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Manovra 2019

Il Fondo dei Fondi M5S sarà utile alle startup (nonostante i criticoni): ecco perché

Sì in Manovra c’è solo un articolo che dà ai venture un centinaio di milioni di euro in tre anni. Ma le critiche piovute in questi giorni sono infondate: va visto infatti come un semplice ‘anchor investment’, che porterà al settore altri soldi. Ecco le prospettive future

26 Nov 2018

Gianmarco Carnovale

Serial tech-entrepreneur, open innovation consultant, startup and policy advisor


Nelle ultime settimane la comunità degli innovatori è stata alla finestra della Manovra economica 2019, attendendo una serie di misure atte a ridefinire la filiera nazionale del venture business. E così consentire così startup tecnologiche italiane di misurarsi alla pari con quelle di altri paesi. La misura più attesa, intorno ad una revisione più ampia che richiederà un processo di matching tra l’analisi della policy attuale da parte di OCSE e l’indagine conoscitiva in via di approvazione dalla Camera dei Deputati, è quella per il cosiddetto “Fondi di Fondi” nazionale: un serbatoio di denaro a gestione pubblica, destinato ad alimentare una quota della dotazione dei fondi di venture capital che operano nel paese.

A leggere il testo attuale della Manovra alcuni sono rimasti delusi. Ma io credo sia un errore: il realtà la misura farà la differenza nel settore. Provo a spiegare perché.

Perché il Fondo dei fondi sarà utile a startup e venture

Intanto, per capire quanto sia attesa la misura, basti pensare che il settore la richiede a gran voce fin da prima che il Ministro Passera lanciasse il primo Startup Act nel 2012. Non ci fu nulla da fare allora, e niente arrivò negli anni a seguire con il Ministro Calenda dichiaratamente interessato solo alle aziende tradizionali e – unico ministro dello sviluppo economico europeo – del tutto indifferente alle startup e all’innovazione, anzi più che indifferente dichiaratamente ostile, con punte di filosofeggiamento contro i cattivoni scostumati della Silicon Valley che innovando rompono le uova nel paniere a chi sta seduto sul proprio business da decenni, e chi se ne importa se l’innovazione va a vantaggio dei consumatori e delle comunità umane.

Voltata pagina su Calenda, fortunatamente l’attuale ministro Luigi Di Maio ha invece mostrato grande interesse verso il tema, arrivando più volte a raccontare che ci sarebbe stata presto una generica “banca per gli investimenti” con dotazione tra uno e tre miliardi di euro per il venture capital. Ovviamente, questa dichiarazione ha fatto alzare le antenne a tutti gli operatori del settore, che sospettando che si parlasse del Fondo di Fondi da quel momento hanno iniziato a passare al vaglio ogni parola del vicepremier attendendo maggiori dettagli e riscontri. La conferma dell’intenzione, però, è deflagrata in polemiche e commenti ironici quando la legge di Bilancio è andata in firma al Presidente della Repubblica nella sua versione “finale”: il testo contiene solo un paragrafo che affida un centinaio di milioni di euro in tre anni, ed un altro articolo che definisce cosa sia il Venture Capital.

Bene, è in questa circostanza che ho letto esternazioni spiacevoli da amici che ammiro molto: li ammiro per quella chi riconosco la loro competenza nei rispettivi settori, per la bravura ad applicare processi e dinamiche che richiedono molto studio, per esserne dei bravi divulgatori. Persone spesso loro stesse intolleranti verso chi esprime pareri apodittici da “esterno” su ambiti a loro chiaramente non noti, ma che – guarda un po’ – quando si arriva alla Politica ed al processo legislativo perdono la propria razionalità e forma mentis. E commentano, commentano cose di cui non conoscono contesto e percorso.

Ovviamente, alla lettura di questo testo la reazione di questi signori è stata quella di sparare bordate sulla promessa smentita. Peccato che questa non lo sia neanche un po’, perché l’iter del Fondo di Fondi è solo al primo passaggio: il denaro “di Stato” messo in manovra va visto infatti come un semplice ‘anchor investment’, come si dice in gergo tecnico di chi mette i primi fondi di un finanziamento più ampio.

