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venture capital

Investimenti startup in Italia, ecco tutti gli indizi che fanno ben sperare

Seppur ancora lontani dai livelli dell’Europa e degli Usa, gli investimenti in startup sembrano aver raggiunto la maturità anche nel nostro Paese. Vediamo tutti i segnali che indicano che le cose stanno cambiando

11 Lug 2019

Paolo Anselmo

Presidente Associazione IBAN


Se tre indizi fanno una prova, si può azzardare che il 2018 è stato l’anno di svolta per l’innovazione italiana, con gli investimenti in startup che sembrano aver raggiunto una maturità anche nel nostro paese. Lontani – ormai lo ripetiamo continuamente – dalle cifre europee e transoceaniche ma neanche lillipuziani come fino a poco tempo fa.

In attesa della spinta decisiva del fondo di innovazione annunciato dal ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio lo scorso anno, e che secondo alcune indiscrezioni sarebbe ai blocchi di partenza dopo la firma del decreto che consente lo spostamento dei fondi da Invitalia a Cassa Depositi e Prestiti, proviamo a definire i motivi e soprattutto i dati che spingono a un certo ottimismo.

Tre indizi per una prova

Secondo i dati di uno studio realizzato dall’Osservatorio Venture Capital Monitor della Business School di Liuc – Università Cattaneo insieme ad AIFI, in totale lo scorso anno sono stati investiti 521 milioni di euro, più del doppio del 2017, quando i capitali impiegati raggiunsero quota 208 milioni. Un primo indizio positivo.

Anche la Survey Iban 2018, condotta dal professor Vincenzo Capizzi dello SDA Bocconi su investimenti business angel in Italia, ha certificato una crescita del 75% rispetto al 2017 per un totale di 46,5 milioni di euro. Un secondo indizio.

E soddisfazioni dà anche l’equity crowdfunding che, stando all’analisi di crowdfundingbuzz.it, nei primi sei mesi del 2019 ha finanziato 65 campagne sulle 9 piattaforme più attive del Paese e raggiunto 25,4 milioni di euro in termini di raccolta. Bisognerebbe cercare di incentivare gli investimenti, soprattutto quelli in equity, per arrivare ad avere un volume d’affari che possa davvero generare un circolo virtuoso nel Paese.

Tre indizi fanno una prova?

Anche se bisogna stare attenti a non fare l’errore di sommare i dati perché non solo si riferiscono a periodi diversi ma a volte si sovrappongono – ad esempio spesso i business angel guidano investimenti in crowdfunding o cordate di venture e nei conteggi non si distinguono – possiamo ipotizzare che lo scorso anno ci sia finalmente stata l’attesa svolta per l’innovazione italiana.

Startup e Pmi innovative: qualcosa sta cambiando

Altri numeri: abbiamo stabilmente superato le 10.000 startup innovative e le mille pmi innovative. Questo vuol dire che piano piano anche le imprese più tradizionali si stanno rendendo conto del tesoro, spesso nascosto, che hanno in pancia in termini di brevetti, R&S, etc (requisiti per essere pmi innovativa). E così facendo riescono ad aver accesso alla maggior parte dei benefici e degli incentivi fiscali già attribuiti alle startup innovative.

I dati dell’Osservatorio Venture Capital Monitor ci segnalano anche che il 12% dei progetti finanziati sono spin-off universitari. Questa è un’altra annosa questione che potrebbe essere un punto di svolta per il nostro Paese. Legata, in un certo senso, alla torre d’avorio in cui ancora troppo spesso si chiude l’università italiana che non vede di buon occhio la trasformazione in impresa – e quindi in posti lavoro, giro d’affari, tasse, e così via – di idee nate nell’alveo accademico.

Ma forse, come ci dicono i numeri, qualcosa sta cambiando. Anche grazie a possibili novità. Come annunciato su Repubblica.it starebbe arrivando un fondo pubblico-privato partecipato dal Ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca che si occuperebbe di trasferimento tecnologico dalle nostre università al mondo dell’impresa.

Facendo emergere un valore che a oggi ci porta ad avere un ritorno molto basso per i brevetti che vengono depositati. Penso a eccellenze come GreenBone Ortho srl, sviluppata da un gruppo di ricerca dell’Istituto di Scienze e Tecnologia dei Materiali del CNR di Faenza, o all’incredibile trimarano SunRazor, l’imbarcazione solare ad alta tecnologia made in Italy che si appresta ad affrontare l’omologazione e i primi test in acqua in occasione della 6a edizione del Monaco Solar & Energy Boat Challenge nata dal team Blue Matrix del Politecnico di Bari.

Bisogna insistere sul trasferimento tecnologico per creare campioni che siano da esempio per gli altri.

Un’altra indicazione positiva, in termini di trasferimento di competenze più che di investimenti finanziari (entrambi campi d’attività degli angel) viene dal MISE che ha firmato il decreto attuativo appena pubblicato in Gazzetta ufficiale – anche se non si conosce ancora la data effettiva di partenza – che prevede, attraverso voucher, un’agevolazione per i costi effettivamente sostenuti per la consulenza specializzata ai fini di implementare e accelerare processi di trasformazione tecnologica e digitale (ad. es. Piano nazionale impresa 4.0, e di processi di ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali). In questo ambito i business angel potrebbero svolgere un ruolo importante, in grado non solo di fornire un apporto finanziario ma anche e soprattutto per avere il fiuto per riconoscere l’innovazione e vederne il valore prima ancora che esploda. Sicuramente sarebbero un ottimo trait d’union.

Tutti questi indizi e segnali vanno nella giusta direzione perché in un Paese dove anche nell’e-commerce la penetrazione sul mercato complessivo è molto distante dagli altri Paesi nord europei, bisogna dare una vera spinta all’“agenda digitale”, nel senso più ampio, non solo nel pubblico ma anche nel privato, vincendo resistenze troppo spesso culturali a innovare (vedi appunto la reticenza dei progetti delle università a diventare impresa).

L’apporto della componente femminile

Tornando alla Survey, anche quest’anno il 17% degli investimenti è fatto da investitrici, in lieve calo rispetto al 20% dello scorso anno, ma in forte crescita per valore assoluto (circa 8 milioni di euro del 2018 contro i 5,3 del 2017). È un cavallo di battaglia di IBAN da diversi anni e la riconferma che in Italia è fondamentale l’apporto della componente femminile, fiore all’occhiello del nostro Paese, in controtendenza con il resto d’Europa.

Come Associazione già da alcuni anni portiamo avanti il progetto, che cerco sempre di ricordare, Women Business Angels for European Entrepreneurs, con l’obiettivo di sensibilizzare e far conoscere al pubblico femminile la professione dell’angel investor, raccontando storie di successo che possano essere d’esempio e d’ispirazione per le altre.

Chiudiamo con una nota, sempre dolente: secondo la Survey IBAN 2018 solo il 2% del campione ha dichiarato di aver portato a termine almeno un disinvestimento nel 2018, in media 5 anni dopo l’investimento iniziale e prevalentemente con earn out. Se non iniziamo a far circolare gli investimenti reimmettendoli nel mercato tra qualche anno rischiamo di avere cifre elevatissime di capitale investite ma impantanate nelle sabbie mobili dell’innovazione italiana.

Vorrei, infine, fare i complimenti ad Andrea Rota nominato qualche giorno fa “Business Angel dell’Anno”, per la quantità (25 investimenti per 450.000 euro) e la qualità, startup del calibro di ProntoPro, Bitcoin, Carioca, AdEspresso.

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