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Direttore responsabile Alessandro Longo

startup

Le startup italiane dimenticano il territorio. E fanno molto male

di Carlo Cennamo, università Bocconi di Milano

29 Ott 2015

29 ottobre 2015

Nel creare momentum intorno alle startup, al nuovo, la retorica pro-startup ha spesso presentato le startup come l’innovazione, il futuro, le “cose fighe” in contrapposizione al “vecchio”, al modello manifatturiero italiano. Per contro, le startup che hanno una “chance” sono quelle che partono da un problema ben identificato e radicato sul territorio e rispondono con un prodotto o modello di business innovativo, e che può essere potenzialmente replicato su altre categorie una volta provata l’efficacia. Ecco alcuni esempi

I nuovi dati Infocamere sulle startup sono del tutto in linea con le “attese”. Viste le maglie larghe e ambigue di definizione di startup digitale, che il numero cresca i migliaia ma che i risultati operativi siano quasi nulli per la maggior parte è naturale…anche perché è naturale che una startup nella sua fase iniziale di vita non produca numeri soddisfacenti in termini di fatturato. Anzi, nella maggior parte dei casi, nei primi due anni di vita il fatturato è quasi nullo, per molte negativo.

Quindi, cercare i numeri laddove “naturalmente” non sono è fallace. Così come fallace è analizzare metriche quali ROE, ROI per startup. Questi sono indicatori che vanno bene per imprese già consolidate, non per startup. Per queste, uno dovrebbe guardare alla “progressione” di sviluppo, non tanto al livello assoluto. D’altra parte però, questi numeri sono anche indicativi di startup che credo hanno poco slancio di crescita. Troppe startup essenzialmente di “consulenti”, apps. Credo che molte delle *startup* votate a servizi a supporto di imprese operanti su internet (quali quelle che supportano le imprese per customer management o ottimizzazione sui siti ecc….), sono utili ma sono semplici società di consulenza, servizi che difficilmente possono scalare il business o espanderlo verso nuovi prodotti o mercati. 

Quanto allo scollegamento tra le startup e il resto del tessuto industriale italiano, credo che vi siano due livelli di fattori. Uno legato ai trend tecnologici su scala internazionale. Mentre la nostra economia è fortemente concentrata sul manifatturiero (*tecnologie pesanti*), il mondo si è sempre più spostato sulle *tecnologie leggere*, ovvero su tecnologie che forndamentalmente veicolano o fanno leva su informazioni (apps, social, internet, cloud, piattaforme di intermediazione e vari software…). 

Questo ha abbattuto i costi di sviluppo e le barriere all’ingresso per creare una startup. Quindi in molti si sono lanciati verso settori, prodotti e servizi basati su queste tecnologie. Il secondo è legato più a dinamiche interne. Nel creare momentum intorno alle startup, al nuovo, la retorica pro-startup ha spesso presentato le startup come l’innovazione, il futuro, le “cose fighe” in contrapposizione al “vecchio”, al modello manifatturiero italiano. Spinti anche dalla volontà degli investitori di guardare all’estero come sbocco per l’exit, la maggior parte delle startup si è scollata dal tessuto nazionale e lanciata su idee spesso importate dagli States.  

Per contro, le startup che hanno una “chance” sono quelle che partono da un problema ben identificato e radicato sul territorio e rispondono con un prodotto o modello di business innovativo, e che può essere potenzialmente replicato su altre categorie una volta provata l’efficacia. Esempi:

Cercaofficina – una piattaforma che permette di cercare le officine per specifiche riparazioni e lavori all’auto, avere un preventivo e scegliere l’officina sulla base di recensioni….il tutto in un clic. Risolve il problema di automobilisti, ma anche quello di officine (volumi altalenanti, visibilità…). Dopo due anni, ha raccolto 560k di finanzianti da business angel, ed oggi dopo aver messo a punto il modello si sta espandendo in altre città. 

D1 Milano – producono orologi, ma fanno moda puntando ad una tecnologia…è il primo orologio termocromatico, che cambia colore ed effetto al cambiare del calore/luce….sono finiti da poco su Forbes 

OrangeFiber – altra startup votata alla “moda”, che punta alla tecnologia – hanno brevettato un processo per estrarre fibra dalle arance che in Sicilia ogni anno non vengono raccolte. Anche qui, OrangeFiber risolve il problema di diversi attori della filiera, inserendosi nel tessuto industriale nostrano: offre nuovo materiale ai creativi per produrre capi di moda in maniera sostenibile, e risolve il problema di molti contadini

In generale, in questi ultimi anni, le startup che hanno mostrato numeri importanti sono nei settori ICT di enterprise services (come ad esempio Funambol, cloud solutions, o Gild, soluzioni software per l’hiring), e e-commerce e promotions (Facile.it, più di 40 milioni di fatturato, Mutuionline o 7pixel che detiene i portali TrovaPrezzi e ShoppyDoo, più di 20 milioni di fatturato).

Molte di queste aziende, come Funambol, o Gild, sono nate in Italia, magari continuano ad avere qualche attività in Italia ma si sono poi spostate in California – il loro business, alla fine, è sconnesso dal tessuto nazionale. Questo dovrebbe far riflettere su se il nostro modello di capitalismo manifatturiero sia alla fine atto a facilitare lo sviluppo e crescita di startup, cioè a favorirne la scalabilità in pochi anni. Se così non fosse, la retorica delle startup come manna risolutiva della nostra mancata crescita rimarrà ahimè tale: retorica. 

  • lorenzo.paruscio

    Buongiorno, scusate l’off-topic. Sono un laureando in ing gestionale, sto investendo del tempo nel collaborare, grazie anche alla mia tesi di laurea inerente al progetto, con una startup di italiani a barcellona di nome Localler.pro. Credo fortemente in questa realtà che si occupa di marketing territoriale, ma anche di pagamento online per le PMI, volevo chiederle un commento, se ha tempo e non le dispiace, sulle sue potenzialità. Grazie, saluti

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