Quel denaro andrà quindi immesso all’interno di un veicolo di investimento – che non viene identificato nella manovra, giacché questa serve solo al creare il capitolo di spesa ed assegnarlo al Ministero dello Sviluppo Economico – il quale vedrà poi una serie di altre fonti finanziare la dotazione finale. Queste fonti innanzitutto si “abilitano” proprio con il riconoscere il Venture Capital come una asset class autonoma per legge: da qui in avanti i gestori di fondi pensione e patrimoni avranno davanti una “casella” ufficiale da colmare e corrispondente al Venture Capital, quando fanno allocazione di investimenti, anziché avere il Venture Capital come un sotto capitolo del Private Equity. Avendo la “casella” a disposizione, quindi, con un investimento iniziale gestito dallo Stato, è plausibile aspettarsi che il primo player ad intervenire con dotazione addizionale nello stesso sarà la Cassa Depositi e Prestiti, che è giusto che allochi una frazione del risparmio postale anche in questa forma di investimento ad alto rischio e ad altissimo rendimento.

Dopodiché entra in campo la moral suasion: essendoci il Fondo di Fondi nazionale, essendoci dei soldi di Stato, essendoci dei soldi da CDP, ed essendo stato rimosso l’ostacolo dell’identità dell’asset class, voglio vedere quale cassa pensionistica rifiuterà al Governo la richiesta di immettere una piccolissima porzione della propria gestione in questo nuovo veicolo. Essendo le casse di nomina politica, sinceramente non mi aspetto che nemmeno una di queste si rifiuti, a meno che non escano fuori ulteriori motivazioni tecniche al momento non identificate.

L’ipotesi PIR e la norma europea

Infine, è noto che il Governo stia tornando nuovamente sull’ipotesi di allocazione obbligatoria di una quota dei PIR verso il venture capital, proposta che sembrava portata a casa lo scorso anno ma poi saltata all’ultimo momento con una dichiarazione di inadeguatezza da parte dell’allora consigliere del ministro Padoan, Fabrizio Pagani, che gelò le aspettative dell’ecosistema. L’obiezione era e resta sensata: i PIR sono strumenti che la normativa UE vuole come altamente liquidi, perché basati su risparmi di fasce sociali che possono aver necessità di disporne velocemente. Viceversa, il venture capital si basa su fondi chiusi ed allocazioni di investimento rigidamente decennali, quando perfino più lunghe. In questo ambito quindi, per quanto sia un bene predisporre dei flussi ulteriori verso il Fondo di Fondi nazionale per il venture capital rispetto a fondi di CDP ed alla moral suasion, i PIR sono adeguati ad andare in borsa, dove possono essere disinvestiti velocemente, ma non nel VC dove si deve necessariamente attendere a lungo che ritornino insieme al rendimento.

Fortunatamente ci viene incontro la normativa europea con lo strumento degli ELTIF: questi sì, pur con similitudini con i PIR, hanno target differente e sono dei fondi chiusi di lunga durata che nel loro regolamento europeo prevedono la possibilità di allocare fino al 10% della loro raccolta in venture capital. Allora questo è un punto su cui è lecito concentrarsi, per aumentare la dotazione del Fondo di Fondi nazionale: la legge di Bilancio ha davanti a sé ancora un mese di passaggi camerali in cui verrà integrata con numerosi emendamenti. È il momento di chiedere a gran voce che venga inserito un emendamento che defiscalizzi gli ELTIF, come è stato per i PIR, purché il 10% di questi vadano in venture capital in Italia. Se l’ecosistema italiano riuscirà a farsi sentire in modo propositivo in questa direzione, anziché cadere nel gioco delle parti delle colorazioni politiche, potremmo incassare un vero punto di svolta per strutturare stabilmente una filiera del venture capital robusta.

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