui sono presenti numerose eccellenze e diversi tipologie di investitori capaci.

Società che potrebbero essere sostenute anche in altri modi, per esempio facendole diventare fornitori di tutte le aziende e le amministrazioni pubbliche. Una decisione facile da adottare, che apporterebbe sicuri vantaggi ad entrambi i contraenti, se solo fosse previsto un albo fornitori appositamente dedicato a startup e PMI innovative. Ma questa è un’altra storia, che vedrà la luce e di cui parleremo. Burocrazia permettendo!

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